Rapporti
Lo smartphone? Crea conflitto in una famiglia su quattro
Il conflitto per la gestione dello smartphone è presente nel 27% delle famiglie, ma quando ci sono figli conviventi la percentuale sale al 43,7%. Il problema della gestione dello smartphone però non riguarda solo gli adolescenti: il convivente con problemi nel tempo d’uso è il figlio nel 39,6% dei casi, ma nel 30,5% dei casi è il coniuge/compagno. Il nuovo report del Centro Internazionale Studi Famiglia si intitola “Il fragile domani” e analizza come la salute fisica e psicologica delle famiglie dipenda dalle relazioni. In dialogo con Francesco Belletti, il direttore
il “Cisf Family Report 2025” è intitolato Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità e scatta una fotografia sullo stato di salute della società tra solitudini, difficoltà economiche e sfide educative. «Il fragile domani non è solo una questione personale o individuale, ma riguarda la qualità di vita, la coesione sociale e il benessere dell’intera collettività», dice Francesco Belletti, direttore del Centro internazionale studi famiglia – Cisf. Il focus dell’indagine è lo stato di benessere psicologico e relazionale delle persone e nasce dall’esigenza di chiarire come questo possa essere salvaguardato e protetto nella dialettica tra famiglie e società. La ricerca, svolta per conto del Cisf dalla società Eumetra, si è basata su un campione di 1.600 soggetti.
La felicità è un bene comune
Una delle domande poste agli intervistati è: «Come il benessere delle persone si intreccia con la composizione familiare, gli eventi critici, il riconoscimento sociale e le risorse – o assenze – del contesto attraverso il medium della relazione?». «Il nostro rapporto conferma che buone relazioni, un certo capitale sociale, una buona integrazione sociale sono estremamente protettivi per il benessere della persona, che è al centro delle nostre riflessioni. Benessere che si costruisce non da soli, non senza ostacoli, ma dentro le relazioni, nelle interazioni con le relazioni brevi e con il contesto sociale», prosegue Belletti.
La famiglia funziona bene se riesce ad accompagnare il desiderio di felicità di ciascuno dei suoi membri: purtroppo la contemporaneità ha rovesciato i termini e l’uomo sembra cercare la felicità soprattutto nell’assenza di legami
Francesco Belletti, direttore Cisf
«La famiglia funziona bene se riesce ad accompagnare il desiderio di felicità di ciascuno dei suoi membri: è un luogo che funziona come istituzione se è al servizio della libertà e dell’autorealizzazione delle persone. Purtroppo, la contemporaneità ha rovesciato i termini e l’uomo sembra cercare la felicità soprattutto nell’assenza di legami, nell’idea del poter fare tutto quello che vuole. Quindi, nella vita più che avere compagni di viaggio spesso si hanno dei competitori».
Il 36,8% di chi fa volontariato ha almeno un altro familiare volontario
Dai dati del rapporto emerge che «chi ha un forte capitale sociale e familiare, il bonding, con relazioni familiari molto forti e significative e una grande apertura alle relazioni esterne, ha anche un capitale sociale (bridging) di coinvolgimento, di azione associativa, di attività di volontariato molto forte», prosegue Belletti. Dall’analisi incrociata tra chi partecipa ad attività di volontariato emerge che il 36,8% di chi fa volontariato ha almeno un altro familiare impegnato nella stessa pratica, contro l’11,4% di chi è volontario ma non ha familiari che svolgono queste attività. Il volontariato come pratica non solo individuale, ma anche relazionale: si trasmette attraverso i legami e si rafforza nella quotidianità familiare.
Impotenza è la cifra del nostro tempo, ma in Italia ci sono 4,7 milioni di persone che si spendono per gli altri.
Qual è il senso di questo impegno? Le risposte all’interno del magazine ‘‘Volontario, perché lo fai?”

«Una famiglia che investe sulle relazioni diventa capace di relazioni anche nel contesto sociale, a livello di comunità, di quartiere, di collettività, senza bisogno necessariamente di fare politica o di diventare responsabile di un gruppo di volontariato. Non è confermata l’ipotesi che, se si sta bene dentro la famiglia, non ci si occupa del bene comune, ma piuttosto del fatto che si impara in famiglia ad occuparsi del bene comune. È un dato interessante perché parla di generatori di relazioni e anche di responsabilità sociale».
La sandwich generation sopraffatta dalla cura
Delle 1.600 famiglie intervistate, «c’è un gruppo significativo, 348, quasi un quarto del campione, che fanno parte della sandwich generation: si devono occupare di responsabilità educative verso i figli e, contemporaneamente, dei sistemi di cura dei genitori anziani fragili. Certamente il nostro sistema di welfare senza la cura diretta delle famiglie non starebbe in piedi, ma il dato dice anche di una grande fatica, di un grande stress per queste generazioni di adulti che si trovano in mezzo al doppio ruolo di cura», sottolinea Belletti.
«Oggi quando si parla di conciliazione famiglia-lavoro, oltre al tema della cura dei bambini, bisogna inserire anche il ruolo di caregiver nei confronti delle persone fragili. Poi bisognerebbe anche pensare ai milioni di famiglie con disabili nelle varie età, che questo ruolo di cura ce l’hanno per tutta la vita. Da questo rapporto viene fuori anche che la cura, il farsi carico dell’altro, qualifica l’esperienza familiare: è un po’ illusorio pensare che si fa famiglia senza assumersi il compito della cura».
Alleanza tra famiglie e servizi territoriali domiciliari
Belletti continua dicendo che, «anche se immaginiamo di portare i servizi a livello domiciliare, territoriale, di sviluppare tutti i sistemi sociosanitari e assistenziali attorno alla casa delle persone, dobbiamo fare i conti con la presenza e con la forza delle reti familiari presenti. Questa capacità della famiglia non sarà in crescita nel prossimo futuro, perché il modello prevalente del figlio unico farà sì che ci saranno sempre meno figli adulti in condizione di poter seguire i propri genitori anziani: è una visione di prospettiva che dice che le famiglie sono risorse di cura ma devono essere in alleanza, in sinergia con l’arricchimento dei servizi territoriali domiciliari, altrimenti non si andrà avanti».
Lo smartphone? Crea conflitto in una famiglia su quattro
Il conflitto dentro le famiglie per la gestione dello smartphone è un fenomeno presente nel 27% delle famiglie, quando ci sono nuclei con figli conviventi la percentuale sale al 43,7%. Il tema descrive la pervasività di questi strumenti, quasi una famiglia su due deve farci i conti, e lo fa in modo conflittuale». Nel report si evidenzia che il conflitto con i figli è la prima preoccupazione dei genitori, il campo da gioco di questo conflitto è spesso l’uso del digitale. Se si restringe il campione dei rispondenti a chi ha almeno un figlio minorenne, il conflitto diventa una condizione presente nella maggioranza delle famiglie: il 55,4%. «Per le nuove generazioni, l’uso del digitale è una questione esistenziale. Questo ci dice che i genitori devono attrezzarsi, non possono pensare di non essere minimamente alfabetizzati e competenti. Devono abitare anche questi mondi dei loro figli, con tutte le distanze del caso perché giustamente i figli hanno anche bisogno di spazi autonomi, ma la potenza del mezzo chiede particolare attenzione».
Il problema della gestione dello smartphone non riguarda soltanto i bambini e i giovani: il convivente con problemi nel tempo d’uso è il figlio/a nel 39,6% dei casi, mentre nel 30,5% degli interpellati è il coniuge/compagno
L’ospite in più in casa
I dati Cisf 2025 rilevano che il problema della gestione dello smartphone non riguarda soltanto i bambini e i giovani: il convivente con problemi nel tempo d’uso è il figlio/a nel 39,6% dei casi, mentre nel 30,5% degli interpellati è il coniuge/compagno. L’uso dello smartphone crea conflitto anche tra gli adulti, che devono costruire una buona regolazione delle distanze. «È importante trovare il giusto equilibrio: abbiamo un ospite in più in casa, che è il digitale», prosegue Belletti.
Più di un terzo delle persone non riesce ad accedere a un supporto psicologico
“In questi ultimi tre anni tu o la tua famiglia vi siete mai rivolti o avete mai avuto contatti con i seguenti servizi?”, è una delle domande rivolta agli intervistati dell’indagine. Il 5% degli interpellati ha risposto di essersi rivolto ad un centro per la salute mentale, una volta o più. «I servizi devono imparare a decentrarsi rispetto alla logica organizzativa per ri-centrarsi sulla vita delle famiglie. Questo rapporto lo abbiamo fatto sull’onda lunga della pandemia, che ha messo nell’agenda del discorso pubblico nel nostro Paese la sofferenza psicologica, anche un po’ legittimandola. C’è un aumento molto forte della sofferenza psicologica e relazionale», dice Belletti.

«Viviamo in un periodo carico di angosce, di incertezze, c’è una paura devastante del futuro. Abbiamo intitolato il volume Fragile domani, ma se ho paura del domani nell’oggi sono paralizzato. Ciò ha generato una grande domanda di sostegno, di accesso ai servizi psicologici e specialistici che, purtroppo, spesso non viene soddisfatta». Infatti, il rapporto evidenzia che il 60% delle persone con alta vulnerabilità non hai mai avuto contatti con un servizio formale, mentre più di un terzo non è riuscito ad accedere a un supporto psicologico, pur desiderandolo. Il 34,4% della popolazione si colloca nella fascia alta di vulnerabilità psicologico-relazionale, l’indice di isolamento sociale evidenzia condizioni critiche nel 23,8% del campione.
Viviamo in un periodo carico di angosce, di incertezze, c’è una paura devastante del futuro. Abbiamo intitolato il volume Fragile domani, ma se ho paura del domani nell’oggi sono paralizzato
Famiglie tra paura del futuro e proattività
«Una parola chiave del rapporto è ambivalenza. La famiglia italiana è un po’ schiacciata dalla paura del domani e un po’ è proattiva, rigenerativa di speranza e di futuro. Quello che sorprende è che ciò che sta spingendo maggiormente verso la dimensione ansiogena le nuove generazioni, è il clima complessivo culturale e la narrazione sui media, che in Italia sono più inquietanti che in altri Paesi, a livello europeo e mondiale. C’è sicuramente un fragile domani per tutti, che in Italia sembra più fragile», prosegue Belletti. «Una quota tra il 10% e il 15% di di persone sono in oggettiva sofferenza rispetto al futuro, oltre che rispetto alle variabili economiche. Ma c’è una stragrande maggioranza di famiglie che ancora riescono ad essere rifugio nel mondo».
Foto di Vitaly Gariev su Unsplash
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