Immigrazione

L’Europa alza sempre più muri: stretta sui rimpatri e sanzioni per i Paesi terzi che non collaborano

Bruxelles accelera sulla costruzione della «fortezza Europa»: approvati dal Consiglio dei ministri tre regolamenti di modifica del Patto immigrazione e asilo su Paesi sicuri, Paesi terzi sicuri e hub di rimpatrio esterni. Ora la palla passa al Europarlamento per il via libera definitivo. Settimana scorsa, invece, è stata approvata un'intesa sulla revoca delle agevolazioni sui dazi di accesso al mercato unico per i Paesi terzi che rifiutano di riaccogliere i propri cittadini espulsi

di Francesco Crippa

Il commissario agli Affari interni, l’austriaco Magnus Brunner, lo aveva annunciato all’inizio dell’anno, nei primissimi mesi di mandato della Commissione von der Leyen 2.0: «Stiamo lavorando a nuove regole più severe sui rimpatri. Nessuno capisce perché persone che non possono stare qui non vengono rimpatriate». Non si può dire che non sia stato di parola: nel giro di una settimana, le istituzioni europee hanno approvato in via preliminare due pacchetti di norme che, se dovessero entrare definitivamente in vigore, semplificherebbero di molto le politiche di respingimento già attuate da diversi governi comunitari. Lunedì 8 dicembre, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato tre regolamenti per integrare in senso restrittivo il Patto immigrazione e asilo che entrerà in vigore il prossimo giugno. Esattamente una settimana prima, lunedì 1° dicembre, i negoziatori del Parlamento e la presidenza del Consiglio europeo hanno raggiunto l’intesa per il via libera alla revoca dell’agevolazioni all’accesso al mercato unico europeo per quei Paesi terzi che non collaborano nel rimpatrio dei propri migranti. Così, la costruzione della «fortezza Europa» prosegue a passo spedito.

Le modifiche al Patto immigrazione e asilo

Le modifiche al Patto immigrazione e asilo erano state annunciate dalla Commissione europea in primavera e ora sono state approvate dal Consiglio dei ministri dell’Interno dell’Ue. Si tratta di tre regolamenti che riguardano, rispettivamente, i «Paesi di origine sicuri», i «Paesi terzi sicuri» e la costruzione di return hubs dove internare i migranti in attesa di procedimento o espulsione. Un voto che ha dato modo di esultare al governo italiano, che legge nell’ultimo punto il riconoscimento della propria politica di respingimento attuata tramite i cpr in Albania. Anche la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si è dichiarata soddisfatta dopo la decisione di lunedì: «Ottimo lavoro, queste misure di solidarietà stanno dando il via all’attuazione del Patto immigrazione e asilo. E tutto è stato adottato in tempo record». In realtà, le modifiche non sono ancora effettive: servirà prima il via libera del Parlamento, che però appare abbastanza scontato.

Il primo regolamento approvato dal Consiglio dei ministri dell’Ue prevede l’adozione, per la prima volta a livello comunitario, di una lista di «Paesi di origine sicuri», cioè quelli in cui non si ravvisano condizioni di violenza e instabilità tali da giustificare una richiesta d’asilo all’estero. Sono sette: Kosovo, Tunisia, Egitto, Marocco, Colombia, Bangladesh e India (più quelli candidati a entrare nell’Ue, a patto che non siano in guerra). Per i richiedenti asilo provenienti da questi Paesi, gli Stati membri potranno ricorrere alla procedura accelerata di frontiera (cioè il meccanismo per cui la richiesta di asilo viene esaminata più velocemente del normale) così da poter respingere la domanda in tempi più brevi. La lista, tra l’altro, è potenzialmente più lungo perché a ciascuno Stato viene garantito il diritto di compilare la propria lista, anche se è lecito aspettarsi che la maggior parte degli Stati membri si attengano a quella di Bruxelles. Secondo Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato esperto di diritti dei migranti e dei richiedenti asilo, si tratta di una normativa che non solo va nella «direzione di rendere più veloci le espulsioni», ma che svuoterebbe anche «la portata effettiva del diritto di asilo», perché non tiene conto «della situazione di particolare pregiudizio che particolari gruppi sociali, come ad esempio le persone lgbtqi+ possono subire in questi Paesi».

Il secondo regolamento riguarda invece la possibilità, per gli Stati Ue, di dichiarare inammissibile (cioè prima ancora di esaminarne il merito) una domanda di asilo qualora ritenessero che il richiedente avrebbe potuto chiedere e ottenere protezione internazionale in un «Paese terzo sicuro» in cui sono passati, per esempio un cittadino del Sudan che passa dalla Tunisia prima di arrivare in Italia. Tuttavia, il transito del richiedente attraverso un Paese sicuro non è un requisito fondamentale: basta anche che tra lo Stato membro dell’Ue e il Paese sicuro in questione sussista un accordo per garantire l’asilo. In questo caso, il migrante potrebbe essere trasportato nel secondo Paese e «costretto» a presentare la domanda di asilo qui e quindi, nel caso di accettazione, a viverci. «Sembra», è il commento critico sempre di Paleologo, «che sulla base di accordi bilaterali si possano derogare le garanzie dei diritti fondamentali previste dalle Convenzioni internazionali, e dagli stessi regolamenti europei».

I return hubs e la validità del modello Albania

Infine, il terzo regolamento riguarda i rimpatri e prevede la possibilità per un Paese Ue di trattare con un Paese terzo la costruzione di return hubs, cioè di centri per il rimpatrio all’estero. Per il governo italiano si tratta di un riconoscimento del modello Albania, che però, sostiene Paleologo, rimane privo di base legale e «in contrasto con quanto deciso dalla Corte di giustizia Ue con la sentenza del primo agosto scorso in materia di effettività dei diritti di difesa e sul ruolo della giurisdizione», che aveva stabilito che uno Stato membro non può designare un «Paese di origine sicuro» senza garantire un controllo giurisdizionale effettivo. Tradotto, significa che uno Stato membro può indicare un Paese come «sicuro», ma i giudici dello stesso Paese possono contestare la validità di tale designazione.

È quanto successo, per esempio, nell’ottobre 2024, quando il Tribunale di Roma ha annullato il trasferimento in Albania di 12 richiedenti asilo perché i loro Paesi di origine, Bangladesh ed Egitto, non sono considerati sicuri dai giudici. In quel caso, il governo italiano aveva protestato contestando la legittimità dell’intervento del Tribunale, ma la Corte Ue ha appunto dato torno a Roma, stabilendo che i giudici devono poter verificare autonomamente se un Paese è sicuro o meno. Ora, però, mentre in Italia ci sono dei giudici che considerano Bangladesh ed Egitto Paesi non sicuri e in Lussemburgo dei giudici che accolgono gli effetti della loro interpretazione, i decisori di Bruxelles hanno compilato una lista in cui i due Paesi sono classificati come sicuri: rischia di venirsi a creare un cortocircuito.

La validità del modello Albania, tra l’altro, è attualmente sotto esame da parte della Corte di giustizia Ue, che ha accolto i rinvii partiti dalla Corte di appello di Roma a novembre. I due rinvii, riuniti in un solo caso, sono identici e mettono in dubbio la legittimità stessa dell’accordo tra Roma e Tirana: per i giudici, l’Italia non poteva stipulare un accordo con uno Stato terzo su una materia già ampiamente regolata dall’Ue in maniera tale da rompere l’omogeneità del sistema comune di asilo. Il procedimento seguirà procedura accelerata.

L’intesa sui ricollocamenti

Sempre lunedì, i ministri dei 27 hanno raggiunto un’intesa sulle cifre della solidarietà con i Paesi di primo arrivo, cioè Italia, Spagna, Grecia e Cipro. La Commissione aveva proposto che a ciascun Paese fossero garantiti 30 mila ricollocamenti, ma nel testo approvato dal Consiglio dei ministri la cifra è scesa a 21 mila. In realtà, però, potrebbero essere ancora di meno, perché ogni Stato membro potrà decidere di non accettare i ricollocamenti pagando 20mila euro per ogni migrante rifiutato, per un totale di 420 milioni di euro di contributi finanziari per ciascun Paese di primo approdo.

Niente sconti commerciali per chi non collabora ai rimpatri

Ma la stretta sui rimpatri non passa solo dalle modifiche varate dal Consiglio dei ministri dell’Ue in attesa di convalida del Parlamento. Lunedì 1° dicembre, infatti, i negoziatori dell’Eurocamera hanno raggiunto con la presidenza del Consiglio europeo un’intesa sulla proposta, avanzata dalla Commissione, di modifica del Sistema di preferenze generalizzate, cioè lo strumento attraverso cui Paesi extra-Ue (attualmente sono 65) possono godere di agevolazioni nell’accesso al mercato unico europeo. Sebbene, come si legge in una nota del Consiglio, «il nuovo quadro [aggiunga] miglioramenti al sistema attuale, tra cui un collegamento più stretto con il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, un migliore monitoraggio e una maggiore trasparenza del sistema», dall’altro lato viene stabilita la possibilità di revocare le agevolazioni «se un Paese beneficiario non coopera con l’Ue in materia di riammissione dei propri cittadini». Sarà la Commissione a monitorare «il rispetto degli obblighi in materia» e a intervenire, previa comunicazione a Consiglio e Parlamento.

Credit foto Guido Calamosca/LaPresse

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