Genitori fragili
Minori in casa famiglia: «Il 42% torna dai genitori. Non strappiamo, ricuciamo»
Parla Armando Cancelli, direttore della Fondazione Protettorato San Giuseppe, che a Roma gestisce cinque case famiglia. «Arrivano soprattutto adolescenti e dopo un lungo percorso con i servizi. All’origine dell’allontanamento c’è sempre il pregiudizio per il minore. La sfida vera? Le tante richieste che riceviamo per ragazzi e ragazze con gravi disturbi del comportamento o psichiatrici». E c’è anche chi rientra in famiglia, ma poi chiede di tornare in comunità
«In un mondo ideale, nessun figlio dovrebbe essere allontanato dalla sua famiglia e tutti dovrebbero avere genitori perfetti. La realtà però è diversa e ci sono casi in cui allontanare è necessario, nell’interesse del minore, che deve essere sempre al centro»: a parlare è Armando Cancelli, direttore della Fondazione Protettorato San Giuseppe, nata oltre 100 anni fa come orfanotrofio, poi divenuta Ipab e oggi centro di servizi per i minori e le famiglie.
Al suo interno, nel quartiere Nomentano a Roma, ci sono anche cinque case famiglia per minori, italiani e stranieri e un progetto di semiautonomia per i careleaver.
Del documento che ha presentato l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni la scorsa settimana, c’è un dato che Cancelli vuole evidenziare e su cui invita a riflettere: «Il 45,2% dei minori collocati in comunità poi rientra in famiglia. Mi pare evidente che la casa famiglia non strappa, ma ricuce i legami familiari: è questo il nostro compito e il nostro obiettivo», afferma.
Conoscere gli esiti dei collocamenti sarebbe di grande aiuto per chi fa questo lavoro, «tanto che vorremmo provare intanto a farlo noi, con il nostro Centro studi, per poter rispondere a una domanda che ci sta a cuore: che effetto produce, nel tempo, l’esperienza in casa famiglia?».
Il punto a cui si riferisce Cancelli è noto e denunciato da anni dai rapporti del Gruppo CRC sull’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC) in Italia: i dati che abbiamo sui minori fuori famiglia (indubitabilmente migliorati nella qualità e nella tempistica di restituzione da quando la rilevazione dei dati passa dal Sistema Informativo dell’Offerta dei Servizi Sociali) rappresentano comunque una fotografia al 31 dicembre e non il flusso di quel che accade nel tempo. Sappiamo così che fra i minorenni in affidamento familiare che sono stati dimessi nel 2024, esclusi i minori stranieri non accompagnati, il 47,1% ha fatto rientro nella propria famiglia di origine (i tassi sono superiori al 60% nelle Province autonome di Bolzano e Trento, in Piemonte e in Calabria) e che il 20,1% dopo l’affido inizia un nuovo percorso di accoglienza in una struttura residenziale, il 17,8% inizia un affidamento preadottivo e il 7,2% dei casi raggiunge la vita autonoma. Tra quelli che nel 2024 sono stati dimessi dai servizi residenziali, sempre al netto dei Msna, emerge che il 45,2% dei minorenni dimessi fa rientro nella propria famiglia di origine, dato in linea sia tra gli italiani che tra gli stranieri, circa il 10% inizia un percorso di affidamento familiare (la quota è più alta tra i minorenni con cittadinanza italiana rispetto agli stranieri); il 9,5% dei dimessi raggiunge l’autonomia. Circa il 5% inizia un affidamento preadottivo (la quota sale al 6% tra gli italiani). L’anno prossimo, però, non sapremo se o quanti fra questi dimessi rientrati in famiglia qualcuno sarà di nuovo in comunità o in casa famiglia, e perché. Non sapremo se e quanti minori che entreranno in affido l’anno prossimo vengono da un precedente affido che non ha funzionato, né se e quanti affidamenti preadottivi falliranno, riportando i minori in un servizio residenziale. Il sistema conta le teste, non il flusso: questo è ancora un problema.
Entrano, crescono, escono. A volte ritornano
In assenza dei dati, però, ci sono i fatti: «Noi vediamo tanti ragazzi e ragazze trasformarsi, uscire da qui più forti di come erano entrati, acquistare fiducia in se stessi ed essere più preparati ad affrontare il mondo. E tanti instaurano con gli educatori e con i loro compagni legami che restano nel tempo», racconta Cancelli.

Addirittura, c’è chi chiede di tornare in comunità: «Non accade spesso, ma a volte succede. Un ragazzo che era rientrato in famiglia, per esempio, ha poi chiesto di tornare da noi. Oggi è maggiorenne, diplomato e ha appena superato le prove di Medicina».
Ma chi sono i minori che arrivano in comunità, naturalmente tramite i servizi? «Innanzitutto non sono quasi mai bambini: arrivano soprattutto adolescenti, perché la decisione è l’esito di un lungo percorso precedente di presa in carico da parte dei servizi. Non mi risulta che sia mai avvenuto un collocamento a causa di un conflitto familiare o di un rifiuto genitoriale. Quale tribunale decide l’ingresso in casa famiglia quando il benessere del minore non sia gravemente a rischio?», si domanda Cancelli.
Non si colloca un minore in casa famiglia per garantirgli qualcosa di meglio rispetto alla sua casa: si manda in casa famiglia perché a casa propria potrebbe subire danni
Armando Cancelli
Perché non è solo l’emergenza, la violenza, o l’abuso che possono dar luogo ad allontanamento, ma «è il pregiudizio per il minore la condizione determinante: se è a rischio la sua possibilità di crescere in un ambiente sano, allora può essere disposto il suo collocamento temporaneo in un’altra famiglia, o in una comunità. Ed è quello che vediamo con i nostri occhi: minori che arrivano da famiglie che, almeno in quel momento, non sono in grado di assicurare loro una crescita sana», riferisce ancora Cancelli.
D’altra parte, «l’iter è sempre complesso, c’è un decreto del tribunale, con un’istruttoria che ha accertato un grave pregiudizio. Non si manda in casa famiglia per garantire al minore qualcosa di meglio rispetto alla sua casa: si manda in casa famiglia perché a casa propria potrebbe subire danni. Questo è ciò che accade nella realtà».
Detto questo, «noi dobbiamo essere l’extrema ratio, ma credo che in effetti lo siamo già. Non penso che ci sia un abuso di collocamenti fuori famiglia. Quel che posso dire con certezza è che il numero di richieste che ci arrivano ogni giorno supera il numero di posti disponibili».
E il numero di richieste ha spesso a che fare con un bisogno crescente delle famiglie nella gestione delle problematiche dei figli, soprattutto adolescenti. «Questo è un tema di cui si parla poco, ma che noi sentiamo molto, perché ci interroga e ci mette anche in crisi. I ragazzi e le ragazze spesso arrivano in casa famiglia con problematiche del comportamento che i genitori non riescono a gestire, ma per le quali la casa famiglia non può essere la risposta idonea. Di questo bisognerebbe occuparsi: di costruire un servizio in grado di farsi carico di questi giovani».
Infine, una precisazione: «La comunità è un luogo in cui i legami familiari non si interrompono, ma vengono ricostruiti e rafforzati. È un pezzo del percorso, che inizia e finisce. Un po’ come l’ospedale: ci si va per il periodo necessario, perché non si può fare diversamente. Non si va in casa famiglia per sempre, ma solo per il tempo che serve. E se il periodo si prolunga, è per una lentezza del sistema, non certo per nostro volere», mette in chiaro Cancelli.
E poi l’invito: «Saremo lieti di ospitare chiunque voglia venire a vedere cos’è davvero una comunità per minori e chi sono i ragazzi e le ragazze che vengono accolti e chi sono gli operatori che li accompagnano. Forse allora avremo una narrazione più corretta, che renda giustizia al grande lavoro che si fa, non certo per strappare i figli ai loro genitori, ma per aiutarli a superare le difficoltà che incontrano lungo il cammino», conclude.
Foto fornite dall’intervistato
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