Immigrazione e salvataggi in mare

Nasce la “Justice Fleet”: «Chiudiamo le comunicazioni con la Libia, non è un luogo sicuro per le persone in fuga»

L'interruzione delle comunicazioni operative con il Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi di Tripoli potrebbe comportare multe, detenzioni o persino la confisca dei mezzi di soccorso della Justice Fleet da parte dello Stato italiano, in violazione del diritto internazionale. La coalizione è una risposta alla coercizione degli Stati europei a comunicare con le milizie libiche, autori di quotidiane violenze in mare: la Libia non è un luogo sicuro per le persone in fuga

di Redazione

Tredici organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterrano centrale hanno annunciato la costituzione della Justice Fleet, supportata dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani e dall’organizzazione Refugees in Libya. È una risposta alla coercizione degli Stati europei a comunicare con le milizie libiche, autori di quotidiane violenze in mare e in opposizione al rinnovo tacito del Memorandum d’Intesa Italia-Libia. Le organizzazioni parte della Justice Fleet hanno deciso di interrompere le comunicazioni operative con il Centro congiunto di coordinamento dei soccorsi di Tripoli, in Libia (Jrcc), a cui le costringe la Legge 15/23 nota come “decreto Piantedosi”, integrato nel decreto flussi.

Il Centro coordina gli interventi violenti di cattura e respingimento della cosiddetta Guardia costiera libica e non può essere considerato un’autorità competente.

La Libia non è un luogo sicuro per le persone in fuga. Inoltre, il Jrcc di Tripoli non soddisfa gli standard internazionali necessari al funzionamento di un centro per il coordinamento dei soccorsi: non è raggiungibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, manca di capacità linguistica e non dispone di un’infrastruttura tecnica adeguata per coordinare le operazioni di soccorso.

Da 10 anni, le organizzazioni di ricerca e soccorso hanno documentato la violenza sistematica perpetrata dalla cosiddetta Guardia Costiera Libica, una rete decentralizzata di milizie armate equipaggiate e addestrate con fondi dell’Ue, in particolare dall’Italia. I naufraghi vengono intercettati con la violenza in mare, rapiti e condotti in campi dove tortura, stupri e lavori forzati sono una pratica sistematica. I tribunali europei e le istituzioni delle Nazioni Unite hanno da tempo riconosciuto la violenza organizzata che, secondo gli esperti legali, costituisce un crimine contro l’umanità. Tali violenze sono state documentate società civile negli ultimi 10 anni, e un report costantemente aggiornato sarà disponibile da oggi sul sito justice-fleet.org.

L’interruzione delle comunicazioni operative con il Jrcc Libia potrebbe comportare multe, detenzioni o persino la confisca dei mezzi di soccorso della Justice Fleet da parte dello Stato italiano, in violazione del diritto internazionale. Dal 2023, il governo italiano ha detenuto illegalmente mezzi di soccorso ai sensi della cosiddetta Legge Piantedosi.

Questa campagna parte all’indomani di un nuovo caso di disobbedienza a ordini ingiusti e illegittimi del Governo italiano da parte di una nave civile di soccorso, in nome invece del pieno e rigoroso rispetto del diritto marittimo e umanitario, internazionale e nazionale: proprio ieri sera la nave Mediterranea ha sbarcato 92 persone, soccorse in tre diversi interventi, a Porto Empedocle, nonostante le autorità italiane avessero ordinato di portarle nel lontano porto di Livorno. Mediterranea ha operato a tutela dei fondamentali diritti alla vita, alla salute e alla dignità delle persone soccorse e, per questa scelta il Governo minaccia ora pesanti ritorsioni. Lo spirito con cui la nave ha agito è lo spirito che anima la Justice Fleet e per questo esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Mediterranea.

La Justice Fleet unisce strategie legali, politiche e comunicative per difendere le persone in fuga e le operazioni di soccorso dai respingimenti illegali, dalla repressione e dalla criminalizzazione delle Ong. Le corti europee – da quelle italiane alla Corte europea dei diritti dell’uomo – hanno ripetutamente confermato che i respingimenti verso la Libia violano il diritto internazionale.

I membri dell’alleanza da Germania, Francia, Italia e Spagna: Mediterranea Saving Humans; Sea-Watch; SOS-Humanity ; Tutti gli occhi sul Mediterraneo (TOM) ; Sea-Eye; Louise Michel; Pilotes Volontaires; RESQSHIP; Salvamento Marítimo Humanitario; Mission Lifeline; CompassCollective; Sea Punks; r42 – sail and rescue

Foto di apertura: Mediterraneo centrale, 8 giugno 2025. Houn, nave della cosiddetta Guardia costiera libica, intercetta un’imbarcazione in difficoltà con circa 30 persone a bordo. Durante l’intercettazione, 15 persone si buttano in mare cercando di allontanarsi a nuoto dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Alla fine, tutte le persone sono state portate a bordo e riportate illegalmente in Libia. Immagine ripresa dall’aereo di monitoraggio Seabird 1/Vic Harster / Sea-Watch

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