Nessuna pace per Gaza
Lo stop di Israele all’ong Msf: la Striscia schiacciata tra bombe, macerie e malattie croniche
A fine mese, l'ong dovrà smantellare la propria missione. La decisione è delle autorità israeliane perché Medici Senza Frontiere ha scelto di non condividere la lista con i dati del personale palestinese e internazionale in assenza di garanzie. Chiara Lodi, coordinatrice medica dell'ong a Gaza: «Ci sono tantissimi casi soprattutto di diabete, ma anche di ipertensione, di ipotiroidismo e malattie cardiovascolari». La presidente Monica Minardi: «Sarà una catastrofe per centinaia di migliaia di palestinesi che non potranno più accedere a cure essenziali»
Cessate il fuoco: due parole che a Gaza più che un accordo indicano un’idea. Nella Striscia, infatti, i combattimenti e soprattutto i bombardamenti dell’esercito israeliani non si sono mai fermati del tutto nonostante l’intesa raggiunta a ottobre con Hamas. Nel fine settimana, alcuni raid dell’esercito di Tel Aviv su Gaza City e Khan Younis hanno ucciso almeno 30 gazawi, ma altre fonti parlano di 46. Da ottobre, sono oltre 500 le persone morte a causa del protrarsi delle ostilità, cui vanno aggiunte quelle morte a causa di traumi riportati in precedenza e le vittime del freddo. La popolazione, ancora in larghissima parte sfollata, cerca di costruirsi una normalità che sa potrebbe crollare da un momento all’altro. «Le persone sono impaurite, nel senso che quando ci sono nuovi bombardamenti, come negli ultimi giorni, temono che il cessate il fuoco salti, come è già successo in passato», racconta al telefono Chiara Lodi, coordinatrice delle attività mediche di Medici senza frontiere nella Striscia.
A fine mese, l’ong dovrà smantellare la propria missione. La decisione è delle autorità israeliane perché Msf ha scelto di non condividere la lista con i dati del personale palestinese e internazionale in assenza di garanzie. In un contesto in cui i servizi essenziali come cibo, acqua, abitazioni, assistenza sanitaria e carburante sono ancora lontani dall’essere assicurati e in cui il sistema sanitario è largamente non funzionante, si tratta di un duro colpo all’intervento umanitario in favore dei civili. Con 15 strutture proprie, altre tre in cui opera e sette che sostiene, nel 2025 Medici senza frontiere è stata l’ong che ha fornito il maggior numero di prestazioni sanitarie a Gaza: ha effettuato oltre 800mila visite, 27mila interventi chirurgici, assistito un parto su tre e sostenuto un posto letto ospedaliero su cinque.
Lodi è nella Striscia da dicembre, ma ci era già stata l’anno scorso, da febbraio ad aprile. Rispetto ad allora, sono cambiati i bisogni della popolazione. Se prima l’assistenza medica si concentrava sul trattamento di traumi dovuti ai bombardamenti, in questa fase i problemi principali riguardano soprattutto le malattie croniche e le conseguenze della malnutrizione. «Ci sono tantissimi casi soprattutto di diabete, ma anche di ipertensione, di ipotiroidismo e malattie cardiovascolari», sottolinea Lodi. Si tratta di condizioni mediche trascurate durante il periodo di conflitto più intenso sia per una “questione di priorità” sia a causa della mancanza di farmaci e materiale sanitario, con il risultato che le malattie si siano acutizzate. La malnutrizione, che piano piano sta calando, colpisce soprattutto sui bambini, lasciando strascichi che possono durare per diverso tempo.
In questo quadro fragile, Israele ha riaperto il valico di Rafah, che collega il sud della Striscia all’Egitto. Per molti rappresenta l’avvio di una nuova fase di stabilizzazione, con più ingressi di aiuti e maggiore possibilità di uscire, soprattutto per curarsi. Da quanto filtra, però, gli accessi per le persone saranno una manciata al giorno: 150 da Gaza all’Egitto, 50 in senso inverso. Troppo pochi per alleggerire la pressione sul sistema sanitario della Striscia. Tra i bisogni più trascurati durante i due anni di guerra c’è la salute mentale. «Una volta c’era un ospedale psichiatrico, ma è stato distrutto, e la maggior parte degli specialisti se ne è andata nelle prime fasi del conflitto», spiega Lodi. La mancanza prolungata di un intervento su questo fronte si fa sentire: «I pazienti che riusciamo a seguire hanno complicazioni spesso in fase acuta, che noi cerchiamo di stabilizzare, ma in generale a Gaza un impegno su questo manca tanto».
A colpire è anche il paesaggio urbano. Nonostante la fine dei bombardamenti massicci a ottobre, la maggior parte degli edifici nella Striscia è distrutta. «Vediamo una grande differenza tra il nord e il sud», racconta l’operatrice umanitaria. «A Gaza City sarà rimasto in piedi un palazzo su dieci. Fino a poco tempo fa, quando arrivavi in auto dovevi fare a zigzag tra le macerie, ma ora le stanno ripulendo. Il sud della Striscia, dove si sono rifugiati gli sfollati del nord, sembra invece una mega tendopoli. Qua e là c’è una casa diroccata e intorno dieci, quindici tende». Un’emergenza aggravata dal freddo, che si infila sotto le tende e impregna i vestiti bagnati ogni volta che piove, causando ipotermia (sono almeno 10 i bambini morti di freddo da ottobre, secondo l’Onu) e malattie respiratorie. La vita in tenda, che spesso sono sovraffollate, determina poi condizioni igieniche scarsissime, a loro volta causa, insieme alla mancanza di accesso all’acqua, di malattie della pelle come parassitosi e scabbia.
C’è una cosa che per Lodi racconta più di tutto cosa voglia dire vivere a Gaza. «A marzo, ero in ufficio con tutti i colleghi e una di loro mi ha detto: “Dai Chiara, facciamo una fotto tutti insieme”. Quando le ho detto di farlo l’indomani, ha ribattuto subito: “No, no, a Gaza non sai mai com’è domani, è meglio che la facciamo adesso”. Il giorno dopo sono ricominciati i bombardamenti». Un’incertezza che è dimensione quotidiana per tutti i due milioni di palestinesi che da fine febbraio dovranno fare i conti con l’assenza di Msf a causa delle imposizioni del governo di Benjamin Netanyahu. «Le autorità israeliane hanno messo le organizzazioni umanitarie, tra cui Msf, davanti a una scelta impossibile: condividere le informazioni sul personale o interrompere le cure mediche salvavita, in un contesto caratterizzato da bisogni umanitari enormi e violenze estreme contro gli operatori sanitari», attacca Monica Minardi, presidente di Msf Italia. «I palestinesi a Gaza stanno affrontando un inverno brutale tra le rovine delle loro case e hanno un bisogno estremo e urgente di più assistenza umanitaria, non di meno. Se Msf sarà costretta a cessare le proprie attività, sarà una catastrofe per centinaia di migliaia di palestinesi che non potranno più accedere a cure essenziali».
In apertura: sfollati a Khan Younis (Motafem Abu Aser/Msf)
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