Accoglienza
Minori stranieri non accompagnati, una famiglia cambia la vita. Ma l’affido non decolla
Solo il 4% degli oltre 17mila minorenni migranti arrivati in Italia da soli è accolto in famiglia. Unicef e Cnca (Coordinamento nazionale comunità accoglienti) danno la parola ai genitori affidatari: stabilità economica e familiare, ma soprattutto soddisfazione e fiducia sono gli elementi comuni. Mentre la criticità principale resta l’accompagnamento durante il percorso. Le raccomandazioni delle associazioni per assicurare sostegno in ogni fase e potenziare il sistema
«Iniziare una nuova vita non è sempre facile. Con la famiglia e gli amici però è diverso. Dopo un po’ ti rendi conto che tutto va bene, cominci a incontrare amici e li inviti a giocare o a uscire insieme».
Mamajang aveva solo 13 anni, quando è arrivato in italia, da solo, dopo aver attraversato l’Africa occidentale, il deserto del Sahara e la Libia. Per quasi due anni ha vissuto in un centro di accoglienza a Palermo: «Pensavo che non sarei mai riuscito a imparare l’italiano, era una lingua molto diversa e sconosciuta per me».
Poi, nel 2019, ha incontrato Desiré e Mauro, che gli hanno aperto le porte di casa e molto di più. Da allora, vive con loro, in un paesino del Nord Italia. Lui è felice, loro anche: «Ho sempre avuto l’idea che in queste situazioni sei tu a dare, invece abbiamo ricevuto molto in molti modi ed è una grande gioia», assicura Mauro.
Questa è solo una delle tante – ma troppo poche storie – storie di minori non accompagnati accolti presso famiglie affidatarie in Italia: questi sono infatti appena il 4% del totale dei ragazzi e delle ragazze (soprattutto ragazzi) arrivati, ancora minorenni, nel nostro Paese, sfuggendo a fame, guerra o povertà.
Pochissimi, soprattutto se pensiamo che questa, per legge, è indicata come l’opzione prioritaria, nell’interesse superiore del minore.
Da una parte la legge (la n.47/2017), che introduce un criterio di preferenza
dell’affidamento ai familiari rispetto al collocamento in comunità di accoglienza (art. 6); dall’altra ci sono i numeri, che ci parlano di un’esperienza ancora marginale e di un’opzione tutt’altro che prioritaria.
Cnca e Unicef accendono un faro su chi quella scelta decide di farla, nonostante le preoccupazioni che non mancano. È la fotografia che viene scattata nel rapporto “Chi accoglie? Analisi qualitativa preliminare sui profili delle famiglie affidatarie di minorenni non accompagnati/e”: una ricerca qualitativa, che mette insieme fonti ufficiali e testimonianze, come quella di Mamajang, Desiré e Mauro, per raccontare chi, come e perché apra la propria porta ai minori stranieri non accompagnati.
Una popolazione numerosa, quest’ultima, visto che solo nel 2025 sono arrivati in Italia 12.142 minorenni soli. Complessivamente, nello stesso anno, sono 17.500 quelli in accoglienza. Di questi, appunto, solo il 4% è in affido familiare.

Già solo questi dati suscitano un interrogativo: quanti sono i Msna non accolti né in famiglia né in struttura, ma semplicemente “persi di vista”, o comunque usciti dal sistema dell’accoglienza, dopo un breve periodo di presa in carico?
Lo dicono chiaramente i numeri, se andiamo indietro di un anno: nel 2024, infatti, sono arrivati in Italia 14.828 Msna. Nel 2025, ne sono arrivati 12.142. Il totale è di quasi 27 mila minori arrivati negli ultimi due anni.
In accoglienza, tra strutture e famiglie, ce ne sono solo 17.500: che fine hanno fatto gli altri 9.500? Alcuni saranno divenuti maggiorenni nel frattempo, altri avranno lasciato l’Italia, ma che ne è degli altri? Esiste evidentemente una zona d’ombra, che diventa facilmente una zona di disagio.
Ma torniamo alla zona di luce: quella, decisamente troppo piccola, in cui si trovano circa un migliaio di minorenni migranti e rifugiati accolti in famiglia.
Genitori affidatari, fidarsi è meglio
Unicef e Cnca hanno cercato di capire chi siano le famiglie che accolgono minori stranieri nella propria casa. Lo hanno fatto attraverso un sondaggio anonimo, realizzato su un campione di 61 famiglie tra quelle coinvolte nel progetto Terreferme. Famiglie naturalmente molto diverse tra loro, ma accomunate, a quanto pare, da alcune caratteristiche.
L’età, innanzitutto: si tratta perlopiù di over 50: il 40% di loro ha tra 50 e 60 anni, il 26% supera i 60 anni, mentre il 30% ha tra 40 e 50 anni. Quasi tutte sono coppie sposate o conviventi (80%) e il 60% ha già figli. «Questi elementi possono suggerire che l’affido è più frequente in un contesto in cui è possibile ipotizzare una certa stabilità relazionale, elemento che favorisce una certa disponibilità ad accogliere», si legge nello studio.
Dal punto di vista lavorativo, il 44% degli/delle affidatari/e dichiara di svolgere un impiego dipendente e il 21% di esercitare una libera professione.

Soddisfazione e fiducia nel prossimo risultano poi due ingredienti che favoriscono questa scelta, visto che accomunano buona parte degli intervistati: tutti loro dichiarano infatti piena fiducia nei confronti dei familiari e oltre il 60% manifesta fiducia verso individui appartenenti a religioni, culture o nazionalità differenti. Il 95% ritiene che le persone migranti contribuiscano ad aumentare la ricchezza culturale. «Questo atteggiamento riflette un sistema valoriale inclusivo, coerente con la scelta di accogliere», si legge nella ricerca.
La soddisfazione e il benessere soggettivo sono un altro elemento comune: il 95% degli intervistati si dichiara soddisfatto della propria vita. 7 su 10 si dichiarano felici quando pensano alla propria vita nel suo complesso.
Accogliere, come e perché
«Sento che non abbiamo fatto niente di speciale, siamo un papà e una mamma, abbiamo una famiglia semplice, ci piace aiutare, ci siamo detti: ci costa poco aggiungere una sedia in più a tavola».
Le parole di Beniamino, che insieme a Chiara ha accolto in famiglia Nasim, spiegano molto bene la semplicità che ispira la scelta di accogliere. Semplice come aggiungere un posto a tavola e aprire la porta di casa, per far entrare aria nuova.

«Abbiamo imparato che per un affido, per accogliere una persona, è importante fare spazio: sia fisico – buttare via un po’ di oggetti – ma anche mentale, per cui bisogna svuotare per fare riempire lo spazio da chi arriva».
Certo, il tempo serve e bisogna concederselo: «Prima che Nasim venisse ad abitare con noi, abbiamo tolto la scrivania, con Nasim abbiamo imbiancato la parete, montato il letto, abbiamo iniziato a ricostruire e abbiamo voluto un avvicinamento graduale. Ci siamo presi il tempo fisico e mentale, noi ne avevamo bisogno, e anche lui, per conoscerci e avere il suo spazio», racconta Chiara.
Dietro tutto questo, ovviamente, c’è una propensione all’impegno e alla solidarietà: il 95% degli intervistati dichiara di aver accolto per poter accompagnare ragazzi e ragazze verso l’autonomia (95%) e per il desiderio di aprirsi a esperienze interculturali (88%). «Il profilo che emerge è quello di famiglie animate da valori di solidarietà, crescita reciproca e incontro tra culture», si legge.
Le preoccupazioni fanno parte del percorso e rappresentano un’indicazione utile anche per il miglioramento del sistema: in particolare, 7 intervistati su 10 dichiarano di avere avuto dubbi prima di iniziare il percorso. I timori più diffusi erano la mancanza di adeguato supporto (3 su 10) e le difficoltà della convivenza (2 su 10). «Se i dubbi sulla convivenza tendono a diminuire una volta iniziato il percorso, lo stesso non si può dire sul timore di non ricevere abbastanza supporto, che resta una sfida», si legge.
Un potenziale che ha bisogno di sostegno
Le famiglie hanno bisogno di essere sostenute e accompagnate professionalmente in modo continuativo in ogni fase di questa esperienza. «Il potenziale dell’affido non si realizza pienamente senza un sistema capace di accompagnare chi accoglie», si legge nel documento.
Noi cerchiamo di essere presenti e in qualche senso entriamo a far parte di questa famiglia, dando supporto continuo, garantendo prossimità, relazione e reperibilità, gioendo con loro delle cose che vanno bene e accompagnandoli anche quando le cose sono difficil
Liviana Marelli (Cnca)
Come spiega Liviana Marelli, referente nazionale del Cnca, «il supporto parte dalla conoscenza della famiglia, dalla formazione, poi dall’abbinamento del ragazzo/a con la famiglia. Noi cerchiamo di essere presenti e in qualche senso entriamo a far parte di questa famiglia, dando supporto continuo, garantendo prossimità, relazione e reperibilità, gioendo con loro delle cose che vanno bene e accompagnandoli anche quando le cose sono difficili».
Le raccomandazioni per fare meglio
Sulla base dei dati raccolti e delle tante esperienze incontrate e accompagnate. Cnca e Unicef rivolgono alle istituzioni alcune raccomandazioni, per rendere l’affido una misura davvero centrale come dovrebbe essere non residuale, come di fatto è attualmente.
A questo scopo, occorre «applicare pienamente la Legge 47/2017 e le linee di indirizzo nazionali sull’affido familiare redatte dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali» e «definire criteri chiari per l’attivazione dell’affido anche per minorenni stranieri/e non accompagnati/e, incluse forme flessibili (full-time, part-time)».
Occorrono poi «protocolli condivisi e procedure uniformi per l’abbinamento, valutazione, supervisione e follow-up delle famiglie affidatarie» e, in generale, una standardizzazione e semplificazione dei percorsi, «attraverso procedure chiare, tempi certi e uniformi a livello nazionale». Allo stesso scopo, è necessario «definire Livelli essenziali delle prestazioni (Lep)» per superare le attuali disparità territoriali.
Occorre inoltre rafforzare, in questo ambito, le competenze di magistratura minorile, servizi sociali, tutori e tutrici, operatori del terzo settore e volontari/e, soprattutto per quanto riguarda i traumi legati alla migrazione e l’ascolto del minore.
C’è anche la richiesta di implementazione dei dati, attraverso l’inclusione nel Sistema informativo minori delle informazioni specifiche sui minori stranieri non accompagnati in affido familiare. E una maggiore informazione e sensibilizzazione rispetto a questa possibilità, perché possa aumentare il numero delle famiglie disponibili.
Se vogliamo che più minorenni migranti e rifugiati crescano con le stesse opportunità dei loro coetanei, dobbiamo costruire un sistema che accompagni chi accoglie, riduca gli ostacoli e renda questa scelta sostenibile nel tempo
Ivan Mei (Unicef Italia)
Centrale è poi, si ribadisce, l’accompagnamento delle famiglie affidatarie, che non può essere limitato e sporadico, ma deve essere qualificato, garantito e continuativo in tutte le fasi, dalla valutazione fino al post-affido. A questo scopo, il 3 marzo prenderà il via il corso di formazione per single, famiglie e operatori interessati all’affido e al mentoring, nell’ambito del progetto InTessere.
«L’affido familiare non è solo una misura di accoglienza: è un investimento nel futuro dei giovani e della società», osserva Ivan Mei, responsabile dei programmi di protezione minori per l’Unicef in Italia -. Una famiglia offre stabilità, ascolto, continuità, affetto. Se vogliamo che più minorenni migranti e rifugiati crescano con le stesse opportunità dei loro coetanei, dobbiamo costruire un sistema che accompagni chi accoglie, riduca gli ostacoli e renda questa scelta sostenibile nel tempo», conclude.
Foto Unicef (tratte dal rapporto)
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