Salute mentale

Ministro Piantedosi, più che a una “terza via” pensiamo alla rete dei servizi

Dopo l’accoltellamento di una donna a Milano, per mano di un uomo con problemi psichiatrici, il ministro Piantedosi ha proposto di pensare ad «una “terza via”, per la sicurezza dei cittadini». Francesca Cavedoni, pedagogista della cooperativa L’Ovile di Reggio Emilia, che lavora anche con pazienti psichiatrici usciti dalla Rems: «Non risolviamo il problema tornando indietro di un secolo o riaprendo delle strutture, delle istituzioni, che sono totali e totalizzanti. Il “fallimento” fa parte della nostra mission educativa, ma la recidiva c'è dove non esiste una rete sul territorio pronta ad accogliere la persona»

di Ilaria Dioguardi

ministro Piantedosi

Lunedì 3 novembre, a Milano, in piazza Gae Aulenti, una donna di 43 anni, Anna Laura Valsecchi, è stata accoltellata da un uomo. L’aggressore è Vincenzo Lanni, 59 anni, è bergamasco ed era in cura per problemi psichiatrici. Sarebbe stato allontanato dalla comunità che lo ospitava per motivi che sono in corso di accertamento. Ha agito colpendo a caso, già in passato era stato protagonista di un episodio simile: aveva colpito in strada, con un coltello da cucina, due pensionati. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, durante un’intervista nel programma Start di Sky Tg24, commentando il fatto ha detto: «Credo che forse andrà riconsiderata una “terza via”, dei trattamenti per queste persone che tengano in maggiore considerazione il problema del contenimento per la sicurezza dei cittadini».

Piantedosi ha spiegato che si tratta di una questione complessa, che richiede un confronto tra istituzioni, sanità e mondo della giustizia, per trovare strumenti e percorsi che permettano di prevenire episodi drammatici, garantendo allo stesso tempo sicurezza e cura. «Non si può fare un discorso generale dopo un episodio come quello accaduto, che è di una gravità estrema. Ma un caso non può diventare da esempio rispetto ai percorsi di accoglienza e di riabilitazione. Non risolviamo il problema tornando indietro di un secolo o riaprendo delle strutture, delle istituzioni, che sono totali e totalizzanti», dice Francesca Cavedoni, pedagogista, responsabile per la cooperativa L’Ovile di Reggio Emilia del settore accoglienza, in particolare si occupa dei servizi di salute mentale e carcere. La cooperativa già dagli anni ’90 si occupa di autori di reato con disturbi psichici, creando occasioni di inclusione e di accoglienza: ad oggi ha creato una filiera di servizi per dare ospitalità, assistenza e riabilitazione a circa 70 utenti.

L’importanza di coinvolgere il Terzo settore

«Nel momento in cui si parla di servizi legati alla salute mentale e all’esecuzione penale, sicuramente la questione è complessa, come dice Piantedosi. Ma se il riferimento è il coinvolgimento di tutte le parti della salute e di tutte le parti della giustizia, manca il coinvolgimento del Terzo settore», sottolinea Cavedoni. «Noi ci collochiamo all’interno di un sistema che deve lavorare sempre più in maniera socio-integrata tra i servizi, vanno coinvolte tutte le parti dall’alto al basso, compreso il Terzo settore».

L’obiettivo delle Rems: la riabilitazione

«Questa tragedia poteva accadere a tutti. È chiaro che, quando si parla di fragilità, si toccano tanti temi che possono essere legati alla salute mentale e alla giustizia, mon è un problema che si può risolvere con l’apertura di altre istituzioni chiuse. La “terza via” di cui parla Piantedosi non credo sia il potenziamento delle Residenze esecutive per le misure di sicurezza – Rems. Anche se ci fosse il potenziamento o l’ampliamento dei posti, bisogna ricordare che le Rems sono un servizio che opera con la collettività e fa riabilitazione», prosegue Cavedoni.

«È vero che sono strutture sanitarie con degli agenti, ma è anche vero che queste strutture collaborano con il Terzo settore e con le cooperative, progettano e pensano a delle soluzioni di reinserimento sul territorio. Non è un caso che i pazienti che sono nelle Rems di Reggio Emilia accedano a dei percorsi di inserimento e orientamento lavorativo sul territorio. I pazienti escono dalle Rems se accompagnati con delle progettazioni individualizzate e molto intensive». Cavedoni continua dicendo che «l’obiettivo è la riabilitazione, non è sicuramente la chiusura o fare in modo che questi pazienti restino lì: si tratta comunque di luoghi di transizione».

Fare i conti con il “fallimento”

Un educatore, un peda gogista come fa a fare i conti con il “fallimento” di chi esce dalla comunità e poi torna a rifare lo stesso reato per cui era entrato? «È la domanda che si fanno tutti gli educatori, in qualsiasi ambito lavorino. Il “fallimento” fa parte della nostra mission educativa. Noi contempliamo anche il fatto che non tutti i percorsi possano funzionare o riuscire bene, che ci possano essere ricadute e recidive. Quello che vediamo è che la recidiva avviene soprattutto nelle situazioni in cui non c’è una rete sul territorio pronta ad accogliere la persona. Succede quando c’è assenza di lavoro, di reti sociali e territoriali», continua Cavedoni. «Spesso il reato viene commesso in famiglia, quindi può anche essere che la famiglia di quella persona non ci sia più».

Senza una rete di servizi, la recidiva è garantita

«Nel momento in cui un utente esce da una comunità, da un carcere o da un servizio intensivo, se non c’è un sistema di welfare pronto ad accoglierlo, se non c’è un sistema di servizi che si integra ed è pronto a creare delle alternative, la recidiva colpisce il 90% dei casi», prosegue Cavedoni. «La problematica è estremamente legata a quanto un welfare di comunità è pronto ad accogliere persone con delle fragilità, che possono aver anche solo commesso un reato. Se fuori non c’è una rete che offre una parte di accompagnamento ai servizi sociali, sanitari, educativi, al lavoro, la recidiva è garantita». L’Ovile propone, attraverso l’accoglienza e l’inserimento lavorativo, percorsi riabilitativi a persone in stato di bisogno quali svantaggiati certificati (tra i quali soggetti in trattamento psichiatrico e ex degenti di istituti psichiatrici) e persone in situazione di svantaggio e fragilità.

L’abbassamento dell’età delle persone fragili

«Sul territorio si vede un abbassamento dell’età rispetto alle fragilità. Registriamo un aumento degli esordi psicotici e dell’accesso degli adolescenti ai servizi di neuropsichiatria infantile. Seguiamo persone che sono fragili, sprovviste di reti e di risorse e che sono sempre più giovani. Anche nei servizi per adulti l’utenza è molto ringiovanita, abbiamo sempre più giovani adulti, che hanno anche 19-20 anni».

Per questo motivo un anno fa L’Ovile ha aperto una comunità educativa socio-integrata che accoglie adolescenti giovani. «Quando ci sono le risorse si può investire maggiormente su sistemi di filiera, riabilitativi, che possono andare dalle strutture alle comunità, fino a gruppi appartamento. Questi servizi sono intensivi ma poi, lavorando sulle skills, sui progetti individualizzati, su tempi, spazi e attività in maniera evolutiva, fanno crescere le persone e fanno sì che facciano dei passaggi da una struttura all’altra, con l’obiettivo ultimo dell’autonomia e dell’inserimento sociale».

In apertura, il ministro Piantedosi in foto di Stefano Carofei/Sintesi. All’interno, foto della cooperativa L’Ovile.

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