L'eredità di Riccardo Bonacina
Nel giornalismo sociale nessuna ferita è intoccabile
A Milano si è svolta una serata dedicata a Riccardo Bonacina, dal titolo "La vita che ti diedi". Non un ricordo, ma un lavorare ancora con lui attorno alle sue grandi passioni: poesia, teatro e sociale. Ecco l'intervento di Anna Spena, che con il fondatore di VITA ha condiviso l'esigenza di esserci, in Ucraina
di Anna Spena
“Se vuoi partire, prendi e vai. Ti devi impuntare”.
Il 12 marzo 2022, 16 giorni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, io partivo. Mi ero impuntata. Ad “impuntarmi”, a mettermi di traverso, a ripetere allo sfinimento una cosa in cui credo, fino a che non mi ascoltano, me l’ha insegnato lui.
Sono partita la prima volta perché volevo partire, ma la verità è che non sarei mai partita se non ci fosse stato Riccardo ad insistere perché partissi. Perché se è vero che la parola scaturisce dalla realtà e vero pure che la realtà la devi poter vedere e toccare. Così vedere e toccare è diventata la cifra della giornalista che provo ad essere: sentire a volte vale più che pensare. Ad “impuntarmi” non ci riesco sempre, senza Riccardo è più difficile. Ma tutte le volte in cui ci sono riuscita ho capito che la realtà è meno semplice di come la raccontiamo. La realtà ti ribalta e ti sorprende, sempre.
Potrei parlare di diversi viaggi. Ma vi racconto il primo in Ucraina. All’inizio della guerra i confini del Paese si gonfiavano di donne, bambini, anziani che scappavano. Mancavano gli uomini: c’era e c’è la legge marziale. Nessuno tra loro poteva, o può, lasciare il Paese.

Da Napoli alla Polonia, Cracovia. Da Crocovia, in macchina, da sola, una cinquecento rossa, sull’A4. L’A4 è un’autostrada polacca che attraversa il Paese da ovest ad est, traccia il percorso che arriva ai valichi di frontiera con la Germania e quello che da Cracovia porta fino al confine ucraino. In quei giorni era abitata da camion e minivan che la percorrevano ad ogni ora. Sui mezzi, a caratteri cubitali, sempre le stesse lettere: Humanitarian Aid. Sono entrata la prima volta in Ucraina da un valico di frontiera secondario per arrivare a Leopoli, nell’Oblast più ad Ovest del Paese.

Con VITA poi siamo stati in Ucraina diverse volte, anche insieme al Mean – Movimento europeo di Azione nonviolenta, che grazie a Riccardo è nato. Abbiamo imparato a conoscere le diverse città in momenti diversi della guerra: Leopoli, Kiev, Kharkiv, Odessa, Dnipro, Zaphorizza, Izyum, Mykolayv. E abbiamo imparato a conoscere i villaggi che queste città le abbracciano, e in tempi di guerra, le proteggono. Vi racconto dell’Ucraina anche per un’altra ragione. Perché è una promessa che non abbiamo mantenuto.
Al ritorno da ogni missione io e Riccardo ci dicevamo: “La prossima volta andiamo insieme”. Insieme non siamo riusciti ad andare. Ma le cose che ho imparato su questa guerra, come io guardo a questa guerra, come la racconto, ha molto a che fare con la vita quotidiana delle persone. Saper guardare dentro la vita delle persone, e ancora di più, non aver paura di guardare nella vita delle persone, e stupirsi della grandezza di queste vite, pure me l’ha insegnato lui, Riccardo.

Quindi ecco un elenco sintetico di cose sparse che ho imparato su questa guerra: i confini sono la fotografia dei conflitti, solo un’altra faccia dove non si vedono le armi. La guerra di facce ne ha sempre due: una è la paura, l’altra è la speranza. Ho imparato che bisogna guardare la disperazione composta degli anziani. E, nei punti di frontiera o alle stazioni, bisogna fare attenzione agli occhi stretti, non chiusi e basta, proprio stretti quasi nell’intento di non voler guardare, delle donne che salutano i compagni, i mariti, i figli che vanno a combattere.
Ho capito che durante un bombardamento è meglio stare tra due muri: se cade una bomba un muro attutisce il colpo, l’altro ti protegge. Ho capito anche che le case si sbriciolano e che a volte, in quelle che restano in piedi, senza facciate, se guardiamo bene dentro ci sono le tracce di una quotidianità che resiste: le tende, i cappotti appesi negli armadi, le tazze della colazione che né le bombe né il vento sono stati capaci di buttare giù.

Però torniamo al primo viaggio. In quello che sarebbe dovuto essere un centro commerciale al confine tra l’Ucraina e la Polonia, e invece era diventato un centro improvvisato per sfollati, una scena mi ha lasciato con molte domande e nessuna risposta. Seduta su una brandina una donna faceva una videochiamata al marito, rimasto al fronte, a combattere. So che combatteva perché ho allungato la testa sullo schermo del suo cellulare, e l’ho visto vestito in mimetica militare. La donna non era sola, con lei c’erano i due figli, il maggiore, Igor, non avrà avuto più di 13 anni.

Quando la mamma ha girato il telefono verso il suo viso per fargli salutare il padre, io ho visto che il papà aveva abbozzato un sorriso, ma Igor a quel sorriso non aveva risposto, non lo aveva ricambiato. Credo fosse in preda alla paura. “Quanti orfani lascerà questa guerra?”, mi ero chiesta quel giorno. “Cosa succederà nella testa di quei due ragazzini e dei tanti come loro? Cosa faranno o penseranno da grandi? Vorranno vendetta?”. Quella ferita mi era sembrata, già allora, intoccabile e insanabile insieme.
Intoccabile e insanabile insieme. Questa cosa negli anni me la sono chiesta spesso. Cosa si fa davanti alle ferite intoccabili e insanabili? Che avrebbe detto Riccardo? Forse avrebbe detto: “Annina, non esiste qualcosa che non si può toccare”. Forse mi avrebbe detto: “Scrivi ad Igor, chiedigli come sta”.
“Caro Igor, come stai?
Penso spesso a te, a quella telefonata dove non hai ricambiato il sorriso di tuo padre. Io ho ancora tante domande e sempre nessuna risposta.
Sei diventato adolescente o quasi un giovane uomo in questi anni?
Sei diventato grande in mezzo a una guerra?
Sei rimasto in Polonia, sei diventato rifugiato in un altro Paese o sei tornato nella tua città o nel tuo villaggio?
Esiste ancora casa tua? È rimasta in piedi?
Mi hai dato, in quei momenti in cui ti ho visto, l’impressione di arrivare da un Oblast dell’estremo est. I primi ad essere colpiti, i primi a cadere, i primi che continuano a resistere: alle bombe, alla battaglia strada per strada, ai droni che hanno cambiato la faccia della guerra.
Igor, tuo padre è ancora vivo? Quante persone amate hai pianto? Hai ancora abbastanza lacrime?
Cosa hai provato davanti alla scoperta delle fosse comuni di Bucha? E alla notizia dei centinaia di bambini rapiti dai russi, qualcuno lo conoscevi?
Quando ti ho visto ho pensato che tu avessi 13 anni, ma se ne avessi avuti anche solo uno o due in più, adesso potresti essere anche tu un militare.
Igor, sei diventato un militare? Ti hanno chiesto di combattere? Hai scelto tu di combattere? Come hanno fatto tanti giovani del Paese in cui sei cresciuto.
Se sei nato in un Oblast dell’est hai smesso di parlare russo o il russo è ancora la tua prima lingua?
Igor, sarai diventato alto. Io ti immagino alto, ma non ti riesco a immaginare mentre ridi. Si può ridere mentre attorno c’è la guerra?
Lo sai, pensavo di no. Eppure mi sbagliavo. Perché io nei miei viaggi in Ucraina ho visto tante persone piangere, ma anche qualcuno che sapeva ancora ridere. E allora forse hai saputo ridere anche tu.
Mi piace pensare che in questi anni tu abbia incontrato il primo amore. Penso al te di oggi. E all’uomo che sarai domani.
Ti vuoi vendicare? È la stessa domanda che nella testa ti ho fatto la prima volta che ti ho visto. Potrai mai perdonare?
Igor, chissà se un giorno ti innamorerai di una donna, o di un uomo russo. Se capiterà, spero che avrai la forza di dare corpo a quell’amore”.

La serata “La vita che ti diedi” è stata promossa da Teatro del Lunedì e Casa Testori e si è tenuta al Teatro degli Angeli di Milano. È stata pensata in una modalità che è molto di Riccardo Bonacina: sette giovani (o meno giovani, ma che si considerano suoi allievi) hanno restituito lavori espressivi scaturiti da input ricevuti da lui. Oltre alle due giornaliste di VITA sul palco sono intervenuti Jean Bizzari, Giacomo Fausti, Giulia Villa, Giulia Asselta e Mattia Gennari
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