Giustizia

Mario Serio: «Un anno a tinte fosche per le carceri italiane»

Il 2025 per gli istituti di pena si chiude con «l’aumento, in un solo anno, di sette punti del tasso di sovraffollamento: dal 130 al 137%». Dialogo con il componente dell’Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che lancia un appello: «Dal Governo indifferenza, se non intolleranza per il ruolo del Garante: servono risorse umane e materiali per adempiere compiutamente il mandato»

di Ilaria Dioguardi

«Ciò che veramente desta allarme e che fa chiudere con un grave disavanzo il bilancio del 2025 è il fatto che ci si avviti attorno ad un dibattito dal quale non vengono fatte derivare misure immediate, concrete, non soltanto per la decongestione degli istituti penitenziari, ma per il miglioramento delle condizioni pratiche». A parlare è Mario Serio, componente dell’Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

Serio, che fotografia si può scattare delle carceri italiane, nel 2025?

A tinte fosche, sempre più fosche. Per una serie di ragioni, alcune di carattere quantitativo, altre di carattere qualitativo-istituzionale. Quelle di natura quantitativa sono sotto gli occhi di tutti, a partire dall’aumento del tasso di sovraffollamento di circa sette punti rispetto all’anno precedente: si è passati dal 130 al 137%. Il numero di suicidi è sempre molto alto (secondo il dossier Morire di carcere di Ristretti orizzonti, sono 79 i suicidi in carcere e 159 le “altre cause di morte” tra i detenuti, fino al 28 dicembre 2025, ndr). Non è che ci si possa “cullare” sul fatto che possa esserci qualche unità in meno di suicidi rispetto all’anno precedente perché la cifra ottimale dei suicidi è zero.

Passando agli aspetti qualitativi, quali concrete, immediate iniziative sono state prese nel corso di quest’anno per far fronte alla crisi?

Io non vedo grandi aspettative che si possano nutrire sulla base delle misure intraprese. Parlando in termini di sottodimensionamento dell’offerta penitenziaria rispetto ai detenuti, c’è una ricaduta negativa quest’anno (e ci sarà anche negli anni futuri) per l’introduzione di nuovi reati. Il legislatore non può non porsi il problema, nel momento in cui introduce nuove fattispecie di reato, della loro ricaduta in termini di aumento della popolazione carceraria. Per le nostre carceri c’è la previsione di misure molto differite nel tempo e l’adozione di provvedimenti che centralizzano il potere.

Ci spieghi meglio.

Mi riferisco, per esempio, ai progetti di edilizia carceraria, sicuramente utili, ma i cui effetti potranno concretamente essere avvertiti a distanza di anni e anni. E poi all’adozione di provvedimenti amministrativi provenienti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – Dap che, seppur parzialmente corretti o di cui si è preannunciata la parziale correzione, vanno nel senso della centralizzazione dei poteri di intervento sulle strutture carcerarie, quindi sulle esigenze dei detenuti, allontanandoli dai centri di autorità di prossimità, cioè le direzioni delle carceri. Sono provvedimenti che, in qualche modo, sembrano trascurare la centralità della figura dei magistrati di sorveglianza, che hanno il termometro della situazione e intervengono sul piano autorizzativo. C’è un ultimo capitolo, il più spinoso, quello che maggiormente alimenta il fuoco della polemica politica: l’adozione o no di misure di clemenza, come l’amnistia e l’indulto.

Ci si avvita attorno ad un dibattito dal quale non vengono fatte derivare misure immediate, concrete, non soltanto per la decongestione degli istituti penitenziari, ma per il miglioramento delle condizioni pratiche

Mario Serio, componente Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale

Cosa ne pensa di queste misure di clemenza?

Sono assolutamente favorevole a provvedimenti di clemenza che hanno fondamento costituzionale e ai quali non si possono pregiudizialmente e meccanicamente attribuire effetti criminogeni. Mi rendo conto che ci sono delle resistenze sul piano politico di cui tener conto, si tratta di prese di posizione da parte mia non condivisibili ma rispettabili. Anche se facesse paura l’idea dell’indulto, per il timore che potrebbe risolversi in un aumento della recidiva, si può anche pensare a misure ragionate, con particolari cautele e condizioni. Si può pensare a provvedimenti di preparazione all’indulto, che pongano il detenuto prossimo alla liberazione in una condizione rieducativa e, soprattutto, di preparazione all’innesto nel mondo del lavoro. Se la misura dell’indulto viene abbinata ad altre che assicurino o tendenzialmente portino ad un reinserimento pieno del detenuto nella comunità, anche assicurandogli un posto di lavoro, allora i timori della recidiva vengono meno. Ciò che veramente desta allarme e che fa chiudere con un grave disavanzo il bilancio del 2025 è il fatto che ci si avviti attorno ad un dibattito dal quale non vengono fatte derivare misure immediate, concrete, non soltanto per la decongestione degli istituti penitenziari, ma per il miglioramento delle condizioni pratiche.

Ci sono molti istituti privi di personale sufficiente sul piano pedagogico-giuridico, sebbene siano entrati in ruolo un certo numero di nuovi funzionari. Poi c’è il mancato adeguamento delle strutture penitenziarie, si pensi al numero elevato di istituti che non assicurano costantemente impianti termici per evitare assideramenti o accaloramenti o ad altri che non sono in grado di assicurare la fruizione dell’acqua calda. Poi ci sono carceri in cui vi è carenza di personale medico specialistico. Questi sono punti rispetto ai quali la quotidianità insegna che la situazione è drammatica e irrisolta. Da Garante, io non posso che vivere con grande preoccupazione, direi anche con grande frustrazione, queste carenze. C’è una certa sordità e cecità da parte del mondo istituzionale. Avverto che vi è una sorta di assuefazione, il ragionamento sottostante è che è stato così in passato e tutto sommato chi è in carcere merita di esserlo, quindi non si lamenti tanto. Questa è la filosofia diametralmente opposta a quella che deve ispirare l’attività e il mandato del Garante.

C’è una certa sordità e cecità da parte del mondo istituzionale. Una sorta di assuefazione, il ragionamento sottostante è che è stato così in passato e tutto sommato chi è in carcere merita di esserlo, quindi non si lamenti tanto

Mario Serio, componente Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale

Negli approfondimenti che pubblichiamo su VITA, spesso ci vengono raccontati forti ritardi nelle visite mediche e negli interventi in ospedale delle persone detenute, anche di mesi perché non sono sufficienti gli agenti per scortarle.

Certamente il problema c’è ed è drammatico. C’è forse anche un’altra spiegazione del problema: l’abolizione, che ormai risale a circa un decennio addietro, della medicina penitenziaria. Oggi abbiamo un’assoluta compenetrazione dell’assistenza sanitaria in carcere con il Servizio sanitario nazionale – Ssn, c’è un’assistenza non più garantita da medici appartenenti all’amministrazione penitenziaria, con il vantaggio della grande esperienza maturata sul campo e della presenza pressoché ininterrotta. Abbiamo la loro surroga con personale appartenente al Ssn, che quindi non soltanto non dipende funzionalmente dall’amministrazione penitenziaria, ma obbedisce ai criteri organizzativi propri del Servizio sanitario nazionale, che in molti casi non coincidono con le esigenze degli istituti.

Un conto è avere delle strutture sanitarie presenti nel carcere costantemente fruibili, o almeno per larga parte della giornata, e un conto il dovere appaltare all’esterno questo servizio. Tanto che, addirittura in una circolare del Dap, si consiglia ai direttori di istituti di limitare la richiesta di intervento del 118 a casi in cui ci sia un pericolo di vita. («Il medico penitenziario deve assumersi la responsabilità di una valutazione rigorosa, contattando direttamente il 118 solo nei casi di effettivo pericolo di vita», è scritto nella circolare n.0435332.U del 13 ottobre 2025, a firma Stefano Carmine De Michele, ndr). Questa infelice limitazione degli interventi del 118 è, in qualche misura, spiegabile a seguito del venir meno del supporto fondamentale della medicina penitenziaria. Il legislatore potrebbe ripensare a questa fuga verso l’esterno attuata attraverso la graduale soppressione della medicina penitenziaria. Io credo che ormai siano veramente molto rari gli esempi di medici in servizio appartenenti all’amministrazione penitenziaria.

Un altro grande problema di cui spesso su VITA scriviamo è la lentezza della burocrazia penitenziaria.

L’informatizzazione sarebbe di grande aiuto sia agli istituti sia agli uffici di sorveglianza, un tasto molto delicato è quello della carenza di organici negli uffici di sorveglianza, che hanno una grande mole di lavoro.

Per quanto riguarda la circolare del 21 ottobre 2025 a firma Ernesto Napolillo, che fa passare per Roma le autorizzazioni per gli eventi negli istituti in cui è presente l’alta sicurezza, anche se riguarda le sezioni di media sicurezza, cosa vuole dirci?

La tendenza a centralizzare attività amministrative non può in alcun modo giovare alla speditezza della vita degli istituti. Le attività amministrative, meglio e con maggiore immediatezza, possono essere svolte in sede locale da parte delle direzioni degli istituti, che sono gli enti che quotidianamente hanno a che vedere con le persone detenute di cui conoscono le esigenze. Bisogna nutrire fiducia e attribuire dei compiti di responsabilità ai direttori, in quanto meglio attrezzati, attraverso il contatto quotidiano, a conoscere le misure più congrue rispetto alle singole esigenze. Quindi, certamente, non è un passo in avanti. Oggi noi abbiamo bisogno di progredire e anche molto speditamente.

Emerge l’indifferenza, se non l’intolleranza, delle attuali forze politiche e di governo al ruolo del Garante, con grave nocumento dell’immagine internazionale. È ora che il Garante cessi di essere la Cenerentola delle autorità indipendenti di garanzia

Mario Serio, componente Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale

Per questo 2026 che sta per iniziare, in che modo si può progredire?

Il perno della responsabilità grava solo parzialmente sull’autorità amministrativa, che deve essere illuminata da una prospettiva ariosa, ma è il potere legislativo che deve intervenire con misure importanti in termini, per esempio, di incremento delle misure stanziate per potenziare gli organici, per provvedere alle esigenze sanitarie, per pensare a provvedimenti di clemenza. Il cuore di questi interventi non può essere semplicemente lasciato nelle mani dell’autorità amministrativa, che cerca semplicemente di non peggiorare la situazione, di arginare le devianze. Ma non ci si può accontentare di mantenere la situazione attuale perché grida la necessità di miglioramenti. E questi miglioramenti hanno bisogno di risorse finanziarie e di un ripensamento dell’istituzione penitenziaria: tutti questi compiti così gravosi, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista ideale, implicano che a doverli svolgere sia il Parlamento, in quanto rappresentante del popolo italiano. Se questa volontà non c’è (ma in certi aspetti è stata manifestata anche dai presidenti delle Camere) allora non si può che cedere al pessimismo. E cedere al pessimismo significa creare una grande ferita nel corpo sociale e creare presupposti di tensioni gravi, i cui i primi destinatari purtroppo sono gli stessi agenti di polizia penitenziaria. È l’intera comunità penitenziaria, detenuti e agenti, che merita che il Parlamento pensi alle loro esigenze e che l’autorità amministrativa intervenga con saggezza e lungimiranza, e non restrittivamente.

Cosa è veramente importante per i detenuti?

Il desiderio di riconoscimento. Essere presi in considerazione umana per i detenuti è quello che conta. Nessun detenuto immagina che il suo interlocutore abbia la bacchetta magica e possa risolvere immediatamente ogni suo problema. Ciascuna persona in carcere ha bisogno soltanto di essere riconosciuta come essere umano e non come reietto. Stare ad ascoltare, tendere la mano fisicamente è un elevamento, crea un miglioramento della condizione. Lasciando parlare si attua quell’opera di introspezione che è necessaria per liberarsi dalla sofferenza. Occorre che la sofferenza delle persone detenute sia un problema di cui l’intera comunità nazionale si faccia carico e portatrice. Vorrei sottolineare l’eccezionale esiguità del bilancio del Garante pari a 380mila euro, il più modesto tra quelli di tutte le altre autorità, e la mancanza di un proprio organico di personale che ne minaccia seriamente l’autonomia rendendolo dipendente da altre amministrazioni.

Per le persone detenute è importante il desiderio di riconoscimento. Essere presi in considerazione umana per loro è quello che conta

Mario Serio, componente Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale

Queste circostanze limitano moltissimo le possibili attività del Garante, soprattutto presso gli organismi internazionali con i quali è doveroso interloquire. Emerge l’indifferenza, se non l’intolleranza, delle attuali forze politiche e di governo al ruolo del Garante, con grave nocumento dell’immagine internazionale. Faccio un appello a Parlamento e Governo perché forniscano al Garante risorse umane e materiali per adempiere compiutamente il proprio mandato di meccanismo nazionale di prevenzione della tortura e dei trattamenti crudeli, inumani e degradanti nei confronti di chi è privato della libertà personale. È ora che il Garante cessi di essere la Cenerentola delle autorità indipendenti di garanzia.

Lei si occupa molto anche di migranti. Cosa pensa del trattenimento dei migranti nei cpr?

Sottolineo la necessità che la permanenza nei cpr assicuri condizioni di vita dignitose, anche in termini di occupazione in attività di svago e crescita sociale culturale e, soprattutto, garantisca costantemente assistenza medica e psicologica adeguata.

Può dirci, nelle carceri, come si cerca di rispettare le usanze delle persone di origini straniere?

Si cerca di avere rispetto delle tradizioni religiose e gastronomiche, cioè di riprodurre (o perlomeno accorciare) quelle distanze culturali e anche materiali che possono far penare ancor di più il detenuto straniero in un ambiente che non è il proprio. Esistono dei regimi alimentari differenziati e, in alcuni istituti, sono previste le visite di imam. È facile il riferimento, in particolare, all’esperienza dei detenuti provenienti da paesi arabi o, comunque, di religione musulmana. È un tema da tenere nella massima considerazione perché un innesto forzato e avulso dalle regole di vita quotidiana per ristretti stranieri può infliggere una sofferenza ulteriore.

In apertura, Mario Serio. (Foto ufficio stampa dell’Ufficio del Garante)

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