Il mondo di Trump
«Maduro doveva cadere, ma c’erano altri modi. Usare la forza al posto della giustizia è lo schema della mafia»
Riccardo Moro, professore di Development policies all’Università degli Studi di Milano, da molti anni impegnato con le reti internazionali di società civile: «Bisogna costruire un percorso condiviso e convergente verso un orizzonte di sostenibilità per tutti, riducendo le disuguaglianze e coinvolgendo tutti gli attori sociali presenti in Venezuela, non imponendo la forza dall'estero. Chi ha forza utilizzi l'autorevolezza che ritiene gli derivi per favorire la convocazione di un tavolo di solidarietà nazionale. Maduro non è affatto senza colpe né è fuori luogo auspicare un cambio di regime, ma non è quello di Trump il metodo»
di Anna Spena
L’immagine di Nicolàs Maduro Moros in tuta grigia, occhiali oscuranti, le mani legate che stringono una bottiglia di plastica, le orecchie coperte, hanno fatto il giro del mondo. L’operazione “Maduro out” era cominciata la scorsa estate, quando Donald Trump autorizzò la Cia a condurre azioni sotto copertura in Venezuela. All’alba del 3 gennaio Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati a Caracas da forze speciali statunitensi, in un’operazione annunciata direttamente dal presidente Usa Donald Trump su Truth Social e accompagnata da raid aerei contro infrastrutture militari e portuali. Quella che Maduro ha tenuto in piedi è una dittatura, quello che ha fatto Trump calpesta il diritto internazionale. Intervista a Riccardo Moro, che insegna Development policies all’Università degli Studi di Milano.
Il Venezuela, Trump, l’opinione pubblica mondiale. Da dove partiamo?
È molto difficile muoversi in questo quadro, dare giudizi sicuri. La tentazione che hanno tutti è quella del manicheismo: tutto bianco o tutto nero, dividendo il mondo in due. Invece ci sono mille gradazioni di grigio dappertutto e a maggior ragione in questa situazione. In termini generali, il Venezuela è un Paese sovrano, membro delle Nazioni Unite, che partecipa all’Assemblea Generale e a diversi tavoli regionali. Non ha subito un colpo di Stato recentemente che abbia sospeso gli organi costituzionali e ha una Costituzione. Ha svolto diverse elezioni in passato con osservatori internazionali e, fino all’ultima elezione, non si poteva dire che fosse un governo illegittimo dal punto di vista strettamente giuridico.
E le ultime elezioni?
Le ultime elezioni hanno subito forti contestazioni. Alcuni governi non hanno riconosciuto il risultato, la membership del Venezuela è stata sospesa da alcune organizzazioni, ma non da tutte. Questo però non consente di considerare illegittimo il governo venezuelano. Anche le recenti elezioni in Ecuador sono state fortemente contestate, l’opposizione ha prodotto prove di brogli, ma questo non ha reso formalmente illegittimo il governo ecuadoregno.
Bisognerebbe usare l’autorità di cui si disponde per convocare un tavolo di solidarietà nazionale. Andare a catturare qualcuno e lasciare le cose come stanno, dicendo “adesso cambierà tutto” e seminando paura non è politica: è arroganza
Dove si colloca il diritto davanti a questo scenario?
Questo quadro non credo possa giustificare, sotto alcun aspetto del diritto internazionale, un’azione come quella che è stata svolta dall’amministrazione Trump. Ci è stata presentata come un’operazione di cattura di un imputato presso le corti statunitensi: cioè gli Stati Uniti stanno perseguendo una persona per potenziali reati commessi rispetto alla legge statunitense e lo arrestano. È una cosa possibile anche nei confronti di un cittadino straniero. Non si è mai sentito, però, che l’arresto possa avvenire fuori dal territorio nazionale senza un accordo con lo Stato e i territori presso cui l’imputato si trova. A livello nazionale, per esempio, abbiamo assistito a mille indagini, pensiamo alla mafia o al terrorismo, che hanno consentito di catturare persone fuori dal territorio nazionale, ma in base ad accordi esistenti. In questa vicenda invece non c’è stata nessuna collaborazione delle forze di polizia locali nella cattura di Maduro. Nè esisteva un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte dell’Aia, che peraltro gli Usa continuano a non riconoscere. In sintesi: quello di Trump è un atto che, per ciò che sappiamo oggi, è palesemente contrario al diritto internazionale.
È opinione condivisa che quella di Maduro sia, o a questo punto, sia stata una dittatura. È una opinione che non guarda ai toni di grigio di cui parlava prima?
Maduro non è privo di colpe o di zone molto scure, il suo governo ha operato limitazioni di libertà inaccettabili. Ma dobbiamo anche guardare al percorso storico del Paese. L’affermazione di Chavez non ha promosso una democrazia del tutto trasparente, certamente. Però è vero che il Venezuela pre-Chavez era un Paese con disuguaglianze clamorose, tra le più gravi dell’America Latina, e l’ascesa di Chavez ha avviato un percorso che ha comportato un miglioramento per le fasce più vulnerabili, ha promosso e dato dignità alle comunità locali, in particolare quelle indigene. Chavez era un uomo di grande fascino, che grazie a questo aveva conquistato consenso anche internazionale. Maduro ha una personalità diversa, di minor levatura e meno abile. Non a caso con lui la situazione sociale ed economica è peggiorata drasticamente, con l’inflazione più alta del pianeta, e con una grave diffusione della corruzione. Tuttavia, dobbiamo tenere presente il percorso che Maduro ha tentato di proseguire e le illusioni che ha acceso, senza credere alla favola delle compagnie petrolifere che arrivano a estrarre per dare i soldi ai poveri.
Il Venezuela rimane in una situazione umanitaria drammatica, situazione dovuta anche alla gestione di Maduro. Quindi come si difende la popolazione da una dittatura?
Con la politica! Non esiste che io vada con la violenza ad impormi. Ci sono molte situazioni di povertà estrema o di violazione dei diritti nel Sud del mondo. Le combattiamo a gran voce, alcuni dedicano e addirittura sacrificano la vita per difendere i più vulnerabili, ma non con le armi. L’intervento armato non risolve nulla, crea solo dolore, genera rancore e desiderio di vendetta. Senza un dialogo le cose non si risolvono. È molto difficile pensare di risolvere gravi disuguaglianze interne senza una percorso politico robusto. Bisogna costruire un percorso condiviso e convergente verso un orizzonte di sostenibilità per tutti, riducendo le disuguaglianze con le forze sociali presenti in Venezuela, non con la forza dall’estero. Bisognerebbe usare l’autorità di cui si disponde per convocare un tavolo di solidarietà nazionale. Andare a catturare qualcuno e lasciare le cose come stanno, dicendo “adesso cambierà tutto” e seminando paura non è politica: è arroganza.
La premier Meloni ha definito quella di Trump “un’azione difensiva legittima”
Il nostro governo mi sembra molto attento a non rompere la relazione con Trump. Soprattutto ora che la premier ha firmato un documento, con altri Paesi europei e membri della Nato sulla Groenlandia, che ricorda la necessità di rispettare i confini e la sovranità dopo che il presidente statunitense aveva dichiarato che la Groenlandia è statunitense. Penso che, proprio in ragione di quella posizione, il nostro governo stia tentando di mostrare un volto particolarmente “friendly” nei confronti degli Stati Uniti, timoroso di perdere una relazione personale che sembra buona tra i due leader. Ma addirittura definire quella di Trump un’azione difensiva legittima è irresponsabile dal punto di vista politico e giuridico. Questo non significa che Maduro sia senza colpe o che non sia corretto auspicare un cambio di regime, ma non è questo il metodo perché apre una porta pericolosa: domani la Cina entra a Taiwan, il leader nordcoreano bombarda la Corea del Sud, la Russia si sente legittimata ad andare oltre l’Ucraina, l’Arabia Saudita adotta soluzioni finali in Yemen… Tutto questo significa mettere a serio rischio la sicurezza internazionale globale. Non è ammissibile pronunciare certe parole dal punto di vista politico e men che meno giuridico. Il nostro Ministro degli Esteri tempo fa disse che il diritto internazionale vale solo fino a un certo punto; certo una leggerezza, non una dichiarazione violenta, ma esprime la scarsa attenzione di questo governo verso il rispetto rigoroso delle regole internazionali come strumento per far prevalere la giustizia sulla forza.
È necessario irrobustire i processi multilaterali, proprio quelli che l’amministrazione Trump sta indebolendo perché promuove una logica in cui le crisi non si affrontano col dialogo ma con la forza. Le nazioni più piccole e vulnerabili, vedendo questo, tenderanno ad allearsi non con chi è più giusto ma con chi è più forte e abile a proteggerle meglio. È un fenomeno che in Italia conosciamo bene e non ha nulla a che fare con la politica e la giustizia: lo chiamiamo mafia
Trump troverà difficoltà interne nella gestione della evoluzione venezuelana?
Molti esponenti dello Congresso statunitense sono gravemente irritati per non essere stati consultati e hanno detto che questa si configura come un’azione di guerra, perché è un’azione fuori dal territorio fatta con forze militari e, come tale, dovrebbe essere autorizzata dal Congresso. Trump, in un modo non molto diverso da quanto fece Putin per l’Ucraina, ha parlato di operazione speciale. Interrogato dai giornalisti ha detto in modo disinvolto che “non ha bisogno del diritto internazionale”. Il Senato ha approvato un documento che impone al presidente l’autorizzazione del Congresso per ulteriori passi in Venezuela, anche se Trump ha già promesso il veto, in caso di approvazione anche da parte della Camera. La tensione politica negli Stati Uniti è molto alta, aggravata anche dalle azioni dell’Ice. Siamo di fronte a quello che appare come un attentato ai processi democratici istituzionali, che generà una situazione di instabilità interna grave e duratura.
Ci troviamo davanti a uno scenario molto complesso a livello mondiale
Papa Francesco parlava di terza guerra mondiale a pezzi. Abbiamo moltissimi luoghi di tensione delicatissimi. È necessario irrobustire i processi multilaterali, proprio quelli che l’amministrazione Trump sta indebolendo perché promuove una logica in cui le crisi non si affrontano col dialogo ma con la forza. Le nazioni più piccole e vulnerabili, vedendo questo, tenderanno ad allearsi non con chi è più giusto ma con chi è più forte e abile a proteggerle meglio. È un fenomeno che in Italia conosciamo bene e non ha nulla a che fare con la politica e la giustizia: lo chiamiamo mafia. Le situazioni di delicatezza sono numerose. Oltre all’Ucraina e alla vulnerabilità delle Repubbliche Baltiche, c’è la tensione in Sudan e in diverse aree africane, dai governi militari in Sahel, al confronto sull’acqua nel bacino del Nilo. E poi Taiwan, la Corea del Nord e il Medio Oriente, influenzato anche dall’evoluzione in Venezuela, per la relazione privilegiata tra Caracas e Teheran su petrolio e droni. In questo quadro, più creiamo una condizione in cui la politica non conta e conta solo la logica del fatto compiuto, più rendiamo il mondo vulnerabile.
Foto: manifestanti espongono cartelli davanti alla sede dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), martedì 6 gennaio 2026, presso l’OSA a Washington/AP Photo/Jacquelyn Martin/LaPresse
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