I dati, la realtà e la narrazione

Migranti: i numeri non cambiano, ma il governo cambia il racconto

Dopo il calo degli sbarchi nel 2024, nel 2025 il trend si è stabilizzato. Ma nella comunicazione dell’esecutivo il successo diventa strutturale e l’attenzione si sposta su rimpatri e Cpr ostacolati da una magistratura reputata ostile

di Francesco Crippa

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nell’aula della Camera dei deputati

Come cambiano i tempi. Ai proclami sulla necessità di istituire un “blocco navale” per impedire ai migranti di raggiungere l’Italia si sono sostituiti, da qualche mese, i ragionamenti quali strategie adottare per espellere quelli che, facendo gran dispetto, l’Italia l’han raggiunta. Se l’area di semantica politica è la stessa – il contrasto all’immigrazione –, lo scivolamento comunicativo dal “non facciamoli arrivare” al “rispediamoli a casa loro” attutato dal governo Meloni è sintomo del cambiamento di una realtà che, se raccontata per intero, non farebbe più il gioco di Palazzo Chigi. Non a caso, la comunicazione sul tema si è fatta più furba.

Insediatasi con la gran promessa di ridurre il numero dei migranti sbarcati, alla fine del primo anno completo di governo – il 2023 – Giorgia Meloni era stata costretta a dirsi non soddisfatta dei risultati ottenuti. Non poteva essere altrimenti: gli arrivi erano passati dai circa 105mila del 2022 agli oltre 157mila del 2023 (+66%), il picco più alto dai tempi del governo Gentiloni. Meloni ha avuto la sua rivincita alla fine del 2024, potendo rivendicare un crollo del 58% nel numero dei migranti sbarcati, scesi a 66.617 unità, in linea con il 2021 (governi Conte II e Draghi). Un risultato importante, raggiunto anche grazie ad accordi con i governi di Tunisia e soprattutto Libia, per limitare le partenze. Si tratta di accordi controversi da un punto di vista del rispetto dei diritti umani – i migranti intercettati vengono quasi sempre internati in carceri dove, subiscono torture e violenze documentate dall’Onu, dalla Corte penale internazionale e da diverse organizzazioni indipendenti – ma sicuramente efficaci da un punto di vista politico. Almeno, fino a un certo punto.

Dopo il crollo degli arrivi nel 2024, infatti, il trend non è proseguito nel 2025. L’anno scorso, infatti, gli arrivi sono stati 66.296, uno zerovirgola in meno. È successo, così, che nella conferenza stampa di inizio 2026 la presidente del Consiglio sia stata dunque costretta a ribadire che in questi anni «abbiamo diminuito di oltre il 60% gli arrivi di immigrati illegali», non specificando né che si tratta di un traguardo del 2024 e che nel 2025 le cose non sono cambiate né, tantomeno, di ricordare che nel suo primo anno intero di governo c’era stato un aumento addirittura superiore alla flessione successiva. 

Lo stessa strategia comunicativa era stata adottata, pochi giorni prima, dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi durante un question time in Senato. In quell’occasione, il ministro ha rivendicato un altro risultato: l’aumento dei rimpatri. «Questo governo», ha detto, «ha aumentato del 12% ogni anno i rimpatri, che oggi sfiorano i 7mila annui complessivi». Non si tratta di una specifica marginale. Di fronte al raggiungimento di risultati attesi sul fronte della riduzione degli sbarchi e di fronte alla pronosticabilità di una stabilità piuttosto che di un miglioramento di quei risultati, nel corso del 2025 il tema dei rimpatri è diventato il cavallo di battaglia del governo in materia di immigrazione

Davanti a un crescente ed evidente problema legato alla percezione della sicurezza, cavalcando (in maniera spesso strumentale) l’emotività di casi di cronaca nera che coinvolgono degli immigrati, gli esponenti del governo hanno battuto l’accento sulla necessità di aumentare sensibilmente il numero di espulsioni e rimpatri. La “stretta” firmata Piantedosi-Meloni sulla necessità di limitare i fogli di via – che danno ai migranti espulsi sette giorni di tempo per lasciare autonomamente l’Italia –, detenendo nei Cpr il migrante fino al momento effettivo del rimpatrio, è solo l’ultimo esempio.

Direttamente connesso alla questione dei rimpatri c’è il grande capitolo dei Cpr in Albania. Sbandierati dal governo come strumenti fondamentali e innovativi per la gestione dei flussi migratori, pubblicizzati come modello apprezzato in tutta Europa, i Cpr si sono in realtà rivelati un flop costato 670 milioni di euro alle casse dello Stato, a fronte di poche centinaia di migranti che sono transitati di lì. Per di più, la maggior parte di questi migranti viene ricondotta in Italia a seguito di annullamenti della convalida del trattenimento ordinati dal Tribunale di Roma. Operativi dal 2024, i Cpr di Shëngjin e Gjadër sono stati al centro del dibattito politico soprattutto nel 2025. Per le opposizioni sono uno strumento inutile, costoso e illegale, per il governo sarebbero uno strumento utilissimo che però funziona poco, male e a rilento per via di una magistratura reputata ostile.

Insomma, si parla sempre meno di dover fare arrivare meno migranti e sempre di più della necessità di mandare via di chi è riuscito ad arrivare – è anche a questo che servono le famose liste sui “Paesi di origine sicuri” che servono a facilitare respingimenti alla frontiera e a disincentivare le partenze –, specie se delinquono. Se su questo fronte i numeri, come comunicato da Piantedosi, danno ragione al governo, la crescita c’è: va però sottolineato che i rimpatri sono comunque esigui rispetto al totale dei potenziali destinatari di questi provvedimenti. 

Infine, va segnalato che il governo Meloni ha aperto le porte agli immigrati più dei precedenti, aumentando progressivamente (dal 2023 al 2025, poi un lieve calo nel 2026) il numero di ingressi annuali tramite i “click day” per i permessi di soggiorno lavorativo, passando dagli 88mila circa del 2022 ai 164mila di quest’anno.

Certo, gli sbarchi e gli ingressi tramite “click day” (usati, invero, spesso come veicolo per regolarizzare chi è già in Italia piuttosto che per facilitare nuovi ingressi) sono due tipi di immigrazione diversa. Siccome, però, i migranti non vanno in giro con un cartello con scritto il loro canale di accesso, in modo tale da permettere a un cittadino italiano che preferirebbe non vederli di capire se può effettivamente storcere il naso oppure se deve contentarsi della loro utilità alla nostra economia (certificata da Bankitalia e Istat), il governo si guarda bene dall’ammettere quello che dicono i numeri: «Con noi per i migranti c’è spazio, ma solo per quelli “buoni”».

In apertura, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nell’aula della Camera dei deputati, foto Roberto Monaldo / LaPresse

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