Disabilità

L’inclusione scolastica? Questione di fortuna. Mentre invece è un diritto

Terza puntata del viaggio di VITA dentro la realtà concreta dell'inclusione scolastica. La scuola per tutti «non è solo una scelta pedagogica, ma un valore democratico», dice Vincenzo Falabella, presidente di Fish. Eppure, le esperienze delle famiglie raccontano che troppo spesso il destino degli studenti con disabilità è legato al caso, agli incontri fortuiti e alla disponibilità delle singole scuole. Ma un diritto, per essere tale, non può reggersi sulla fortuna

di Veronica Rossi

scuola

«Stavolta non costruiremo ponti, ma barricate. L’inclusione scolastica non si tocca». La posizione di Vincenzo Falabella, presidente della Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie – Fish, è molto chiara. Non si può tornare indietro su quello che l’Italia ha costruito in cinquant’anni in fatto di inclusione. «Le classi separate non possono esistere, perché sono in contrasto con la cultura e con la storia educativa del nostro Paese», dice. «Gli “anticorpi culturali” sviluppati dal 1977 in poi – con l’abolizione delle scuole speciali e l’ingresso degli alunni con disabilità nelle classi comuni – hanno radicato un principio chiaro, fermo e non negoziabile: la scuola è un luogo per tutti, non per pochi. Separare significherebbe tornare indietro, rinunciare alla convinzione che ogni studente cresca meglio in un contesto ricco, eterogeneo e condiviso. L’inclusione non è solo una scelta pedagogica, ma un valore democratico: afferma che la diversità non si isola, si accoglie; non si nasconde, si valorizza; non si considera un limite, ma una risorsa per l’intera comunità scolastica».

L’inclusione non è solo una scelta pedagogica, ma un valore democratico

Vincenzo Falabella, presidente Fish

La scuola pubblica è una scelta d’amore, ma comporta fatica

La diversità, in classe, fa bene a tutti. Perché non si va a scuola solo per imparare nozioni – soprattutto nell’era di internet, dell’intelligenza artificiale e dell’accesso rapido a qualsiasi contenuto – ma per sviluppare senso critico, capacità di affrontare il mondo esterno e apertura alle varie declinazioni dell’esistente. «In un paese vicino al nostro c’è una scuola primaria privata che ricalca un po’ il modello delle scuole speciali che ci sono state fino agli anni ‘70», racconta Emanuela Solimeno, consigliera di Anffas Varese e mamma di Luca, ragazzo di 15 anni con tetraparesi spastica e quindi con una necessità di assistenza elevata. «Alcune famiglie scelgono di mandare là i propri figli perché sanno che si tratta di un istituto dedicato a studenti con disabilità e che quindi gli insegnanti e tutto il personale sono preparati; così, però, gli alunni non hanno contatti con gli altri, salvo alcune attività sul territorio. Noi abbiamo scelto consapevolmente la scuola pubblica, anche se per i genitori è più faticoso. Lo abbiamo fatto perché già ai tempi dell’asilo nido ci siamo accorti della potenza dello stare insieme agli altri: in pochissimo tempo Luca ha iniziato a parlare, dopo aver cominciato a stare coi pari, anche se aveva comunque un fratello più grande di un anno».

Frequentare le scuole pubbliche significa creare amici, relazioni, essere inseriti in un territorio che altrimenti si farebbe fatica a raggiungere: Luca alla primaria utilizzava, insieme ai compagni, il servizio “pedibus” (l’accompagnamento a scuola a piedi, con adulti di riferimento), gli amici lo venivano a chiamare a casa. Oggi ha relazioni di amicizia stabili con ragazzi della sua età.

Certo, tutto questo non è gratis: c’è bisogno di grande impegno e fatica da parte della famiglia (ma anche da parte della scuola), che a ogni ciclo d’istruzione si ritrova a ricostruire insieme agli insegnanti e al personale scolastico un ambiente inclusivo, adatto alle esigenze del singolo studente, per ciascuno diverse. «Fino alle medie siamo stati molto fortunati», continua Solimeno, «mentre sappiamo di altre famiglie che hanno avuto problemi fin dalla primaria. L’anno scorso abbiamo avuto anche noi dei problemi con la secondaria di secondo grado: avevamo scelto un istituto che aveva una storia di inclusione e buone prassi, ma non per l’indirizzo che ha scelto Luca, quello linguistico. Quest’anno ha cambiato per dedicarsi alle scienze umane ed è completamente rinato, abbiamo trovato un ambiente in cui può davvero dare il massimo».

L’inclusione, un lavoro di squadra

Essere costretti a scegliere un indirizzo piuttosto che un altro non per propensione individuale ma per necessità legate all’inclusione, tuttavia, è una lesione di un diritto fondamentale per gli studenti (e, in generale, per le persone): quello di autodeterminarsi, di scegliere liberamente la propria formazione e il proprio futuro. «L’inclusione deve essere trasversale e condivisa», afferma Caterina Rocca, presidente di Anffas Guastalla (Reggio-Emilia) e madre di una dodicenne autistica. «Se un insegnante di sostegno alle prime armi si trova davanti un consiglio di classe che pensa che il suo ruolo sia quello dell’Oss, non c’è margine di lavoro. Questo però crea un danno enorme. Noi abbiamo sempre avuto docenti che avevano la vocazione, ma dovrebbe essere per tutti così. Abbiamo una dirigente attentissima, che addirittura si è inventata dei percorsi insieme a noi mamme di Anffas e che si è attivata per dare supporto a mia figlia già quand’era alla scuola dell’infanzia, prima che arrivasse la diagnosi. Non tutti però hanno queste esperienze positive».

Accogliere e mettere in condizione di lavorare al meglio tutti i bambini e i ragazzi – a prescindere dalle differenze – non può essere una responsabilità individuale o di una sola categoria: non solo dei docenti, non solo dei dirigenti. «Gli educatori sono fondamentali perché sono figure che nascono formate sul tema della disabilità», conclude Rocca, «ma rischiano di scomparire: sono bistrattati, come se fossero una categoria di serie b. Poi ci sono le Asl che però, soprattutto quando si parla di neurodivergenza, sono sature. Non c’è ampliamento dell’équipe territoriale e spesso non riescono a partecipare ai Glo (Gruppi di lavoro operativo, le riunioni che servono per delineare i piani educativi per gli studenti con disabilità, ndr) , per scarsità di tempo e personale. Così, però, il lavoro è incompleto».

Quando il sistema funziona solo se le persone “giuste” si incontrano al momento “giusto”, significa che quel sistema è fragile. E oggi, di fronte a ipotesi di arretramento, la scuola inclusiva non va difesa per nostalgia, ma per coerenza democratica

Un diritto, non una fortuna

Una parola ricorre nelle testimonianze dei familiari: fortuna. Ma può l’inclusione e la possibilità di un alunno di stare coi compagni essere demandata a una congiunzione astrale favorevole? No. È un diritto esigibile, non una concessione. Quando il sistema funziona solo se le persone “giuste” si incontrano al momento “giusto”, significa che quel sistema è fragile. E oggi, di fronte a ipotesi di arretramento, la scuola inclusiva non va difesa per nostalgia, ma per coerenza democratica: è uno dei pochi luoghi in cui si può dimostrare, ogni giorno, che stare insieme nelle differenze non è un problema da gestire, ma un valore da custodire.

Foto di Daria Trofimova per Unsplash

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