L'operatore di bassa soglia
Né poliziotti né assistenti sociali: il compito degli educatori di strada è “essere ponte”
Irene è un'educatrice di strada a Milano con l'associazione Comunità Nuova. Soprattutto attraverso lo sport, ma anche con altre proposte, il furgoncino arriva nei luoghi in cui i ragazzi si incontrano e «in punta di piedi, cerchiamo di agganciarli. Quella è la fase più difficile, che richiede tempi lunghi e tanta pazienza. Ma difficilmente veniamo rifiutati». L’importante è non avere una lezione da dare, ma una proposta da offrire
La difficoltà più grande? «Agganciare gruppi informali di ragazzi in strada, senza essere visti come poliziotti o come adulti che vengono “a rompere”. Bisogna entrarci in punta di piedi». Irene Cancelliere ha 30 anni e una Laurea in Scienze dell’Educazione alla Cattolica di Milano, ma non smette mai di imparare. «La strada ha le sue regole e i tempi lunghi fanno parte del gioco», assicura. Con la sua storia fatta di palloni, panchine e giorni spesi ad osservare, chiudiamo la serie dedicata agli operatori sociali a bassa soglia: vengono chiamati così perché sono loro che, per primi, bussano a quella soglia, cercando di aprire uno spiraglio.
Irene, dopo la laurea nel 2016, ha iniziato subito a lavorare, prima in una comunità terapeutica per tossicodipendenti, poi in una struttura di accoglienza per preadolescenti, adolescenti e giovani adulti.

Dopo qualche tempo, ha la strada l’ha chiamata: «Mi sono avvicinata alla associazione Comunità Nuova e ho iniziato a lavorare con loro: all’inizio in due centri di aggregazione giovanile, ma il mio desiderio era lavorare con l’unità mobile, che per Comunità Nuova significa principalmente educare in strada attraverso lo sport», racconta. Quando si è liberato un posto, non ha perso tempo: due anni e mezzo fa ha iniziato a lavorare nell’educativa di strada, prima a piazzale Selinunte, poi in altre aree della città e dell’hinterland milanese.
Traghettare, ecco il compito dell’educatore
Ed è lì che lavora ancora oggi, insieme all’unità mobile dello sport: a bordo di un furgoncino ben riconoscibile, lei e gli altri operatori raggiungono i luoghi di ritrovo dei ragazzi e, con molta cautela e tanta pazienza, piano piano si avvicinano. «La fase di aggancio è molto complicata, bisogna entrare in punta di piedi e avvicinarsi sempre con una proposta: per esempio, noi usiamo molto le interviste, con domande sul quartiere. Oppure offriamo aiuto per organizzare attività che loro stessi vogliono organizzare. Direi che il nostro compito principale è metterci a disposizione e poi traghettare. L’educatore di strada è un ponte sulla realtà».

Cosa questo significhi, Irene lo spiega con un esempio: «Nel centro di aggregazione abbiamo un laboratorio di rap. In strada, abbiamo incontrato un ragazzo particolarmente appassionato al genere: lo abbiamo “traghettato”, appunto, verso il laboratorio ed è ancora lì, a fare rap insieme ad altri ragazzi».
Le cinque grandi sfide: dai tempi lunghi al rifiuto
L’educatore non insegna, non corregge, non ammonisce: specialmente in strada, con gruppi di adolescenti, questo non produrrebbe alcun risultato positivo. «Fondamentale è prima di tutto darsi tempo per monitorare, osservare, capire. Questo può essere frustrante, perché l’educatore vuole intervenire, essere attivo, mentre in questa fase neanche si entra in contatto con i ragazzi», spiega Irene.
L’educatore in strada non insegna, non corregge, non ammonisce. Fondamentale è prima di tutto darsi tempo per monitorare, osservare, capire. Questo può essere frustrante, perché l’educatore vuole intervenire. La pazienza è la regola principale che la strada insegna
Irene Cancelliere, educatrice di Comunità Nuova
C’è quindi – e deve esserci – un momento per osservare, da lontano prima, poi sempre più vicino. Un momento che può durare anche mesi. «Può capitare di sentirsi inutili in questa fase, ma poi si scopre quanto invece questo lavoro sia utile. La pazienza è la regola principale che la strada insegna: i risultati si raggiungono dopo tanto tempo. E questo tempo sospeso è fatica».
C’è poi un’altra grande sfida, che Irene deve affrontare nel suo lavoro in strada ed è quella che chiama «la condivisione di uno spazio che è nostro e loro nello stesso modo, per cui tutto si gioca nella relazione. Non è come lavorare in una struttura, dove i ragazzi in qualche modo sono gli “ospiti” mentre gli educatori sono “di casa”. La strada è nostra quanto loro».
La terza grande sfida è quella della «doppia appartenenza, che è la grande complessità dei ragazzi di seconda generazione. Ne incontriamo tanti, soprattutto arabofoni. Sono quelli che oggi vengono chiamati maranza, ma in realtà non sono tutti marocchini e ricci, come siamo abituati a immaginarli: tanti sono egiziani o di altre zone del nordafrica. Quasi tutti in casa parlano arabo, ma vivono tutto il giorno in una società in cui è tutto diverso rispetto a casa loro, dalla lingua alle tradizioni».
Maranza uguale devianza?
Maranza, oggi più che mai, fa rima con devianza. Quanta violenza incontra, allora, chi incontra e avvicina questi ragazzi in strada? «Dover sedare una rissa per noi è quasi all’ordine del giorno. Noi intercettiamo soprattutto i preadolescenti e gli adolescenti, tra i 13 e i 18 anni, ma fanno parte di una comunità all’interno della quale anche i più piccoli sentono una responsabilità». Anche in questo caso, una storia racconta più di tante parole: «Un ragazzino di 11 anni stava giocando a calcio, insieme agli altri compagni. Si è avvicinato un ragazzo di 25 anni, che lo ha fatto allontanare dal gruppo per affidargli, evidentemente, una commissione. Spesso questi ragazzi più piccoli vengono utilizzati per il traffico di sostanze, perché rischiano di meno. Lui voleva a giocare, ma ha sentito il dovere di obbedire, perché quella è, appunto, una comunità».

E poi c’è la quinta sfida, che potremmo chiamare diffidenza, ma forse non è la parola esatta. Irene la spiega così: «Rischiamo sempre di essere associati al servizio sociale: le famiglie faticano a far venire ragazzi a giocare, perché temono che possiamo fare una segnalazione. Per conquistare la loro fiducia ed entrare in relazione, l’unico modo è costruire una continuità di intervento e presenza, farci riconoscere sempre con il solito furgone e muoverci in punta di piedi».
Rischiamo di essere associati al servizio sociale: le famiglie faticano a far venire ragazzi a giocare, perché temono che possiamo fare una segnalazione. Per conquistare la loro fiducia ed entrare in relazione, l’unico modo è costruire una continuità di presenza
Poi, certo, c’è chi dice no: «Essere rifiutata dai ragazzi era forse ciò che mi spaventava di più, prima di iniziare questo lavoro. Il rifiuto fa parte del lavoro e la pazienza è anche questo: essere pronti ad essere rifiutati. D’altra parte, non possiamo pretendere che proponendoci, noi adulti, a un ragazzo sulla panchina che non ha voglia di fare nulla, veniamo sempre accolti. Però devo dire che in tre anni non è successo tante volte che fossimo rifiutati, forse perché ci avviciniamo sempre con proposte: un pallone, un’intervista, o qualsiasi strumento che ci aiuti a semplificare l’avvicinamento. E lo sport, almeno fino a 18 anni, funziona sempre molto bene. L’importante è avere qualcosa da offrire e niente da imporre: sottrarre il ragazzo alla noia è fondamentale, per far sì che quella noia, in strada, non prenda forme e direzioni pericolose».
Nella serie dedicata agli operatori di bassa soglia, puoi leggere anche:
– Vivere la strada come la casa d’altri, con Fabrizio Schedid, responsabile di Binario 95 e dell’unità di strada Help Center Mobile di Roma
– Improvvisare senza improvvisazione: la sfida di lavorare con i minori stranieri che vivono in strada, con Rodolfo Mesaroli, psicologo, direttore scientifico e vicepresidente di CivicoZero Onlus di Roma
– «Nessuno salva nessuno»: la prima regola per l’operatore a bassa soglia, con Veronica, educatrice dell’unità di strada Aquilone della cooperativa Punto d’Approdo
– Sulla strada l’empatia non basta, bisogna anche saper dire «no», con Irene Cancelliere, educatrice di strada della cooperativa Comunità Nuova a Milano
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