Famiglia
Minori: prelevamenti o allontanamenti? Quali parole per quale tutela
Nei giorni scorsi l'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza ha presentato un documento per fare il punto sul "prelevamento dei minori": una scelta lessicale che getta tutti gli interventi di tutela minori nel cono del sospetto. Il sistema può sempre essere migliorato, ma esiste proprio perché di proteggere i minori c'è un reale bisogno: limitarsi a pochi casi estremi significa abbassare il livello di tutela ed esporre i bambini a gravi rischi
Affidamento familiare, collocamento del minore, allontanamento dalla famiglia d’origine. Provvedimento del tribunale per i minorenni, intervento dei servizi sociali, esecuzione del provvedimento. Sono questi i termini che compaiono nella legge 184/1983, la legge quadro su affidamento familiare e adozione, così come nella legge 149/2001 che l’ha modificata. La parola “prelevamento” non c’è nemmeno una volta. Un giudice onorario, anzi, mi spiega che nella prassi ormai non si usa più nemmeno la parola allontanamento: si parla di «accoglienza in protezione», un’espressione più rispettosa dell’obiettivo dell’intervento, che è quello di allargare la rete protettiva, a salvaguardia del bambino.
Le parole contano
La parola prelevamento, invece, è quella scelta dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Marina Terragni, che nei giorni scorsi ha presentato il documento Prelevamento dei minori, facciamo il punto. Un documento realizzato con il contributo delle avvocate Alessandra Capuano Branca e Marina Marconato, senza un confronto con i soggetti che di messa in protezione si occupano e che tanto è dirimente su questi argomenti.
Si tratta di un documento con una finalità eminentemente comunicativa, non delle linee guida: dieci pagine per 18 temi, con lo stile pop delle FAQ, che parlano direttamente all’opinione pubblica. Dieci pagine in cui si dice che «l’allontanamento di un minore dalla famiglia deve tornare a essere una misura eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo». Sarebbe questa infatti «l’unica ipotesi di collocamento extrafamiliare prevista dal Codice civile all’articolo 403».
Il 403 è l’articolo che prevede la messa in sicurezza immediata di un minore che è in stato di abbandono morale o materiale, con un pregiudizio grave o un rischio imminente per la sua salute. Situazioni talmente gravi che, al contrario di quel che avviene di solito, il mettere in protezione arriva prima, temporalmente parlando, della valutazione, che verrà fatta in un secondo momento.
Più che chiarire, perciò, a me pare che il documento confonda. E confonde perché passa continuamente dal parlare di “allontanamento” di un minore dalla propria famiglia (che arriva a valle di una valutazione fatta da parte di professionisti in équipe, è temporaneo, orientato a permettere ai genitori il recupero di quelle competenze che permettano il rientro del minore in famiglia e che può avvenire per molte ragioni, anche preventive e può essere pure consensuale) al parlare di articolo 403 del Codice civile – che scatta solo in situazioni di vera urgenza – come se fossero esattamente sovrapponibili. Di fatto finisce per far fare al lettore l’equazione per cui secondo la legge italiana fuori dalla propria famiglia dovrebbero starci solo i bambini allontanati ex articolo 403 e che tutti gli altri allontanamenti siano illeciti. Di più, siano violenza di Stato.
Tutto il documento evidentemente nasce avendo in mente una situazione ben precisa, quella degli allontanamenti nell’ambito di separazioni altamente conflittuali (molte domande sono dedicate a ciò), ma generalizza a tutti gli affidi. Prova ne sia che a Porta a Porta, in seguito, Terragni commentando il caso della “famiglia nel bosco” abbia fatto un esempio molto esplicito: i bambini dovrebbero essere allontanati «solo quando corrono dei rischi per la vita, quando la mamma li insegue con l’accetta o per dagli fuoco, per capirci».
«Nei contesti di tutela dei minori, l’uso di “prelevamento” al posto di “allontanamento” produce uno spostamento di senso che incide sulla legittimità percepita, sulla rappresentazione delle persone piccole e sulla lettura pubblica degli interventi di tutela», ha ricordato Monya Ferritti, curatrice della pagina Facebook Il corpo estraneo, nel commentare il documento dell’Agia. «“Allontanamento” rinvia a una misura di protezione collocata dentro un impianto procedurale; “prelevamento” descrive invece l’atto fisico del portare via, con il risultato di narrare l’intervento come un’azione di forza e non come una decisione per la tutela dei minori. Il termine “prelevare” ha una carica semantica fortemente oggettivante che fa slittare i minori coinvolti da soggetti di diritti a corpi da spostare, oscurando la dimensione di tutela e la centralità del loro interesse a favore di una rappresentazione coercitiva dell’intervento. Anche nel discorso pubblico, “prelevamento” è spesso associato a narrazioni di abuso, arbitrarietà».
“Prelevamento” descrive l’atto fisico del portare via, con il risultato di narrare l’intervento come un’azione di forza e non come una decisione per la tutela dei minori.
Monya Ferritti, curatrice della pagina Facebook Il corpo estraneo
Un tema, tanti tavoli
Curiosamente, la presentazione del documento dell’Agia è arrivata a soli due giorni di distanza da un altro evento istituzionale: quello in cui la viceministra Maria Teresa Bellucci ha convocato al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali il Tavolo di lavoro in materia di interventi di integrazione e inclusione sociale sui minori fuori famiglia, sui minori affidati e in carico ai servizi sociali territoriali e sui neomaggiorenni in prosieguo amministrativo per presentare tutti i dati sui minori fuori famiglia raccolti nel Quaderno della Ricerca Sociale n. 66 (ne abbiamo già parlato qui), annunciando che «nel 2026 presenteremo la prima relazione al Parlamento sullo stato dei minori fuori famiglia e in carico ai servizi sociali, prevista dalla legge n. 104/2024». Un dejà vu di tavoli di lavoro che si moltiplicano e di soggetti che non si parlano: se ricordate, per esempio, il ddl Roccella-Nordio, «Disposizioni in materia di tutela dei minori in affidamento», con i suoi registri e il suo Osservatorio, fu presentato nel marzo 2024, soltanto un mese dopo che la Conferenza Unificata aveva sancito l’intesa sulle nuove Linee di indirizzo nazionali sull’accoglienza dei minori nei servizi residenziale e sull’affidamento familiare.
Ognuno può e deve riflettere, analizzare, proporre miglioramenti partendo dal proprio ambito (tra il 2028 e il 2022 per esempio l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza ha realizzato con cadenza biennale una raccolta dati sperimentale elaborata con le procure della Repubblica presso i tribunali per i minorenni, La tutela dei minorenni in comunità), ma su temi fondamentali e delicatissimi come questi la cosa sarebbe prezioso proprio il lavorare insieme, in tavoli interistituzionali che coinvolgano tutti i soggetti in campo: rappresentanti delle famiglie comprese.
I professionisti che si occupano di allontanamenti (anche quelli che avvengono in contesti profondamente conflittuali o per cui il giudice dispone la presenza delle forze dell’ordine) peraltro hanno già indicazioni e linee guida. Nel documento dell’Agia si cita il Garantire i diritti dei minorenni. Vademecum per le forze di polizia. Io cito qui il documento elaborato nel 2010 dal Tavolo tecnico promosso dal Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali – Cnoas (Percorsi di sostegno. Linee guida per la regolazione dei processi di sostegno e allontanamento del minore) e quello del 2015, Processi di sostegno e tutela dei minorenni e delle loro famiglie. Entrambi furono frutto di un lavoro a più voci. Da lì poi è derivato il documento che contiene le “Indicazioni e criteri operativi per gli assistenti sociali nelle azioni di protezione, tutela e cura delle relazioni in età evolutiva”, sempre del Cnoas. E non dimentichiamo che in Senato è in discussione la riforma delle professioni, compresa quella degli assistenti sociali.
Si può migliorare? Certo. E una Autorità Garante (qualsiasi essa sia) esiste proprio perché il sistema è imperfetto: tra i suoi compiti infatti c’è anche quello di raccogliere segnalazioni di abusi, diritti violati, situazioni critiche. Ma nemmeno possiamo fingere che in tutto il Paese, oggi, tutti i professionisti della tutela minori lavorino “a braccio”.
Allontanare solo in casi estremi, ma “estremo” non è solo il rischio di vita
È evidente che i temi affrontati sono importantissimi. Nessuno mette in dubbio che le valutazioni delle situazioni delle famiglie siano sempre più complesse, che le situazioni di conflitto all’interno delle famiglie e tra le famiglie e i servizi crescano, né che nel sistema vi siano possibilità di errori. Allo stesso modo, ogni passo volto al miglioramento del sistema è sempre benvenuto. Ma un conto è scovare gli errori, un altro è presentare tutti gli allontanamenti come strappi arbitrari, al di fuori dei presupposti della legge. Le parole che descrivono meglio l’aria che tira – parlava in generale e non del documento dell’Agia – sono quelle di Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione magistrati per i minori e per la famiglia. Sul quotidiano Avvenire nei giorni scorsi ha detto così: «C’è una tendenza diffusa, di cui alcuni media si sono fatti portavoce, che vorrebbe limitare le possibilità di intervento di protezione dei minori a pochi casi estremi. Ma questo abbassa il livello di tutela sia da parte del sistema giudiziario sia da parte del welfare, ed espone bambini e ragazzi a gravi rischi. Per questo noi magistrati minorili diciamo no. Si tratta di una china pericolosa».
C’è una tendenza diffusa, di cui alcuni media si sono fatti portavoce, che vorrebbe limitare le possibilità di intervento di protezione dei minori a pochi casi estremi. Ma questo abbassa il livello di tutela sia da parte del sistema giudiziario sia da parte del welfare, ed espone bambini e ragazzi a gravi rischi.
Claudio Cottatellucci, presidente Associazione magistrati per i minori e per la famiglia
Quel vento è lo stesso per cui oggi si sostiene apertamente che non c’è maltrattamento se non c’è violenza fisica, che il legame di sangue viene prima di tutto, che ci sta riportando al concetto che credevamo superato di “patria potestà. Un vento che soffia tanto forte da permettersi di ignorare persino l’evidenza dei dati: ieri nelle pagine torinesi di Repubblica si leggeva che tre anni dopo l’approvazione della legge regionale “Allontanamenti Zero”, in Piemonte i numeri dei minori fuori famiglia sono rimasti pressoché identici.
Invece di leggere il dato come una conferma del fatto che i minori vengono allontanati già di norma solo come extrema ratio, cioè quando è estremamente necessario e dopo aver tentato tutte le altre strade possibili, tanto che non sono calati nemmeno dentro la cornice più restrittiva della nuova legge… si dice che il giro di vite è stato troppo blando e che i criteri, per far calare i numeri, vanno resi ancora più severi.
Arrivare prima
La presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali – Cnoas, Barbara Rosina, ricorda che protocolli e procedure per gestire gli allontanamenti esistono da molti anni e che la presenza delle forze dell’ordine non è punitiva ma sempre preventiva, per tutelare tutte le persone di minore età coinvolte, ma anche gli adulti stessi e i professionisti. «Certamente la formazione degli operatori va potenziata, sia quella universitaria sia quella continua, ma non possiamo nemmeno far passare affermazioni non supportate da dati, che dicono che “frequentemente” i minori vengono “prelevati” dalla loro residenza abituale anche al di fuori dei presupposti previsti dalla legge, oppure scorrette come quella per cui il 403 sia l’unica cornice possibile per il collocamento extrafamiliare», spiega. «Se fosse così, significherebbe eliminare qualsiasi possibilità di intervento preventivo, di sostegno e accompagnamento, qualunque margine di valutazione professionale dei fattori di rischio e protezione in favore dei minorenni e delle loro famiglie. Perché questo è il significato di una messa in protezione: arrivare prima, per proteggere. Qui invece si confondono le misure dettate dall’urgenza e le misure giudiziarie a valle di una valutazione lunga e multidisciplinare, fatta da un’équipe. La Garante pone questioni importanti, ma c’è bisogno di affrontarle in maniera aperta, schietta, tutti insieme con il coinvolgimento di tutti i professionisti del sistema di protezione».
Per Rosina un aumento di conflittualità nelle famiglie e tra le famiglie e i servizi, c’è: ma è lo stesso che si registra nella società a livello globale, aggravato «dalla strumentalizzazione delle situazioni che allontanano le persone dai servizi e creano sfiducia nel sistema di aiuto».
Se fosse così, significherebbe eliminare qualsiasi possibilità di intervento preventivo, di sostegno e accompagnamento, qualunque margine di valutazione professionale dei fattori di rischio e protezione in favore dei minorenni e delle loro famiglie. Perché questo è il significato di una messa in protezione: arrivare prima, per proteggere.
Barbara Rosina, presidente Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali
Per Anna Guerrieri, presidente del Coordinamento CARE, che riunisce le associazioni di famiglie accoglienti, affidatarie e adottive, i nodi centrali della questione sono due e vanno tenuti insieme. Il primo riguarda la tutela del diritto dei bambini a crescere in una famiglia, a partire, ogni volta che sia possibile, dalla propria famiglia di origine. «Come associazioni di famiglie, siamo innanzitutto interessate all’investimento che lo Stato deve garantire in modo continuativo per sostenere le famiglie più fragili, quelle più deboli, i nuclei mamma-bambino, ad esempio, o le famiglie che vivono in condizioni di estremo disagio e degrado, spesso sovrarappresentate quando si parla di interventi di protezione dell’infanzia», spiega. Il sostegno alle famiglie di origine, sottolinea Guerrieri, deve andare di pari passo con la capacità di intervenire in tempo e per tempo nella tutela dell’infanzia: «Troppo spesso, invece, ci si trova di fronte a interventi tardo-riparativi, quando i danni subiti dai bambini si sono già accumulati in modo irreversibile». È importante interrogarsi sul sistema di tutela, compresi i numeri e la tipologia degli interventi, con l’obiettivo di migliorarlo, «ma va fatto attraverso il confronto e l’ascolto, mettendo insieme sempre tutti gli attori coinvolti a partire dal Terzo settore in prima linea, senza scorciatoie né contrapposizioni». Il secondo punto chiave è l’investimento sulla tutela dell’infanzia nei territori. «Servono antenne adeguate, diffuse e competenti, che spesso mancano. I servizi, troppo frequentemente, sono in affanno e la percezione è che fatichino a rispondere in modo tempestivo ed efficace ai bisogni dei bambini e delle famiglie».
Troppo spesso, in realtà, ci si trova di fronte a interventi tardo-riparativi, quando i danni subiti dai bambini si sono già accumulati in modo irreversibile
Anna Guerrieri, presidente Coordinamento CARE
Il nostro Paese negli ultimi anni ha oggettivamente investito nell’infrastruttura dei servizio sociale territoriale. Ha introdotto un Livello Essenziale delle Prestazioni per gli assistenti sociali, per cui va garantito un rapporto minimo di un assistente sociale ogni 5mila abitanti (con l’obiettivo di arrivare a 1 ogni 4mila) per ogni Ambito Territoriale Sociale-Ats. È stata introdotta un’équipe multidisciplinare che prevede uno psicologo ogni 30mila abitanti e un educatore professionale ogni 20mila. C’è in corso un maxi concorso unico per rafforzare i servizi sociali ed è stato annunciato un nuovo concorso dedicato per gli assistenti sociali. «Sono tutti passi importanti, ma non solo si può – si deve – ancora dire che il servizio sociale ha un tema di risorse, perché non tutta Italia è coperta allo stesso modo: non tutti i territori spendono i fondi a disposizione ci sono ancora troppe differenze territoriali, sia nei numeri del personale sia nella spesa sociale pro capite dei vari Comuni», conclude Rosina.
Foto di Andrew Seaman da Unsplash
17 centesimi al giorno sono troppi?
Poco più di un euro a settimana, un caffè al bar o forse meno. 60 euro l’anno per tutti i contenuti di VITA, gli articoli online senza pubblicità, i magazine, le newsletter, i podcast, le infografiche e i libri digitali. Ma soprattutto per aiutarci a raccontare il sociale con sempre maggiore forza e incisività.