Cultura
Max Papeschi: «Il mio esercito di nani? È la provocazione dell’arte, nel segno della pace»
Tre luoghi di Palermo, tre tappe del nuovo progetto artistico di Max Papeschi, "Extinction". L'artista proietta lo spettatore in un futuro che vede la razza umana estinta, con una civiltà aliena chiamata a rimettere insieme i pezzi di ciò che siamo stati. A scuotere le coscienze anche la campagna con frasi tratte da "1984" di George Orwell: «La guerra è pace». A tu per tu con l'artista
Il suo “esercito impossibile” ha invaso Palermo offrendo alla città il suo ormai noto sguardo dissacrante nei confronti dei conflitti. Non una sola installazione, non un’unica performance artistica, ma tre interventi con i quali Max Papeschi, artista dal respiro internazionale, ha pacificamente invaso la città attraverso Extinction, progetto curato da Stefania Morici e Antonio Calbi, prodotto da Arteventi, grazie al sostegno della Fondazione Pietro Barbaro, con il supporto del Comune di Palermo e della Fondazione Teatro Massimo, ma anche in collaborazione con la Settimana delle Culture e in continuità con il gemellaggio con l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, che nasce da un’ipotesi provocatoria: in un futuro prossimo, la specie umana si è ormai estinta e una civiltà extraterrestre tenta di ricostruire la storia attraverso frammenti digitali distorti.
Il progetto parte nei giardini del Teatro Massimo, dove arriva dopo Milano, Parigi e Matera con Zwergen Dämmerung (Il crepuscolo dei nani): una installazione di 47 statue monumentali alte 1, 80 metri, che uniscono i corpi dei famosi guerrieri di terracotta di Xi’ an alle teste dei nani da giardino. Prosegue nello storico Palazzo Trinacria, sede della Fondazione Pietro Barbaro, con Full Metal Karma, installazione che nasce dalla fusione simbolica tra Buddha e Napoleone. Non c’è dubbio che la curiosità dei cittadini è stata sollecitata dai grandi cartelloni pubblicitari della campagna-teaser, realizzata in collaborazione con Alessi, che riportano frasi-shock tratte da 1984 di George Orwell, proponendosi con tutta la loro forza comunicativa quale denuncia dissacrante della realtà. 2 + 2 = 5 è il titolo di quest’ultimo intervento urbano che sta tenendo con il naso all’insù, meditabondi, i passanti, davanti a slogan che invitano non solo alla riflessione collettiva, ma anche alla possibilità di una ricerca interiore. Un’azione che rafforza il senso complessivo del progetto, inteso non come evento improvviso ma come processo lento di erosione culturale e critica.
«Adottando uno sguardo alieno, Papeschi mette a nudo l’assurdità della nostra epoca», afferma Stefania Morici. «Idoli effimeri, memoria corrotta, conflitti permanenti, decadenza culturale. L’effetto è straniante e ironico, una caricatura spietata che mostra l’umanità come oggetto di studio archeologico, vittima della propria autodistruzione».


E lui, Max Papeschi, parla di tutto questo con quella capacità di lasciare senza parole davanti alle sue opere che utilizzano anche immagini iconiche, capaci di metterti davanti a ciò che è inaccettabile della società del consumismo.
La sua “armata” apre un progetto che, nonostante sembri in dissonanza, ribadisce il secco “no” ai conflitti, attraverso l’arte…
I nani sono il progetto principale. L’esercito di terracotta con la testa di gnomo è il primo capitolo di una mostra divisa in capitoli, che parla della razza umana estintasi, da qui il titolo, che viene raccontata da alcuni alieni che captano segnali e dati digitali, scoprono com’era l’umanità tutta, quali le sue forme d’arte e si chiedono come mai fosse scomparsa. L’esercito di terracotta è un episodio archeologico, come lo è Full Metal Karma, il secondo capitolo, in cui il Buddha Napoleone, unico effetto archeologico, ci parla di un’archeologia del futuro di alieni. Il processo di “lost in translation” fonde due figure iconiche e apparentemente inconciliabili: Buddha, simbolo della pace interiore e dell’illuminazione spirituale, e Napoleone Bonaparte, emblema dell’azione, del potere e dell’illuminismo. Da questo cortocircuito semantico nasce la teoria aliena, secondo cui la principale dottrina terrestre sia stata la ricerca della pace interiore attraverso il conflitto perenne. Una delle ipotesi sull’estinzione di massa è che l’umanità si sia annientata in una serie infinita di guerre. L’installazione invita lo spettatore a riflettere sull’assurdità della guerra, utilizzando simbolismi e riferimenti che spaziano dalla cultura pop alla saggistica.
Zwergen Dämmerung è stato presentato la prima volta a Palazzo delle Stelline a Milano a pochi mesi dallo scoppio della guerra in Ucraina, nel momento in cui ritornavano le guerre in Europa. Un’installazione che cristallizza il momento storico attuale intorno a due temi principali: la minaccia della guerra e l’impoverimento della cultura. L’attualità, oltre a smentire le teorie di Francis Fukuyama e la sua idea della “fine della Storia”, proietta sul pianeta la lunga ombra del fantasma della Terza Guerra Mondiale. Queste cariatidi antitetiche, in cui l’«alto» e il «basso» sono irrimediabilmente mescolati, ricordano anche un’altra forma di distruzione, appunto quella legata all’impoverimento culturale.
La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza: così si legge in giro per Palermo.
Sono tre frasi, tre formule strappate al romanzo e riversate nel tessuto urbano, funzionano come slogan perfettamente mimetizzati nel linguaggio del presente. Non appaiono più come enunciati distopici, ma come affermazioni plausibili, quasi familiari. È in questo slittamento che l’intervento si lega direttamente a Extinction: non l’estinzione come evento improvviso, ma come processo lento, culturale e cognitivo. Un’erosione progressiva della capacità critica, alimentata da propaganda, fake news e semplificazioni tossiche, fino a rendere accettabile l’inaccettabile. Le scritte raccontano in questo momento quello che è la propaganda, quello che è il tentativo da parte del potere di far passare concetti e falsità per vere. Riassumendo tutto, io racconto la razza umana.
Un futuro che, nonostante si parli di arte, non lascia tanto spazio all’immaginazione…
Se ci riferiamo alle prime due fasi del progetto, mi viene da dire che tutti si estinguono prima o poi, almeno si spera. Nei primi mesi della pandemia, in cui c’era un po’ questa idea di fine del mondo, mi sono posto la domanda su come gli umani, una volta che si estingueranno, verranno ricostruiti. Volevo capire di tutto questo che oggi vediamo… che cosa sarebbe rimasto per e degli umani? Poi è arrivata la terza fase del progetto, quella delle frasi, ispirata da un romanzo che, da questo punto di vista, è una pietra miliare.



George Orwell irrompe nello spazio urbano come monito contro l’ottenebramento della mente?
L’operazione si chiama “2 + 2 =5”, la famosa frase che viene utilizzata nel romanzo di 1984 per spiegare che il potere ha bisogno che l’obbedienza sia cieca, anche davanti all’evidenza. Qindi la persona che subisce questo potere è disposta a dire che 2 più 2 fa 5 e non 4. Le tre frasi di Orwell sono esattamente un messaggio che va in quella direzione: accettare cose inaccettabili. Ho elaborato la prima bozza di questo progetto durante gli omicidi di Minneapolis, dove sono state uccise due persone che stavano cercando di difendere dall’Ice dei migranti. C’erano foto, filmati, dichiarazioni che davano per inconfutabile il fatto che fossero stati commessi degli omicidi, ma il Presidente degli Stati Uniti, il suo vice e tutto lo staff della Casa Bianca, negavano e raccontavano un’altra realtà.
Perché lei cita spesso la frase di Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, per cui “ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”?
Per invitare a stare attenti perché 1984 sta accadendo adesso. Quindi proviamo a scongiurare che accada. Bisogna prestare attenzione a quel che sta accadendo.
Come si può e si deve raccontare la guerra, oggi?
Per parlare di guerra basta rappresentarla, così mi auguro che quel che realizzo evochi e provochi una sensazione, un sentimento.
La sua carriera comincia come autore e regista televisivo e teatrale, poi arrivano la scrittura e l’arte. Vuol che che oggi la sua visione della vita è cambiata?
Assolutamente no, ho solo cambiato il mezzo per raccontare le cose. L’ho prima fatto in teatro, poi in televisione, quindi al cinema, ma ho raccontato sempre delle cose. Ogni artista ha le sue ossessioni, le sue visioni, che possono cambiare nel tempo, ma passare da un mezzo all’altro non cambia nulla se non il modo in cui lo dici. Magari cambiano le opportunità che hai. È questione anche di tecnica. È più il tempo che ti cambia, che il mezzo che usi per esprimerti.
La sua biografia è arricchita da tanti progetti, uno su tutti Eau de Eau, il finto lancio di un profumo di lusso, che in realtà denuncia la crisi idrica globale e la mercificazione delle risorse.
Un progetto a cui tengo molto, portato in tour negli Stati Uniti in collaborazione con gli Istituti Italiani di Cultura. Ho voluto parlare di questo tema insieme alla fotografa e regista Arianna Bonucci. L’ abbiamo presentato l’anno scorso, ma è stato subito molto fortunato: siamo stati in America con un tour di un mese che ha toccato San Francisco, Los Angeles, Washington DC e New York City. Se ci pensiamo è un progetto in connessione con quello di cui dicevamo prima, nel senso che parliamo di crisi idrica raccontando un prodotto che viene chiaramente da un futuro distopico in cui l’acqua è arrivata a essere così scarsa da essere venduta a peso d’oro ai super ricchi e non essere più accessibile alle persone normali. Una riserva di super lusso, cosa che già in piccolo sta cominciando a essere in alcuni Paesi. Se volete, serve per chiederci quante possibilità abbiamo di non estinguerci e di non ritrovarci in un pianeta invivibile.
Chi è oggi Max Papeschi?
Max è una persona che cominciava ad avere l’età in cui di cose ne hai viste tante, di persone ne hai incontrate tante. È uno che ha avuto tanti successi e tanti insuccessi, quindi è più maturo. Sa anche che non se la deve prendere troppo quando qualcosa non funziona, perché fa parte del gioco e che la cosa che vale la pena fare è continuare a giocare e a raccontare.
Girando il mondo, ha il polso di quanta sensibilità c’è rispetto a determinati temi?
Diciamo che in Europa i Paesi sono molto colti, molto preparati, molto sensibili. Gli Stati Uniti sono diversi perché è un Paese veramente diviso in due: sulle due coste ci sono cittadini con un’istruzione e una cognizione di causa molto forte rispetto a quello che sta succedendo ma il centro degli Stati Uniti, invece, è un altro Paese. Non vogliono sentire parlare di certi argomenti, sono negazionisti anche sul cambiamento climatico, non capiscono che è tutto collegato. E poi ci sono i Paesi in via di sviluppo, con una élite che questi temi li sta affrontando ma il resto della popolazione sta ancora cercando di venire fuori dalla miseria, quindi non ha interesse per altro.
Se volessimo parlare dell’Italia?
Noi in Occidente abbiamo il lusso di poterci occupare di questi temi e l’Italia è posizionata bene da questo punto di vista. Il problema, però, è che poi non si agisce. Il fatto è che molte persone poi pensano che questi non siano problemi loro né dei loro figli: non pensano al fatto che bisogna agire prima del disastro, per evitarlo.
In apertura Max Papeschi (foto fornite dall’ufficio stampa del progetto)
Cosa fa VITA?
Da oltre 30 anni VITA è la testata di riferimento dell’innovazione sociale, dell’attivismo civico e del Terzo settore. Siamo un’impresa sociale senza scopo di lucro: raccontiamo storie, promuoviamo campagne, interpelliamo le imprese, la politica e le istituzioni per promuovere i valori dell’interesse generale e del bene comune. Se riusciamo a farlo è grazie a chi decide di sostenerci.