Guerra

Libano, bombe e paura: oltre 20mila sfollati e la popolazione che vive «un incubo infinto»

I raid israeliani tra l’1 e il 2 marzo hanno colpito i quartieri meridionali di Beirut, la valle della Bekaa e il Sud del Paese, scatenando un nuovo esodo. Le strade sono paralizzate, oltre 50 i villaggi evacuati. Francesca Lazzari, rappresentante Paese di Avsi: «Sembra di essere tornati al 23 settembre 2024, la popolazione è arrabbiata, nervosa e stanca»

di Francesco Crippa

«Le code in autostrada sono così lunghe che ho colleghi che hanno lasciato il Sud del Paese durante la notte ma non sono ancora arrivati a Beirut». I bombardamenti israeliani sul Libano, incominciati nella notte tra l’1 e il 2 marzo, stanno causando un esodo difficile da quantificare. Le prime stime parlando di oltre 20mila persone in viaggio verso il Nord o verso altre zone della capitale, ma di ora in ora se ne aggiungono di nuove. È iniziato tutto verso le 2.40: «Ci ha svegliato il rumore delle bombe che hanno colpito i quartieri meridionali della città», racconta a VITA Francesca Lazzari, rappresentante Paese di Avsi in Libano. Contemporaneamente, i raid dell’Idf hanno raggiunto la valle di Bekaa e sono proseguiti, a più riprese, durante tutta la giornata.

Ogni attacco è stato accompagnato da ordini di evacuazione urgente e immediata, che ha fatto riversare le persone in strada, chi alla ricerca di un riparo, chi in viaggio verso zone più sicure. Gli obiettivi presi di mira dall’Idf sono (o sono reputati) roccaforti di Hezbollah, che nella notte ha colpito Israele come “vendetta” per l’attacco sull’Iran. Di qui la risposta di Tel Aviv, il cui capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha detto che andrà avanti finché «la minaccia» rappresentata da Hezbollah «non sarà eliminata». In questo senso, il governo libanese ha ordinato – una decisione senza precedenti – un “divieto immediato” delle attività militari e di sicurezza dell’organizzazione.

Il rischio escalation è molto alto. Finora, l’esercito israeliano ha comunicato di aver distrutto una trentina di infrastrutture terroristiche in Libano, mentre i villaggi che avrebbero ricevuto ordine di evacuazione sarebbero oltre 50. Ma oltre ai danni fisici e alle vittime civili è l’impatto psicologico a poter essere devastante. «Sembra di essere tornati al 23 settembre 2024», afferma Lazzari. Allora, Israele aveva colpito con oltre 1.600 attacchi, uccidendo oltre 1.645 persone in un solo giorno. Dal suo ufficio nella capitale, Lazzari vede una città che è ancora viva, in movimento, dove non c’è ancora una situazione di massima allerta per cui non si esce di casa. «Ma anche allora era stato così, con una chiusura progressiva delle attività», ricorda. Sui volti delle persone, però, quello che legge è un sentimento che mischia rabbia, nervosismo e, soprattutto, stanchezza. «La popolazione sta rivivendo un incubo. È vero che gli attacchi non sono mai del tutto cessati, ma il clima che si respirava era quello di un lento ritorno alla “normalità”. In una notte, invece, sembra essere ripreso tutto».

Gli sfollati delle ultime ore vanno ad aggiungersi a quelli già presenti, circa 64mila secondo l’ultima rilevazione di ottobre dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni. «L’ultima guerra ha lasciato tantissimi sfollati, gente che ha perso la casa e che non può tornare al proprio villaggio o perché è stato raso al suolo oppure perché Israele impediva l’accesso», continua l’operatrice di Avsi. «I più “fortunati” hanno trovato ospitalità da parenti, ma spesso questo significa che vivono in situazioni di sfollamento, magari in 20 in una casa da cinque persone». Altri, invece, hanno trovato riparo nei rifugi pubblici, adibiti soprattutto in edifici scolastici, ma anche qui le condizioni sono spesso critiche, tra sovraffollamento e scarsa igiene. Infine, c’è chi è rimasto letteralmente per strada.

Un’emergenza aggravata da questo nuovo esodo, di fronte al quale Avsi ha momentaneamente sospeso i propri programmi per delineare una risposta di urgenza. «Stiamo già riattivando delle hotline a cui rispondono delle nostre psicologhe per offrire supporto psicologico anche a distanza a chi è in una situazione di sfollamento», spiega Lazzari. Si tratta di un servizio sperimentato con buoni esiti durante lo scorso conflitto, così come la pianificazione di attività ricreative svolte da assistente sociali nei rifugi per sfollati per tenere impegnati i minori. Prima di poter arrivare a un intervento di questo tipo, però, «ci concentreremo sulla distribuzione di acqua, kit igienici e beni di prima necessità, come materassi o coperte, in coordinamento con le altre ong, le agenzie Onu e il ministero per gli Affari sociali».

In apertura: bambini sfollati dopo un bombardamento sulla città portuale di Sidon, nel sud del Libano (AP Photo/Mohammed Zaatari/Associate Press/ LaPresse)

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