Anniversari

Livia Turco: «Orgoglio e rimpianti 25 anni dopo la legge che ha ridisegnato il welfare italiano»

L'8 novembre 2000 il Senato approvava la “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, fortemente voluta dalla allora ministra della Solidarietà sociale Livia Turco. Un'intervista a tutto tondo con lei, tra memoria e futuro

di Sara De Carli

TRASMISSIONE TV "PORTA A PORTA" - LIVIA TURCO CON GIORGIA MELONI , OSPITI DELLA TRASMISSIONE PORTA A PORTA

Sembra incredibile, ma prima di lei – la legge n. 328 del 2000 che ha ridisegnato l’intero sistema dei servizi sociali, immaginandolo integrato con la sanità e con il territorio – il “sociale” era ancora disciplinato dalla legge 17 luglio 1890, n. 6972 (e successive modificazioni): la cosiddetta legge Crispi. Basti questo a dire quanto la 328, che compie 25 anni, sia stata una pietra miliare nel welfare italiano. L’8 novembre 2000, quando il Senato approvò in via definitiva quella legge, mancavano solo una manciata di mesi al termine della legislatura. Dal 1996 Livia Turco, prima firmataria della legge, era ministra della Solidarietà sociale.

Qual è stato l’elemento davvero di discontinuità per cui si può dire fuori di retorica che la 328 è stata una rifondazione del welfare italiano?

La votazione in Senato è stata la conclusione di un iter molto partecipato ma anche molto combattuto. Avrò fatto una trentina di tavoli per la 328: con la sanità, con gli enti locali, con il mondo del volontariato… Il tavolo più complesso fu quello sulla disabilità perché dentro quel mondo c’erano pensieri molto diversi. Alcune associazioni mi sostenevano molto sulla creazione di una rete integrata dei servizi ed erano disponibili anche a rivedere l’indennità di accompagnamento, perché appunto condividevano che la cosa fondamentale fosse investire sui servizi, per aumentarli e qualificarli. Per altre associazioni, invece, quelle “storiche” i trasferimenti monetari erano intoccabili. Ricorderò sempre un incontro con delle madri che mi dissero “noi vogliamo che ai nostri figli sia data l’opportunità di dare il loro contributo alla comunità, per questo non servono i soldi che poi utilizzano i familiari, ma i servizi. Questo ci aspettiamo dalla riforma, altrimenti non è una riforma. Vogliamo che i nostri figli possano esprimere le loro capacità”. Che lezione mi diedero! Una delle cose che ha segnato la storia di questa legge è certamente la grande ricchezza dell’apporto del Parlamento e della società civile, con un iter molto partecipato: ci sono stati anche momenti di confronto aspro, perché nella cultura del centro-destra il welfare era il trasferimento monetario, l’assistenzialismo, il dono. Ma io ho ancora nelle orecchie le parole di monsignor Nervo l’uomo che ha messo in piedi la Caritas italiana, “il volontariato può fare la sua parte solo se il pubblico fa la sua parte, come dice l’articolo 3 della Costituzione”. La legge fu accompagnata da un dibattito culturale molto profondo e importante. C’era un clima molto bello, di primavera: una voglia di speranza e di cambiamento…

La 328 segna il superamento dell’assistenzialismo: riconosce i diritti sociali come diritti di cittadinanza, stabilisce che l’assistenza non è una concessione, ma un diritto soggettivo, supera l’idea di “carità pubblica” e afferma che ogni persona ha diritto a prestazioni adeguate per vivere con dignità, introduce il concetto dei livelli essenziali delle prestazioni sociali persino quel concetto di welfare di comunità che oggi ci pare così innovativo…

La legge prima di tutto mette al centro le capacità e le competenze delle persone e riconosce che per farlo serve un welfare locale comunitario, in cui i vari attori lavorino insieme, interagiscono tutti. Il welfare comunitario a quei tempi era una assoluta novità, ma in un certo senso esisteva già, era già una ricchezza del nostro Paese, bisognava essere consapevoli e dargli una cornice politica e normativa. Ci fu grande rispondenza tra l’idea del welfare comunitario e la pratica degli strumenti operativi: penso ai Piani di zona o alla coprogettazione, che erano gli strumenti concreti che la 328 individuava per realizzare il welfare comunitario. I Leps e la coprogettazione c’erano già nella 328 e anzi erano punti fondamentali della governance del sistema.

Che è successo, poi, a livello attuativo, per cui di Leps, coprogrammazione e coprogettazione si parla concretamente solo in questi ultimi anni e se ne parla come di una grande novità?

Le pratiche si sono scontrate con una cultura amministrativa e anche con una cultura del volontariato non ancora pronta o disponibile: per fare coprogettazione e non un mero confronto il pubblico deve mettersi nella postura di guardare il Terzo settore come un attore che sa, non solo che fa. Un attore che porta una visione sulla comunità di quel territorio, che ha un suo sapere e delle competenze utili per la programmazione. Dall’altra parte però serve un Terzo settore che sappia fare rete, non che ciascuno si sieda al tavolo portando solo la sua identità e rivendicando il suo pezzettino.

Ha un rammarico?

Ne ho due. Agli amici del volontariato direi, a distanza, che ci vuole un tempo della discussione e un tempo della decisione politica: se si vuole bene ad una legge, ad un certo punto bisogna applicarla e bisogna che ad applicarla sia chi quella legge l’ha voluta. Questo fa la differenza. Al disegno della riforma ci siamo dedicati moltissimo, con trenta stesure del testo, che praticamente è stato alla Camere per tutta la legislatura. Il passaggio al Senato poi fu velocissimo, senza possibilità di modifiche, una cosa anomala e infatti l’opposizione fece ostruzionismo. Per sbloccare la situazione, Nicola Mancino, mi consigliò di accettare che il Fondo per le Politiche sociali – che aveva una dotazione molto consistete – fosse trasferito alle Regioni senza vincolo legislativo, come un fondo indistinto. Lo feci con la morte nel cuore, perché non c’erano altre possibilità politiche, ma per me quella scelta fu un errore e segnò molto l’applicazione della legge. Il dopo di noi, per esempio, nella 328 c’era già: non avremmo dovuto aspettare il 2016 per avere una legge ad hoc, perché era uno dei Leps previsti dalla legge quadro.

L’altro rammarico?

È quello che stavo dicendo all’inizio: se io non avessi avuto solo tre mesi per avviare la messa a terra della legge, ma un anno, avrei potuto fare il Piano nazionale sociale, avrei potuto fare i Leps. Questo avrebbe voluto dire inchiavardare la 328, perché i Leps avrebbero segnato il percorso e vincolato le risorse. Nella 328 c’era il progetto di vita per le persone con disabilità, c’erano le misure contro la povertà, avevamo fatto una sperimentazione del reddito minimo di inserimento – conservo ancora come una reliquia la relazione della Commissione Saraceno con tutto il dibattito che c’era stato – che doveva essere discusso in Parlamento per valutare se metterlo a regime… Quando incontrai Maroni, che a giugno 2001 fu il successivo ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, gli portai la relazione e lui disse “ma Livia, sai che questa non è la nostra politica”.  

Dire 328 significa dire integrazione socio-sanitaria, almeno sulla carta. Poi però sappiamo quanto questa integrazione, ancora dopo 25 anni, sia debole o mancante. Tant’è che altre riforme oggi in atto – penso alla riforma della disabilità e a quella dell’assistenza alle persone non autosufficienti – muovono anche da questa criticità e hanno anche questo obiettivo. Perché così complicato?

Sono convinta che un tema sia lo squilibrio nella governance dei due ambiti: la sanità è molto strutturata, il sociale no. Per questo la 328 aveva previsto gli ambiti territoriali sociali, che però hanno iniziato a esistere solo da pochissimi anni. L’altro elemento è culturale: è facile parlare di multiprofessionalità, ma questo significa superamento della gerarchizzazione tra le professioni, che nel concreto è molto difficile. Lo abbiamo visto per esempio con il dn sulle Case della comunità: c’è voluta tutta la determinazione del Cnoas per far sì che le figure di riferimento della Case della comunità fossero gli assistenti sociali e non i medici. È il tema dello scarso riconoscimento delle professioni sociali. C’è ancora moltissimo lavoro da fare perché il sociale sia visto, compreso, apprezzato e culturalmente legittimato: come dico spesso, il sociale è un oro che non brilla. L’importanza di un centro diurno o dell’assistenza domiciliare è enorme per chi ne fruisce, ma per chi non vive questi servizi, per l’opinione pubblica, questo mondo non solo non brilla ma è invisibile, non esiste. Questo conta molto. Il sociale ha un problema di reputazione e valorizzazione simbolica. Così come conta il fatto del “socialese”: è possibile che una grande riforma come questa, che fondava il terzo pilatro del welfare – accanto alla sanità e alla previdenza – sia conosciuta solo fra gli addetti ai lavori e solo con un numero? Legge 328. Come può un numero scaldare i cuori? Questa è la legge della dignità sociale.

La 328 è la prima legge che mette nero su bianco il principio di sussidiarietà orizzontale: il welfare si costruisce insieme, con Comuni, Regioni, Terzo settore. Che ruolo vede oggi per il Terzo settore?

Il Terzo settore è un pilastro fondamentale del welfare, ma a volte ho l’impressione che ci sia una riduzione delle ambizioni, che si senta più impegnato nella gestione delle politiche esistenti che nell’immaginazione di politiche nuove. Diciamo che oggi non mi sembra che siamo dentro una primavera delle politiche sociali, mentre la 328 è figlia una stagione di effervescenza creativa, dove il volontariato, gli enti locali, l’associazionismo sperimentavano nuove pratiche.

Qual è il suo auspicio, oggi?

Che si capisca davvero l’importanza delle politiche sociali, tanto più guardando ai nuovi bisogni. È un nodo culturale. E il primo grande bisogno che oggi vedo è quello della solitudine. La tipologia di nucleo familiare maggioritario oggi è quello composto da una sola persona, il grande problema è la solitudine, il vivere in contesti poveri dal punto di vista relazionale e umano: questo aspetto incide moltissimo sulla qualità vita e l’autonomia delle persone. Come si supera? Costruendo reti familiari, reti relazionali e partecipative. Non possiamo pretendere che se ne occupi il volontariato da solo, ci devono essere delle politiche pubbliche di indirizzo che capiscano i servizi di prossimità  – magari anche autogestiti – vanno ripensati, le persone non ce la fanno a andare a bussare ai sevizi, sono sempre di più i servizi che devono andare incontro alle persone, anche al domicilio. La risorsa fondamentale per affrontare le sfide future del welfare è la relazione umana, la prossimità, che però non nasce spontaneamente dal niente ma da una consapevolezza politica. Ecco la nuova primavera che ci serve.

Nella foto in apertura (LaPresse) Livia Turco e Giorgia Meloni, qualche anno fa, ospiti di Porta a porta. L’infografica che accompagna il testo è di VITA

Vuoi fare un regalo?

Abbiamo creato apposta le gift card! A Natale regala l’abbonamento a VITA, regala 1 anno di contenuti e informazione. Scegli il tipo di abbonamento, ottieni il codice e giralo a una persona a cui tieni.