Scuola & Pace

L’Università di Trento offre 10 posti per studenti in fuga dalla guerra: arrivano 16mila candidature

Oltre 16 mila candidature da Palestina, Afghanistan, Sudan e altri Paesi in conflitto: numeri inattesi, che hanno fatto pensare ad un attacco informatico. L’ateneo avvia ora una difficile selezione, che incide sul futuro di migliaia di giovani in cerca di protezione. La prorettrice Barbara Poggio: «Sarà una sofferenza, perché sai che chi viene rifiutato non è che andrà in un'altra università. Sai che stai decidendo sulla vita di una persona. Faremo colloqui individuali: per rispetto, non possiamo permetterci di avere persone che abbandonano»

di Francesco Crippa

Trento

Sono oltre 16mila le candidature che l’Università di Trento ha ricevuto in risposta al bando per 10 posti dedicati a studenti provenienti da aree di conflitto. Numeri così elevati e sproporzionati che, sulle prime, gli uffici dell’ateneo hanno pensato a un attacco informatico. «Non sono arrivate solo le domande, ma anche tantissime mail, sia all’indirizzo dedicato che alla mia e a quella di altri colleghi, in cui si chiedeva un aiuto nel completare il processo di iscrizione per se stessi o per altri», racconta Barbara Poggio, prorettrice alle politiche di equità e diversità. Alcuni hanno riferito di avere problemi di connessione, altri di avere tempo limitato per completare la procedura prima di rischiare di essere scoperti dalla polizia di regime, altri hanno solo raccontato la propria storia.

Il lavoro di selezione non sarà semplice. Non solo per la mole di candidature pervenute, ma anche per la consapevolezza delle conseguenze che la selezione avrà. «È una cosa che viviamo ogni anno con altri progetti, anche se con numeri diversi», spiega Poggio. «Per esempio, il progetto Futura (Formazione universitaria per rifugiati e richiedenti asilo), mette a disposizione cinque posti e riceviamo centinaia di candidature l’anno. Ogni volta è una sofferenza, perché sai che chi viene rifiutato non è che andrà in un’altra università, quindi sai che stai decidendo sulla vita di una persona».

Più della metà delle richieste pervenute viene dalla Palestina, le altre da Afghanistan, Sudan, Siria e Yemen e via via vari altri Paesi attraversati da guerre e conflitti. «L’università ha una responsabilità sociale e umanitaria», sottolinea Poggio. «Un pezzo del lavoro è certamente formare competenze, ma poi bisogna anche essere attenti a territorio e al mondo. Inizialmente, vista l’attenzione e la sensibilità del momento, avevamo pensato di concentrarci solo sulla Palestina, anche perché scegliendo un solo territorio riduci la complessità. Tuttavia, abbiamo fatto un bando aperto perché era sarebbe stato difficile giustificare il perché si era scelto un’area di conflitto piuttosto che un’altra».

Barbara Poggio, sociologa e prorettrice alle politiche di equità e diversità dell’Università di Trento

A breve inizieranno le operazioni di scrematura. In una prima fase verranno esaminati i titoli, poi si procederà con dei colloqui individuali a cui parteciperanno anche gli esperti delle varie materie, per valutare le competenze dei candidati. «Ci siamo accorti che in altri progetti che abbiamo sviluppato alcuni studenti si perdevano per strada, perché magari chi arriva non ha la concentrazione o gli standard adatti. Per questo abbiamo deciso che ci sarà un’anno di preparazione, che dovrebbe iniziare a settembre, prima della possibilità di partire con i corsi di laurea», continua la prorettrice. «Siccome ogni posto e ogni progetto sono come una goccia nel mare, l’impatto va valutato dall’esito del percorso: per questo non possiamo permetterci di avere persone che abbandonano».

In ogni caso, tanto il bando per studenti che fuggono da aree di conflitto, quanto Futura o Unicore (University corridors for Refugees, progetto promosso da numerosi atenei italiani con il supporto dell’Unchr, del ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, di Caritas Italiana, di Diaconia Valdese, Centro Astalli e altri partner, che ogni anno mette a disposizione un posto per una persona già rifugiata e in possesso di una laurea triennale conseguita in uno dei Paesi aderenti che intenda iscriversi ad un corso di laurea magistrale in lingua inglese), non sono progetti che riguardano solo il diritto allo studio, ma toccano in senso lato l’accoglienza e l’integrazione. «Spesso chi arriva ha subito gli schock della guerra, è stata vittima di uno stupro, ha dovuto fare il viaggio attraverso il Mediterraneo… Sono persone che vanno accompagnate. Per questo il servizio psicologico e quello di tutorship sono fondamentali, così come l’anno di preparazione che li aiuta a orientarsi, perché magari arrivano che vogliono fare una cosa ma poi si rendono che vorrebbero virare su altro. E poi grazie a un accordo con le associazioni sanitarie locali offriamo assistenza medica, assistenza legale, accompagnamento al lavoro».

L’auspicio di Poggio è che altre università partecipino a questo progetto di accoglienza, con bandi analoghi o simili che possano magari assorbire alcune delle richieste che l’ateneo trentino dovrà scartare.

In apertura, Trento in una foto di Matteo Squillante su Unsplash

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