Giovani e violenza

Milano città delle lame? Un “fake” che non aiuta a capire

Intervista ad Alfio Maggiolini, psicoterapeuta del Minotauro di Milano. «Non aumenta la violenza degli adolescenti, ma quella di strada. In parte questi reati sono legati alla maggior presenza di minori stranieri non accompagnati e di ragazzi di seconda generazione, con vissuti traumatici o di esclusione. Accanto alla componente sociale, spesso ce n'è anche una psicopatologica. Non bisogna alimentare la paura: la narrazione è parte del problema e della soluzione. E occorre prevenire, alle scuole medie, per farsi carico dell’idea di futuro di ragazzi a rischio di esclusione»

di Chiara Ludovisi

Non erano maranza, né minori stranieri non accompagnati, ma figli della “Milano bene”, classe media, impegnati nello sport e in oratorio. I cinque ragazzi – tra cui due minorenni – che hanno accoltellato in via Como lo studente 22enne della Bocconi, rendendolo invalido, non corrispondono per niente all’identikit che più spesso ci sentiamo proporre quando si parla di reati di strada. E ciò che più colpisce, nella narrazione del fatto, è l’efferatezza del gesto, insieme alla mancanza di evidenti segni di pentimento.

«Cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?», viene spontaneo domandarsi. E soprattutto: «Cosa dobbiamo fare di loro, perché camminare per strada non rappresenti un pericolo?». L’allarme è alto, le pagine dei giornali si riempiono di dettagli che descrivono una realtà all’altezza della più cruenta serie televisiva: il rischio è quello di esasperare i fenomeni o di creare uno storytelling distorto. VITA ha intervistato Alfio Maggiolini, psicoterapeuta e direttore della Scuola di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica del Minotauro di Milano.

Cosa sta succedendo? O meglio, sta succedendo davvero qualcosa di nuovo, o semplicemente se ne parla di più?

Direi l’una e l’altra cosa: certamente se ne parla di più, perché c’è allarme sociale e una diffusa preoccupazione, per cui si dà un’enfasi molto forte a casi come quello di corso Como, rischiando anche di non interpretarli bene. 

Quali sono, invece, gli elementi di novità?

Prima di tutto, se prendiamo in esame periodi lunghi (decenni), i reati minorili tendono a diminuire, se invece osserviamo con uno sguardo ravvicinato, notiamo che dopo il calo dovuto al Covid, c’è stato un oggettivo, forte e allarmante rimbalzo. Va detto però che questo rimbalzo, al momento, non ha portato a superare i livelli degli anni precedenti. Eppure, la  percezione diffusa e comune è quella di un aumento.

Alfio Maggiolini

Come vi spiegate questo aumento? Ed è un aumento che riguarda in particolare Milano, oppure è generalizzato?

Una delle motivazioni è che, in generale, il disagio degli adolescenti dopo il Covid è aumentato, manifestandosi in varie forme: disturbi alimentari, aspetti depressivi, comportamenti autolesivi ecc. Alcuni lo esprimono con modalità internalizzanti, emotive, attraverso sintomi che evolvono verso se stessi; altri invece lo esprimono in modo esternalizzante, attraverso atti e comportamenti spesso violenti. Va notato però che non tutti i reati stanno aumentando: stanno crescendo in particolare i reati violenti di strada, rapine in pubbliche vie, risse, lesioni, che peraltro erano in lieve crescita anche prima del Covid. Al contrario, per esempio, lo spaccio non aumenta, così come la violenza sessuale non sembra avere lo stesso andamento. Insomma, non possiamo dire che sia in aumento la violenza giovanile in generale, ma solo quella di strada. E questo va spiegato. 

Se una madre uccide il figlio non ci chiediamo cosa stia accadendo oggi alle mamme. Ma se un adolescente commette un reato, ci domandiamo cosa stia accadendo agli adolescenti oggi

E come si spiega questo aumento della violenza giovanile di strada?

Una delle ipotesi, confermata dai dati, è che in questi comportamenti ci sia una sovrapresenza di minori stranieri. Tra questi, molti sono non accompagnati, numerosi soprattutto nelle grandi città, come Milano e Roma, dove sono aumentati in misura significativa. Oltre a questi, ci sono i minori stranieri di seconda generazione e i giovani italiani di origine straniera, anche loro molto presenti in questi reati di strada. Siamo di fronte, insomma, a un fenomeno sociale, che dobbiamo osservare e studiare, per non rischiare di mal interpretarlo attraverso generalizzazioni infondate. Che è ciò che facciamo quando attribuiamo a un’intera generazione – quella degli adolescenti – il comportamento estremo di alcuni di loro. Riflettiamo: se una madre uccide il figlio non ci chiediamo cosa stia accadendo oggi alle mamme. Ma se un adolescente commette un reato, ci domandiamo cosa stia accadendo agli adolescenti oggi.

Lei parlava dei reati commessi da adolescenti stranieri. Nel caso di corso Como, però, i ragazzi sono per lo più figli della media borghesia italiana. Cosa ci dice questo?

Ci dimostra che la sensazione e la narrazione di un crescente pericolo sociale tendono a creare un clima di paura diffuso negli adulti e nei ragazzi. Tanti parlano di quanto sia «pericoloso andare in giro perché trovi i maranza». Di conseguenza, alcuni per paura restano a casa – una soluzione adottata da molti e che chiamiamo “ritiro sociale” – altri invece rafforzano la dimensione del gruppo per farsi forti e decidono di andare in giro armati, per essere sempre pronti a difendersi.  Questo timore, generato – ripeto – anche dalla narrazione che amplifica la paura, crea un ulteriore rischio che possano accadere fatti violenti. Per i ragazzi della classe media, meno abituati a maneggiare coltelli e a gestire situazioni in strada, il rischio di perdere il controllo può essere addirittura più alto

La narrazione di un crescente pericolo sociale crea un clima di paura diffuso. Continuare a parlare di quanto sia «pericoloso andare in giro a Milano perché trovi i maranza» fa sì che tanti per paura restano a casa e tanti decidano di andare in giro armati

Quindi da un lato la narrazione, dall’altro il gruppo favoriscono le condotte violente. Altri fattori di rischio?

Non dimentichiamo che dietro alcuni comportamenti violenti e reati c’è una componente di psicopatologia individuale, la quale si può manifestare in tanti modi. Il gruppo fa da incubatore delle problematiche individuali. L’aggregazione avviene anche in una cultura affettiva comune, in cui si condividono idee di base e gli aspetti psicopatologici vengono in qualche modo contagiati dentro il gruppo stesso, il quale costruisce il senso di quello che è giusto e quello che è sbagliato. Alcuni eventi estremi vanno dunque letti dentro dinamiche psicopatologiche, che diventano oggetto di contagio emotivo tanto più quanto è intenso il legame. Nei giovani il contesto del contagio è spesso il gruppo, negli adulti è per lo più la coppia. 

Il rischio di questa analisi però è che si corra alla conclusione che i giovani stranieri e coloro che hanno un disturbo psicopatologico siano pericolosi e vadano in qualche modo “rinchiusi”: insomma, cosa bisogna fare con loro, perché non rendano insicure le nostre città e chi le abita?

Prima di tutto ci vuole prevenzione e ci sono tanti modi utili per farla già dall’infanzia: parlo soprattutto di interventi nelle situazioni familiari a rischio, con operatori domiciliari che supportino fin dalla nascita. Gli studi dimostrano che interventi del genere sono utilissimi per prevenire problemi di comportamento. È vero però che questi interventi raggiungono una certa fascia della popolazione. Un altro strumento è l’intervento di prevenzione nelle scuole, che però non si sta dimostrando particolarmente utile: ciò che invece risulta efficace è l’idea di scuole più inclusive, in una logica che lavori sul vissuto di esclusione sociale. Questo vissuto nasce e si sviluppa soprattutto alle scuole medie, dove i ragazzi mettono a confronto le rispettive condizioni sociali e famigliari. Per questo, ritengo che lavorare sull’inclusione sociale alle scuole medie sia fondamentale, perché qualcuno si faccia carico dell’idea di futuro di ragazzi a rischio di esclusione.

Lavorare sull’inclusione sociale alle scuole medie sia fondamentale, perché qualcuno si faccia carico dell’idea di futuro di ragazzi a rischio di esclusione

E nel caso in cui il problema non sia sociale ma abbia la forma di una psicopatologia, come si dovrebbe intervenire?

Fondamentale sarebbe intercettare questi problemi già nell’infanzia, tra fine elementari e inizio medie, per poi mettere in atto interventi continuativi ed efficaci su queste situazioni. Spesso i ragazzi che ritroviamo a commettere reati hanno avuto qualche accesso ai servizi sociali o alle neuropsichiatrie, ma gli interventi sono risultati inefficaci. Questo perché spesso si concentrano sugli aspetti diagnostici e forniscono indicazioni terapeutiche che richiedono un impegno e una costanza nel tempo che situazioni familiari complesse non sono in grado di offrire. Ci vorrebbero interventi più orientati al ragazzo e al suo contesto, con equipe psico-sociali educative e una minore distanza tra intervento educativo domiciliare e diagnostico terapeutico. L’inefficacia dipende in molti casi dalla dispersione, ovvero dal fatto che tanti ragazzi si perdono, abbandonano il percorso

A livello invece di tempo libero e cultura, come ritiene che si potrebbe intervenire, per offrire contesti di crescita sani e non problematici?

Innanzitutto occorre favorire luoghi di aggregazione non a pagamento, per una socialità di gruppo che sia libera ma un minimo presidiata. E che sia gratuita, appunto, perché non diventi un ulteriore fattore di esclusione sociale. Tutto questo va naturalmente accompagnato da maggiori controlli, non in ottica securitaria, ma per trasmettere un senso di maggiore presenza e sicurezza anche agli stessi ragazzi. Ritengo poi fondamentale che ci siano risposte tempestive da parte della giustizia anche quando i ragazzi compiono piccoli reati. Molti dei ragazzi coinvolti in casi gravi hanno alle spalle piccoli precedenti che non sono stati adeguatamente trattati. I progetti di messa alla prova sono molto efficaci e rappresentano una sorta di intervento terapeutico, perché vanno a lavorare sulle cause del comportamento e vanno quindi letteralmente a “ripararlo”.

Lei pensa che i ragazzi soffrano, oggi, di un difetto di empatia?

No. Le caratteristiche dei ragazzi che commettono reati, a parte i casi di disturbo conclamato, sono un senso di spavalderia e grandiosità, l’impulsività reattiva che li fa agire in modo spropositato. Questo è tipico dell’adolescenza. La mancanza di empatia è molto più rara, seppur riscontrabile in alcuni casi, nei quali l’azione violenta è meno impulsiva e più progettata. Ma mentre la spavalderia e l’impulsività sono fisiologici in un adolescente, la mancanza di empatia non lo è e segnala spesso un tratto psicopatologico, a volte in seguito a traumi, di cui il gruppo fa da moltiplicatore, insieme al consumo di sostanze. In generale, però, dobbiamo guardarci dalle generalizzazioni, così come dalle etichette. 

L’etichetta di “maranza”, per esempio?

Esatto. Identificare tutti i giovani stranieri come maranza contribuisce a creare un fenomeno, attraverso un processo di etichettamento generazionale alienante. Per questo, la narrazione è importante ed è parte del problema e del modo per affrontarlo: il mondo dell’informazione, così come quello della cultura, dovrebbero raccontare più storie di speranza, di chi ce l’ha fatta, di chi ha faticato ma poi ha raccolto i frutti del suo impegno. Se raccontiamo solo storie di giovani violenti o disperati, stiamo dicendo loro che non esiste altra possibilità.

Per approfondire il tema leggi il numero di VITA magazine:
“Adolescenti, quello che non vediamo”

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