L'altra faccia dell'adozione internazionale
Mango Seeds, la cura dei genitori adottivi per i bambini che restano in istituto
Non è solo il desiderio di aiutare l'istituto in cui i loro figli sono cresciuti. È un voler prendersi cura di tutti i bambini, consapevoli delle emozioni contrastanti che vivono i bambini che sanno che andranno in adozione e quelli che restano: qui c'è spazio anche per la gelosia, la frustrazione, la rabbia. Mango Seeds è un progetto di Avsi interamente sostenuto dalle famiglie che negli ultimi sei anni hanno adottato in Sierra Leone. Niente letti o pozzi: hanno scelto di partire dalla formazione degli operatori
In Sierra Leone, negli istituti dove vivono i bambini in stato di abbandono, c’è un momento che raramente viene raccontato: quello che segna il discrimine tra un “prima” e un “dopo”, tra i “scelti” e i “non scelti”. Prima e dopo l’annuncio che quel bambino, lui e non un altro, andrà in adozione: come vivono quella scelta i compagni? E gli operatori? È un tema delicatissimo, balzato agli occhi – e ai cuori – dei genitori che con Avsi hanno adottato proprio in Sierra Leone, paese in cui l’ente è presente fin dal 1999.
“Mango Seeds – Radici forti per bambini protetti” è un progetto di Avsi interamente sostenuto dalle stesse famiglie italiane che negli ultimi sei anni hanno adottato in Sierra Leone. Una quarantina di famiglie che, tornando in Italia insieme ai loro figli, hanno sentito il peso di ciò che stavano lasciando lì e il desiderio di farsi carico in qualche modo del destino anche degli altri bambini, con cui i loro figli avevano condiviso tutto.

Guardare l’adozione non come atto isolato
«Non volevamo che l’adozione fosse un atto isolato, agito in un contesto fragilissimo» spiega Marco Rossin, responsabile delle adozioni internazionali di Avsi. «Se davvero vogliamo parlare di protezione dell’infanzia, allora dobbiamo preoccuparci anche dei bambini che non partiranno mai e degli adulti che li accompagnano ogni giorno». La Sierra Leone, racconta, è tra i Paesi al mondo con il maggior numero di bambini in stato di abbandono: le strutture di accoglienza spesso sono sovraffollate, presentano gravi carenze sia sul piano strutturale e igienico-sanitario che su quello educativo, poiché lavorano con un personale non particolarmente formato e con poche risorse disponibili.
Il primo impegno di Avsi è stato quello di identificare gli istituti con cui collaborare per le procedure adottive, scegliendo quelli che garantissero condotte etiche e fossero sufficientemente strutturate da poter raccogliere la necessaria documentazione sui bambini, da fare un lavoro con le comunità di origine e tentare un reinserimento dei bambini nella comunità prima di optare per l’adozione internazionale. La prospettiva sussidiaria dell’adozione internazionale che è scritta nero su bianco nella Convenzione dell’Aja, insomma.
Se davvero vogliamo parlare di protezione dell’infanzia, allora dobbiamo preoccuparci anche dei bambini che non partiranno mai e degli adulti che li accompagnano ogni giorno
Un aiuto per chi resta, ma quale?
Non è raro che una famiglia italiana che va dall’altra parte del mondo per adottare, resti legata al Paese d’origine del proprio figlio, voglia contribuire economicamente a sostenere l’istituto dove il proprio figlio ha vissuto per anni, si senta in dovere di “restituire” qualcosa. Spesso però ci si concentra, anche nelle azioni di aiuto, su interventi materiali: capita che arrivino cappellini per il sole che nessuno indossa, materassi e letti che vengono prontamente rivenduti, pozzi di cui nessuno fa manutenzione. Questa volta si è fatta una scelta diversa: puntare sulla formazione di chi ha in cura i bambini, nella convinzione che la cura dei bisogni affettivi dei bambini sia tanto importante quanto quella dei loro bisogni materiali.

«Nel 2019 abbiamo iniziato a condurre indagini sul campo, che ci aiutassero ad orientare meglio il nostro supporto agli istituti, al di là delle adozioni», spiega Rossin. Emergono temi rilevantissimi: un accesso insufficiente alle cure mediche per i bambini, inclusi i programmi di vaccinazione; carenze nei metodi educativi tra operatori e bambini, che incidono sul benessere relazionale dei minori; mancanza di una preparazione emotiva e psicologica dei bambini in procinto di essere adottati e di quelli che rimarranno in istituto.
«A questo si è aggiunto il fatto che le stesse famiglie adottive ci hanno riportato le loro riflessioni sulla fatica emotiva e psicologica dei bambini che restano e che vedono un loro compagno partire, con una mamma e un papà. Passano mesi tra il momento in cui al bambino viene comunicato che andrà in adozione e l’effettiva partenza: in quell’arco di tempo i minori accolti in istituto – che in realtà hanno età molto varie, dagli zero ai 17/19 anni – vivono sentimenti e stati d’animo diversi, che ovviamente includono anche la gelosia, la frustrazione, la rabbia di chi non andrà in adozione», spiega Rossin.
Passano mesi tra il momento in cui al bambino viene comunicato che andrà in adozione e l’effettiva partenza: in quell’arco di tempo i minori accolti in istituto – che hanno età molto varie, dagli zero ai 17/19 anni – vivono sentimenti e stati d’animo diversi, che includono anche la gelosia, la frustrazione, la rabbia di chi non andrà in adozione
Un bambino “non scelto” non è un bambino “di serie b”
Dire di bambini che “non sono stati scelti” è qualcosa che va spiegato: benché la legge del Paese non impedisca ad una famiglia di scegliersi il bambino che vuole, questo è impossibile nel sistema adozioni che l’Italia ha scelto di avere. Ma al di là di questo è evidente che ogni abbinamento è un matching tra un bambino specifico e una coppia specifica, sostenuto da riflessioni e considerazioni che puntano a individuare i migliori genitori possibili per quello specifico minore: un abbinamento, per definizione, lascia fuori qualcuno. «I genitori, anche mesi dopo essere rientrati, hanno iniziato a riportarci le fatiche dei loro figli rispetto alle reazioni “di chi resta”, che spesso si sente “di serie B” e pensa di “valere meno” perché non partirà. Da qui è emersa la volontà di prendersi cura di tutti i bambini, partendo dalla formazione degli operatori», continua Rossin.
Partire dalle emozioni degli operatori
Il cuore di Mango Seeds è la formazione, realizzata a fine ottobre: sette giorni intensivi per 50 operatori di cinque istituti, educatori, direttori ma anche cuochi e cleaner. «Per molti è stata la prima formazione della vita. Non solo su igiene, nutrizione o salute, ma su relazione, attaccamento, emozioni: abbiamo visto operatori piangere, chiedere scusa, raccontare cose che non avevano mai detto», continua Rossin. «E quando un adulto cambia sguardo, il bambino se ne accorge immediatamente». Se di primo acchito tutti dicono che “un bambino che non è stato scelto deve essere felice per chi parte”, andando a scavare in realtà anche loro si sentono in colpa, sia verso i bambini che restano, sia verso quelli che partono. Qualcuno rivive le emozioni vissute da piccolo, quando lui stesso o lei stessa ha fatto l’esperienza del “non essere scelto”. Altri comprendono la sofferenza di chi sa che sta per perdere l’amico con cui ha condiviso tutto, anche il letto. Tanti si chiedono se davvero l’adozione internazionale sia la scelta giusta.

«Fare spazio alle proprie emozioni e riconoscerle è la premessa per fare spazio e riconoscere le emozioni dei bambini», sottolinea Rossin. L’altro aspetto cruciale è l’approfondimento su cosa sia “l’adozione” e il processo adottivo: «Per noi è scontato che l’adozione internazionale sia uno strumento sussidiario, che arriva dopo aver verificato l’impossibilità del rientro in famiglia, dell’affido, dell’adozione nazionale… per loro no. Ma aver chiari i passaggi del processo, anche dal punto di vista procedurale, non è una tecnicalità: è qualcosa che permette di spiegare a un bambino le ragioni per cui è stato portato via dalla sua terra e portato dall’altra parte del mondo. E dall’altra parte permette di spiegare a chi resta che non è vero che lui sia rimasto lì perché nessun bianco lo ha scelto». Ovviamente il percorso formativo dovrà continuare, per essere efficace.

150 accessi in clinica già pagati
Accanto alla formazione, Mango Seeds garantisce voucher sanitari, kit medici, vaccinazioni, zanzariere e piccoli interventi migliorativi nelle strutture. Tutte cose che servono a far sì che un bambino possa essere curato prima che una malattia diventi grave: in particolare Avsi pagherà direttamente alle cliniche 150 accessi per visite mediche e la campagna vaccinale. «È un gesto di restituzione, certo, ma anche un nuovo modo di intendere la cooperazione: partecipata, generativa, legata alle biografie reali dei bambini e delle famiglie. Abbiamo visto che quando si costruisce insieme, con trasparenza e corresponsabilità, il cambiamento non riguarda solo i bambini, riguarda tutti».
Nelle foto, la formazione degli operatori in Sierra Leone (da Avsi)
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