Periferie

Maranza e devianza è solo una rima? Storia di una parola che ha creato un mostro

Intervista a Gabriel Seroussi, autore del libro “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”. Nato negli anni ‘80 a Milano, il termine era sinonimo di “tamarro” e per decenni ha avuto una connotazione classista. Solo dopo il Covid è diventato virale, con una forte connotazione razzista. «Sui maranza oggi ci sono troppe fake news, frutto di disuguaglianze ed esclusioni sociali, che generano odio e violenza. Ma un linguaggio che crea mostri non aiuta a risolvere i problemi»

di Chiara Ludovisi

Facciamo con un esperimento: cerchiamo “maranza” su Google News. Escono nuovi risultati quasi ogni giorno. Fonti diverse, territori diversi, contesti diversi, ma un denominatore comune c’è: il termine è sempre associato a fatti di cronaca nera. Maranza fa rima con devianza, ma una rima non è – o almeno non dovrebbe essere – una connessione reale. Eppure, qualcosa è accaduto, perché questo termine (nato in tutt’altro contesto) sia diventato una categoria etica e sociale.

Cosa è successo, come, quando e perché ha provato a spiegarlo Gabriel Seroussi, nel suo libro La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza recentemente pubblicato da Agenzia X, casa editrice indipendente, o meglio ancora “laboratorio editoriale”, nato a Milano dal 2006 per dare voce a culture underground, movimenti sociali, marginalità, controculture.

Gabriel Seroussi

Gabriel Seroussi è un giornalista e scrittore attivo nel campo della musica rap, delle sottoculture giovanili e delle comunità marginalizzate. In altre parole, è un osservatore interno del mondo che racconta: che poi è il mondo in cui è nato, tanti anni fa, il termine “maranza”, con tempo trasformato in categoria del discorso pubblico, a partire soprattutto dall’immediato dopo Covid. 

Questo termine racconta molto più di ciò che significa: racconta le grandi città e le loro spaccature, racconta l’incontro e scontro tra culture diverse, racconta la necessità di un capro espiatorio che prenda il posto delle diseguaglianze, nella ricerca della radice dell’insicurezza urbana. 

Questo termine racconta molto più di ciò che significa: racconta le grandi città e le loro spaccature, l’incontro e scontro tra culture diverse, la necessità di un capro espiatorio che prenda il posto delle diseguaglianze, nella ricerca della radice dell’insicurezza urbana

Seroussi ripercorre, insieme alla parabola di questo termine, i cambiamenti avvenuti nelle città nel loro complesso incontro con le periferie. Nel ricostruire la genealogia di questa parola, ne mostra la potenza simbolica e, al tempo stesso, la sua inadeguatezza nel raccontare quei ragazzi che fanno paura a tanti, ma che pochi possono dire di conoscere. 

Innanzitutto, da quando “maranza” è diventato un termine di uso comune? E con quale connotazione?

La parola maranza esiste fin dalla seconda metà degli anni Ottanta: nasce nel contesto della musica commerciale e delle discoteche e si sviluppa soprattutto in alcune città del nord, in particolare a Milano. Allora era sinonimo di termini come “tamarro”, “zarro”, “coatto”. Soprattutto Jovanotti ne fa uso nei suoi primi dischi e anche in alcune trasmissioni televisive: non a caso, Jovanotti nasce dalla factory di radio DJ, una delle promotrici nel mondo della musica commerciale.

Sicuramente già allora il termine aveva una connotazione un po’ classista, così come “tamarro” e “coatto”: indicava soprattutto la tipologia di giovane strafottente e disimpegnato, che frequentava le discoteche, disinteressato ai temi sociali. Negli anni ‘80, insomma, non c’era una stigmatizzazione del “maranza”, ma piuttosto una contrapposizione tra giovani disimpegnati e giovani che, invece, erano animati da uno spirito di intraprendenza e apertura al mondo. Non c’era nemmeno una connotazione etnica: al contrario, negli anni ‘90 “maranza” diventa sostanzialmente sinonimo di “terrone”, assumendo così una forte connotazione territoriale. Possiamo dire, insomma, che negli anni ‘80 e ‘90 il termine “maranza” fosse un termine classista. E tale è rimasto fino al 2020.

Poi che è successo? Tu parli di risignificazione razzializzante. Che vuol dire?

La parola quasi scompare per qualche anno, per poi rinascere, nell’ambito pubblico intorno al 2008, quando nel quartiere di Corvetto appaiono scritte contro la popolazione marocchina, in crescita nel quartiere. In questo contesto, il termine “maranza” viene utilizzato per identificare le persone marocchine. E questa è un po’ la prima volta, diciamo il vulnus, di una fake news oggi  molto comune: quella per cui la parola maranza sia la crasi di marocchino e “zanza”, che in dialetto milanese significa “ladro”. Così, all’inizio degli anni 2000, la parola “maranza” rinasce con questa connotazione razzista, ma viene utilizzata più che altro nei quartieri popolari, non diventa virale, come accadrà invece nel 2022.

Cosa è cambiato allora? 

Durante il Covid sono esplose le piattaforme di streaming, come quella di Twitch, legata ad Amazon. Tanti giovani, chiusi a casa, iniziano ad utilizzarla. Dopo il covid, già con le prime riaperture, tanti ragazzi iniziano ad andare in giro per il centro di Milano, riprendendosi in diretta con una telecamera. In questi video, che si chiamano “In Real Life”, si vedono spesso persone che aggrediscono questi ragazzi, magari per rubare la telecamera. E queste persone vengono chiamate “maranza”.

Così, inizia a diventare virale l’utilizzo di questa parola, prima su Twitch, poi su TikTok. Tanti ragazzi la utilizzano per parlare di giovani provenienti da contesti marginali, per lo più (ma non necessariamente) figli di persone immigrate, soprattutto nordafricane, che ascoltano la musica rap, indossano un certo tipo di abbigliamento, legato allo streetwear europeo (Lacoste, magliette delle squadre di calcio, scarpe della Nike ecc): da una parte quindi canoni estetici, gusti musicali, provenienza geografica, sociale ed etnico-razziale, dall’altro atteggiamento aggressivo nei confronti delle persone: ecco chi è il “maranza” dopo il covid. Iniziano a spopolare su TikTok video che denigrano i maranza come un possibile pericolo per la società e trend che ironizzano su questo fenomeno sociale.

Nasce e cresce così un fenomeno che, fino a un certo punto, resta all’interno di un recinto giovanile, che è quello poi di TikTok. Poi però si espande pesantemente, quando nell’estate del 2021 avviene una serie di fatti di cronaca, come quelli del lago di Garda e di Riccione, che hanno a che fare con gruppi di giovani che hanno esattamente le caratteristiche dei “maranza”. 

È a questo punto che esplode la bolla dei maranza e presto pervade anche i media, soprattutto quelli conservatori. E si incrocia con quel senso di insicurezza del post Covid, che si è tramutato in fobia dei maranza e delle “baby gang”. È stato un momento in cui tutte le tensioni sociali accumulate sono state riversate su un piano securitario. Questo è avvenuto in particolare a Milano, che da una parte è la città più diseguale del paese, dall’altra ha vissuto, insieme alle altre città della Lombardia, covid e lockdown nelle loro forme peggiori.

Cosa c’entra, in tutto questo, la musica rap?

Nel libro provo a leggere il fenomeno dei maranza proprio attraverso la musica rap. Da una parte perché il maranza nasce esattamente dal rap, che è diventato punto di riferimento per tanti giovani. Dall’altra parte perché il successo di rapper che raccontano esattamente un contesto marginale e multiraziale (come Simba La Rua, Baby Gang, Nabi, Nezza) ha spaventato una parte importante dell’opinione pubblica. Per questo, credo che i rapper abbiano un ruolo centrale in questa vicenda.

Che impatto ha avuto e sta avendo, questa narrazione dei “maranza” sui giovani?

Narrazioni criminalizzanti e stigmatizzanti sulle persone provenienti da comunità già marginalizzate hanno degli effetti tragici, legittimando in qualche modo fenomeni come la profilazione razziale, la violenza delle forze dell’ordine ecc. Penso anche alle zone rosse istituite a Milano: un modo per limitare la libertà di movimento delle persone.

Quale responsabilità pensi che abbiano i media nella risignificazione dei maranza? 

Il ruolo dei media in questo processo è stato fondamentale. Per collezionare “clic” si toccano temi che con certezza avranno un’incidenza sul pubblico. Se i media non riconoscono a loro stessi un ruolo sociale, finiscono per assecondare fenomeni di questo tipo e allargare ulteriormente la forbice delle diseguaglianze, accentuando le contrapposizioni e alimentando il clima di sospetto e di odio.

La questione andrebbe affrontata però soprattutto a livello politico, eliminando i meccanismi di esclusione come le zone rosse, o facilitando le procedure per la cittadinanza, il che permetterebbe a tante persone giovani che sono italiane a tutti gli effetti di esserlo anche per legge. Certo, il clima politico e sociale attuale non sembra andare in questa direzione. Finché si continuerà a imputare ai “maranza” ogni crimine, ogni colpa, ogni problema, anziché affrontare le disuguaglianze che ne sono la vera origine, temo che non riusciremo a cambiare musica e continueremo a “guardarci con odio”. 

Foto fornite dall’intervistato (credit Naji)

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