L'analisi

Mezzogiorno a due velocità: salgono occupati e Pil, ma aumenta il lavoro povero

Il Rapporto Svimez 2025 fotografa un Sud Italia attraversato da forti contrasti: l'economica cresce più veloce che nel resto del Paese, ma manca la capacità di trasformare questo successo in un fatto capace di convincere i giovani a rimanere. Il presidente Adriano Giannola avvisa: «Fare sviluppo vuol dire cambiare, non limitarsi a "tenere assieme i pezzi"»

di Francesco Crippa

Crescono occupazione e Pil, ma i giovani scappano e i salari sono troppo bassi per oltre un milione di persone. È la fotografia del Sud Italia scattata da Svimez nel suo Rapporto 2025 sull’economia e la società del Mezzogiorno. Ne emerge un quadro di forti contrasti, dove i persistenti segnali di crescita, dovuti soprattutto al Pnrr, ancora non riescono a tradursi efficacemente in uno sviluppo duraturo che renda, si legge, «il diritto a restare pienamente esercitabile e la decisione di partire una scelta, non una necessità». «Fare sviluppo vuol dire cambiare, non limitarsi a “tenere assieme i pezzi”», commenta Adriano Giannola, presidente di Svimez. Una valutazione, aggiunge, «che non riguarda solo il Sud, ma anche per molti versi il Centro-Nord, quindi l’intero Paese».

A trainare la crescita del Mezzogiorno sono stati, soprattutto, gli effetti diretti e indiretti delle politiche attivate grazie al Pnrr. Nel triennio 2021-2024, il Sud ha registrato un +8% nell’occupazione, pari a circa 500 mila nuovi posti di lavoro, cioè poco più di un terzo dei nuovi occupati a livello nazionale (1,4 milioni). Sebbene il tasso di under 35 occupati sia cresciuto rispetto al triennio precedente (+6,4%, intorno alle 100 mila unità), il Sud si conferma terra da cui i giovani tendono soprattutto ad andarsene: sono intorno ai 175 mila quelli che l’hanno lasciato per il Nord e l’estero. In merito a questa dinamica, però, emerge una variazione di tendenza rispetto al passato: calano le emigrazioni prima della laurea, segno di una nuova attrattività delle università meridionali testimoniata, mentre crescono quelle dei laureati. Chi rimane al Sud trova lavoro soprattutto nel settore turistico (più di uno su tre): «

Complessivamente, calcola Svimez, il flusso di giovani che emigrano costa al Mezzogiorno circa 8 miliardi di euro all’anno. I giovani che restano, infatti, trovano spesso lavori sottopagati e poco qualificati. Il fenomeno del lavoro povero, in aumento in tutto il Paese a causa dell’inflazione e di salari che non crescono, colpisce soprattutto proprio il Mezzogiorno: la metà dei lavoratori poveri di tutta Italia (1,2 milioni su 2,4) vive qui. In particolare, la perdita di potere d’acquisto, dal 2021 al 2025, è del 10,2%, laddove al Centro-Nord è dell’8,2%.

Anche nella partecipazione femminile al mercato del lavoro persistono forti differenze tra il Mezzogiorno e il resto del Paese. Al Nord, è impiegato il 71% delle donne senza figlie, al Sud solo il 45,8%, con il dato che si abbassa per chi ha uno o due figli (41,8 e 43,6%) e che crolla per chi ne ha tre o più (30,8%). Segno, questo, «del peso crescente del lavoro di cura in contesti poveri di servizi», si legge nel Rapporto.

In tutto ciò, nel triennio preso in esame il Sud ha registrato un tasso di crescita più alto rispetto al Centro-Nord. Il Pil del Mezzogiorno, infatti, è aumentato dell’8,5%, contro il 5,8% del resto del Paese. I fattori di questo balzo in avanti sono diversi: da una minore esposizione dell’industria meridionale agli shock globali a una intensa attività edilizia stimolata da incentivi, Superbonus e Pnrr.

Il tema, avvisa Svimez, è capire come capitalizzare l’eredità del Pnrr quando la sua spinta si sarà esaurita. Le sfide – e le opportunità – per il Sud arrivano dall’energia, dalle nuove tecnologie e dalle grandi imprese: terreni in cui il Mezzogiorno paga ritardi rispetto al resto del Paese ma su cui ha potenzialità da sfruttare. «Avremmo potenzialità che non sfruttiamo adeguatamente, sintetizzabili in primis nella posizione privilegiata nel Mediterraneo, che offre vantaggi comparati per realizzare la “doppia transizione” programmata dall’Unione europea», sottolinea Giannola. «Mettere in campo sistematicamente e non per caso, tra le celebrate energie rinnovabili, la risorsa geotermica contribuirebbe e non poco alla nostra autonomia nella transizione energetica. Per le aree meridionali, che ne hanno in abbondanza, sarebbe un potenziale complemento alle mai avviate Autostrade del Mare, essenziali per realizzare la “Logistica a valore”, articolata in porti e retroporti attrezzati e favoriti dai privilegiati scali delle Zone doganali intercluse».

In apertura: Simon R. Minshall via Pexels

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