Cosa portiamo nel 2026
Massimo Zamboni: «Riscopriamo le mani, utili a fare, riparare e accarezzare»
L'oggetto che Massimo Zamboni sceglie per il 2026 è concretissimo e dalla forte valenza metaforica. Dobbiamo riscoprire la concretezza del sapere manuale, creativo e pratico. Le mani costruiscono e abbracciano, aggiustano e comunicano. Le mani sono strumento per la costruzione di un nuovo significato di vita e metafora del saper afferrare e maneggiare le cose e le situazioni. Oggi ci vuole presa sul mondo
Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa, così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)
«Un oggetto piuttosto desueto e trascurato, per quanto costantemente sotto i nostri occhi e che sarebbe da riscoprire al più presto, sono le mani. Su di esse occorre posare uno sguardo nuovo, perché strumento per la costruzione di un nuovo significato di vita ma anche perché, si pensi al pollice opponibile, metafora del saper afferrare e maneggiare le cose e le situazioni». Per il 2026, sceglie un oggetto reale dalla forte valenza metaforica il musicista e scrittore Massimo Zamboni, mitico chitarrista e compositore del gruppo punk rock italiano Cccp Fedeli alla Linea e dei Csi. Le mani ci consentono di avere presa sul mondo, quello intorno a noi e quello interiore.
«Le mani, considerate nella loro interezza, capaci di creare, di riparare e di accarezzare. Le mani, ormai utilizzate solo per digitare sui dispositivi elettronici, tanto che piano piano ci trasformeremo in anfibi dalle mani palmate. È arrivato il momento di riscoprire il lavoro manuale, salutare e salvifico, soprattutto in tempi duri e incerti come questi. Dobbiamo reimparare a lavorare con le mani, ritornare al sapere concreto di chi opera in maniera artigianale. Coltivare, allevare, riparare: c’è da riscoprire la sapienza antica che pensavamo perduta ma è dentro di noi» ci racconta al telefono dalla sua residenza nell’appennino emiliano, dove alterna attività creative di diversa natura, dedicandosi in egual misura alla musica, alla scrittura, al castagneto e alle pecore, attività che «torturano le mie mani da chitarrista, ma che mi impediscono di pensare alla tecnica e così mi concentro su quello che voglio veramente esprimere».
Sistemare la casa, accomodare, riparare, arrivare a un risultato concreto e materiale regala una soddisfazione che molti oggi non conoscono. Eppure, «saper provvedere, per quanto poco, a sé regala un senso di sicurezza oggi importante» ci dice, aggiungendo che «le mani sono il simbolo di un grande valore, la gentilezza». E poi c’è la corporeità: «Le mani sanno veicolare con autenticità quello che non si ritrova in un messaggino». Altre volte, le mani possono diventare strumento di ferocia, come in quel mondo aspro e rude descritto nella sua ultima opera, «Pregate Per EA» (Einaudi), ambientata proprio nella sua terra e frutto di un lungo lavoro di ricerche, come è solito fare Zamboni. Un viaggio partito proprio tra i boschi della Val d’Asta, dopo la scoperta di una lapide di una donna assassinata, Domenica Gebennini, datata 1870 con la scritta “Pregate per EA”. Una «vicenda feroce in una società in cui le mani erano preponderanti sotto molti aspetti».

In quell’alto appennino emiliano, Zamboni vive con la sua famiglia. Le aree interne del paese sono, dice, «la sua colonna vertebrale, l’unica zona in cui l’Italia tiene come paesaggio, come capacità di cultura, come cura e attenzione al territorio. L’Italia che noi conosciamo e che vogliamo conoscere è quella delle aree interne: tutto il resto è consumo e oltraggio al nostro essere cittadini». Attenzione, però: quello di chi si «trasferisce in collina o in montagna, ben equipaggiato di computer e connessione, per lavorare da remoto e cercare lontananza e solitudine, è un ritorno da privilegiati che non rientra nello spirito di cui parlo» chiarisce. Rifiutare ogni minima attività manuale all’aperto è solo miopia, incapacità di entrare in contatto con la quotidianità e di sentire su di sé quegli «occhi che vedono senza essere visti», e quel mondo magistralmente descritto nel suo «Bestiario Selvatico» (La Nave di Teseo) verso cui siamo colpevolmente ciechi.
Per la serie di interviste “Cosa portiamo nel 2026” leggi anche:
Stefano Zamagni, l’intelligenza artificiale agentica
Valentina Tomirotti, l’interruttore
Enrico Galiano, la lettera scritta a mano
Sarah Malnerich (Mammadimerda), il telefono fisso
Luciana Delle Donne, gli scarti
Viola Ardone, l’agenda di carta
Foto scattata al festival biblico Ariano Polesine 2022
Nessuno ti regala niente, noi sì
Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.