La repressione

L’orrore e il terrore raccontato da chi è tornato dall’Iran. E un solo appello: «Non lasciateci soli»

Gli iraniani residenti in Italia, che qui studiano e lavorano, hanno cominciato a parlare di quello che hanno visto e vissuto durante le settimane che dovevano essere di vacanza e invece sono state giornate di proteste ma anche un incubo per la repressione. Tra il senso di colpa di chi è fuggito e il dolore per i caduti, emerge un unico appello al mondo: non dimenticare il massacro in corso

di Cristina Giudici

Sono rientrati alla chetichella, storditi, furiosi, vittime di un trauma che non riescono a elaborare. Con sentimenti contrastanti e sensi di colpa per essere sopravvissuti e ora al riparo dalla violenza che continua ad abbattersi su amici e parenti. Alcuni confidano di sentirsi inutili anche se ora possono testimoniare, amplificare la voce di chi invece è rimasto intrappolato in Iran.

Gli iraniani residenti in Italia che qui studiano e lavorano hanno cominciato a parlare di quello che hanno visto, vissuto, durante le settimane che dovevano essere di vacanza e invece sono state giornate di proteste ma anche un incubo per la repressione. Gli eccidi di migliaia di persone, forse 12mila, probabilmente molti di più secondo le organizzazioni e fonti indipendenti che stanno ricostruendo una repressione senza precedenti. Insomma l’inferno in terra, nella loro terra. Ognuno di loro offre un fotogramma, una sequenza di un film dell’orrore che ha visto. Elahe ad esempio. Vive da 12 anni in Italia dove ha studiato e ci racconta di aver preso un volo, forse l’ultimo per la Turchia, e non riesce a fare ordine nella sequenza cronologica dei giorni folli di ribellione e terrore che ha vissuto prima di rientrare a Milano pochi giorni fa. Era a Mashhad, la seconda città santa dell’Iran, dove vive la sua famiglia e dove le proteste sono state particolarmente estese e fragorose.

«I ragazzi, tantissimi ragazzi erano organizzati per lottare, scappare, tentare di sopravvivere. I miei amici mi dicevano di restare a casa che loro non avevano nulla da perdere e qualcuno mi ha fatto compagnia per costringermi a restare a casa per proteggermi», racconta a VITA, «ma eravamo tutti in piazza: giovani, adulti, anziani, famiglie, bambini. Tutti uniti, volevamo tutti la stessa cosa: la libertà, la fine della dittatura ma poi, poi, non so cosa ci faccio qui ora», dice senza riuscire a trattenere le lacrime che le rigano il volto giovane e un’espressione incredula che pare un grande punto interrogativo. Lei è venuta in Italia per studiare moda e design ed è stata in Iran per il primo anniversario della protesta di Donna, Vita, Libertà. Ci ha confidato l’immensa fatica che prova per riuscire a mettere in ordine tutto quello che ha in testa. Parla dei laser puntati contro i manifestanti, dei cecchini appostati sui tetti, delle raffiche di mitragliatrici. Esasperata oltre che disperata esclama con urlo che le resta in gola: «Le linee telefoniche avevano smesso di funzionare, eravamo chiusi, bloccati all’interno di una strada! Sentivo i rumori degli spari e poi non vedevo più i corpi, sentivo le urla, poi il silenzio. I miei amici mi dicevano “Stai giù, non muoverti”. E quando mi sono alzata in piedi, c’era il sangue ma i corpi, i cadaveri poi sono stati portati via». Elahe ha perso un amico, una di quelle sere, e l’ha saputo il giorno dopo perché si erano persi di vista. «Siamo andati a prendere il suo corpo, chiedevano soldi anche per i proiettili perché per loro noi siamo tutte spie, stranieri, entità avulse eppure mai come ora c’era un intero popolo nelle strade a protestare. Una cosa così non avrei mai potuto immaginarla», continua a ripetere. «Ho tanti amici che hanno perso amici, parenti».

Tante, troppe vittime. Poi ci parla di suo cugino, ancora non l’ha sentito, si augura che stia bene, che sta finendo gli studi di medicina. «Lui usciva per le strade per aiutare con medicinali perché le persone ferite non volevano andare in ospedale dove potevano essere sequestrate o uccise e lui sapeva dove portarli, bussava a porte che si aprivano per dare rifugio ai feriti. Si erano organizzati per salvare le persone». Qualche volta Elahe è uscita nel cuore della notte con i suoi amici per vedere cosa era successo. «Sembrava di essere in un film sulla fine del mondo. Sulle pareti c’erano gli slogan per lo Scià o per Donna, Vita, Libertà scritti con il sangue». E ora continua a dire: «Cosa faccio qui, ora. Lavoro, pago le bollette, parlo della repressione, ma cosa faccio qui», si chiede con uno sguardo stordito perché ci vorrà tempo per capire, assimilare, riprendere a respirare. Sempre che sia possibile farlo. Poi prende la parola alla celebrazione commemorativa, in memoria di tutti gli iraniani caduti in queste settimane organizzata a Milano, in piazza del Duomo. Fra le candele e i sussurri, manifesta tutta la sua disperazione.

Sajjad lo abbiamo incontrato alla manifestazione sotto al Consolato iraniano. Tornato in Italia il 12 gennaio, passando dalla Turchia. Sembra averla presa in modo più razionale, chissà se è davvero così. Lui viene dalla provincia sud-occidentale del Khūzestān che arriva al confine iracheno. In Italia lavora come project manager ed è ingegnere. Ricorda cosa è successo dal primo giorno del blackout con cui il regime ha cercato di nascondere al mondo la repressione dei pasdaran. «I primi giorni accompagnavo giovani, ragazze all’ospedale, feriti. Anche da noi in piazza a protestare c’erano tutti: famiglie giovani, adulti, anziani. Ho visto tanto sangue per le strade, sentivo gli spari in continuazione. La sera del 9 gennaio sono andato a casa di un amico nella città di Ahvaz dove le forze paramilitari dei basij mi hanno fermato. Lui, il mio amico, era in uno di quegli appartamenti che si erano organizzati per aprire le porte ai manifestanti e offrire rifugio a chi scappava. Le milizie erano lì per sorvegliarli».

Il 12 gennaio Sajjad era a Teheran dove ha preso uno degli ultimi voli. In aeroporto c’era molta gente che gli chiedeva a chi andava all’estero di contattare persone via WhatsApp. «I miei amici e familiari erano contenti che me ne andassi perché così avrei potuto parlare di cosa è successo ma io non mi sento molto bene. Ho una vita qui e nella mia città c’è il coprifuoco con le milizie che controllano le strade ma mi sento anche in colpa per essere rientrato, al sicuro». Mahyar Molayan non ha paura di metterci la faccia, il nome e il cognome. Vuole dire quello che ha visto. E parla di un dettaglio che colpisce nel racconto sui morti, le raffiche di mitra, il bagno di sangue organizzato e commesso dai guardiani della rivoluzione, i pasdaran. «I vigili del fuoco avevano ricevuto l’ordine di gettare acqua bollente contro i manifestanti e si sono rifiutati. I pasdaran li hanno minacciati ma non hanno eseguito l’ordine. Poi sono arrivati i cecchini su tetti ed è cominciata la repressione sistematica e allargata a tutta la popolazione. Ho promesso ai miei amici che avrei amplificato le loro voci e voglio mantenere la promessa», spiega con piglio deciso.

Mentre parla, accanto al Consolato iraniano, una donna lo fotografa, ci fotografa, poi scrive e manda messaggi probabilmente all’ambasciata. Un incidente che non intimorisce tutte le persone che hanno cominciato a parlare. Come Aslan Khoubi Nejad arrivato da Bolzano con il figlio e la foto incorniciata del fratello ucciso a Isfahan, Habib Khoubi Pour: un matematico e storico oppositore del regime. «Gli hanno sparato in testa. Alla mia famiglia è stato chiesto di firmare un modulo in cui dichiarava che lui fosse un membro dei basij e dimostrare così che i manifestanti sono terroristi. La loro violenza è sadica. Come hanno potuto pensare che potessimo tradire la sua memoria?», ci dice con una rabbia sorda. «Un medico oculista ci ha riferito di seimila persone colpite agli occhi in un solo ospedale». Aslan offre lezioni private e consulenze online, aiutando studenti iraniani che arrivano in Europa per studiare. E sta sentendo storie di tanti giovani appena rientrati che ancora non riescono a parlare, troppo traumatizzati dai crimini ai quali hanno assistito. Arash Shojaei, giovane architetto che ha studiato a Milano, ci ha messo in contatto con tutti quelli che sono rientrati e stanno gradualmente uscendo allo scoperto per dare un contributo al racconto corale dell’eccidio avvenuto in Iran in quello che loro ricorderanno come l’anno del sangue perché vogliono che il mondo sappia e soprattutto non dimentichi. E oggi ci ha scritto di essere confuso perché ha appena saputo di aver perso cinque amici, uccisi il 9 gennaio. E come tutti ci chiede una cosa sola. «Non lasciateci soli».

Credit foto Lorenzo Ceva Valla

Vuoi accedere all'archivio di VITA?

Con un abbonamento annuale puoi scaricare e leggere più di 100 numeri del nostro magazine: ogni numero una storia sempre attuale. Oltre a tutti i contenuti extra come le newsletter tematiche, i podcast, le infografiche e gli approfondimenti.