Dipendenze

Nell’azzardo patologico è piantato il seme della violenza di genere

Vittime di violenza fisica, economica ed emotiva. È questo il destino di mogli e compagne dei giocatori. E quando inizia il percorso di recupero le donne spesso si "immolano" per i mariti che a parti invertite invece le abbandonano. Le storie raccontate da Alessandra Limetti autrice di "A perdere. Un gioco senza amore" e Daniela Capitanucci presidente di And - Azzardo e Nuove Dipendenze

di Elena Inversetti

Erica e Luca (la storia è vera, ma i nomi sono di fantasia) si conoscono, si piacciono, si sposano e hanno due figli. Tutto normale. Ma lei non sa che lui scommette ai cavalli da molto tempo, ben prima di conoscerla. Erica non è una sprovveduta, eppure non se ne accorge per diversi anni.
Una costante di tantissime storie, a partire da quelle raccolte da Alessandra Limetti nel suo libro A perdere. Un gioco senza amore, da cui è stato tratto anche uno spettacolo teatrale.

Alessandra Limetti, docente di tecniche teatrali e giornalista, ha vissuto molto da vicino la violenza causata dall’azzardo. Da questa esperienza, il libro e una domanda: «Cosa ci si gioca, quando si gioca?». Risposta: «L’amore». La storia di Erica che ci consegna Limetti non è raccontata nel libro, ma rimane sottotraccia, perché è la trama da cui è partita per intercettare e intrecciare altre storie di mogli, compagne e figlie. Tutte “giocate” dall’azzardo.

Insieme all’autrice vogliamo indagare il ruolo del gioco d’azzardo nella violenza di genere. Sia che a “giocare” in modo compulsivo sia l’uomo (marito, padre, figlio, compagno) sia che il soggetto malato di azzardo sia la donna.

Ad aiutarci anche Daniela Capitanucci, psicoterapeuta e presidente di Azzardo e Nuove Dipendenze – And , già componente dell’Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave al ministero della Salute.
Limetti e Capitanucci collaborano, sensibilizzando e facendo formazione in scuole, associazioni, enti e aziende. In particolare, dalle loro parole, emerge quanto sia urgente un lavoro di rete tra le realtà che si occupano di gioco d’azzardo patologico e i centri antiviolenza.

La storia di Erica e di Luca

Durante i primi tempi della relazione con Luca, Erica si sente dire dagli amici che lui, da quando la conosce, è cambiato in meglio. Lo vedono più tranquillo, più sereno. Infatti, anni dopo, Erica scoprirà che in quel periodo Luca aveva sospeso le scommesse. Gli amici sapevano del suo “passatempo”, ma non avevano ritenuto importante informare Erica. D’altronde si trattava di uno svago!

Una delle caratteristiche dei giocatori incalliti è quella di diventare «abilissimi simulatori» ci dice Alessandra Limetti. «Non solo nel raccontare menzogne credibili, per coprire i momenti di “gioco” e le perdite di denaro, ma anche nel mostrarsi utili, anzi indispensabili, nei confronti della partner».
E qui il confine con la manipolazione è sottile. Infatti, Luca è molto presente, quando si tratta di aiutare Erica nella gestione della vita quotidiana della famiglia: «Per esempio andava a giocare e sulla via del ritorno si fermava a fare la spesa».

La manipolazione emotiva

A questa “disponibilità», però, ben presto si aggiungono atteggiamenti e parole di svalutazione continua nei confronti di Erica. «Luca attua un vero e proprio gas lighting, rinfacciandole di non essere una madre presente, quando, per esempio, lei affronta brevi viaggi di lavoro. Si tratta di una manipolazione subdola che fa dubitare della propria percezione della realtà».

Un’altra caratteristica che con il tempo emerge sempre più prepotente è l’umore altalenante di Luca. «Luca di fatto teneva in ostaggio la famiglia con il tono del proprio umore, tanto che persino i bambini sentivano il clima in casa sempre più pesante», continua il racconto di Limetti. Questo comportamento diventa evidente in occasione delle feste (il cenone di Natale con i parenti, un compleanno in famiglia…). Bastava una stupidaggine per innescare la miccia e Luca faceva una scenata esagerata, per poi tornare gentile e pieno di attenzioni nei confronti di Erica. «Un tipico caso di love bombing». Un altro comportamento di manipolazione emotiva: si inonda la vittima di attenzioni per guadagnarne il controllo emotivo.

« L’imprevedibilità del comportamento è il minimo comun denominatore nelle storie di violenza di giocatori maschi nei confronti delle donne. Per fortuna Luca non beveva, perché l’accoppiata alcol più azzardo di solito sfocia in atti di violenza fisica». Tuttavia, la violenza psicologica e verbale resta, aggravandosi quando Erica comincia a rendersi conto che mancano i soldi. A questo punto parliamo di violenza economica. «Arriva, infatti, il giorno in cui non ci sono più i risparmi per l’apparecchio per i denti di uno dei figli».

A questo punto Erica controlla i conti – le finanze della famiglia le ha sempre gestite Luca – e mette il marito alle strette. Lui confessa, anche se continua a mentire sull’entità delle perdite; tuttavia accetta di farsi seguire dal Ser.D. più vicino. «Intanto però emergono cartelle esattoriali non pagate e cominciano ad arrivare debiti a pioggia, anche se lui cerca di nasconderli».

Un amore a perdere

Nonostante gli anni difficili, Erica è riuscita a mantenere la lucidità e per diversi mesi resta accanto a Luca. È su sua insistenza che lui inizia un percorso di recupero al Ser.D. ma ben presto scopre che Luca non è costante, continua a giocare e a mentire sui debiti. Erica capisce di aver perso completamente la fiducia nel marito e, insieme a questa, anche l’amore. Ha quindi la prontezza di separarsi, anzitutto per il bene dei figli. Con il divorzio infatti i debiti sono a carico esclusivo di Luca. Tuttavia Erica non prenderà mai nessun alimento e dovrà provvedere da sola al mantenimento dei figli. «Mentre lei si ammazza di lavoro, lui fa dentro e fuori i Ser.D, senza dare una vera continuità al percorso di cura. Col tempo però Erica ritrova la serenità e riesce a dare una stabilità emotiva ed economica ai figli».

Un amore a perdere, quello fra Erica e Luca, a causa dell’azzardo. Una storia che però può aiutare tante donne a capire quando è il momento di lasciare e quando quello di restare.

Per una rete contro la violenza di genere

Alessandra Limetti porta in giro per l’Italia lo spettacolo  A perdere. Un gioco senza amore per sensibilizzare e «ogni volta incrocio tante storie di donne come quelle che racconto nel libro» e come quella di Erica. La sua vuole essere una testimonianza che possa creare una rete di consapevolezza e di supporto «dato che in Italia non c’è ancora una efficace coordinazione tra i centri che si occupano di gioco d’azzardo patologico e i centri antiviolenza».

La copertina del libro che è divenuto anche uno spettacolo

I dati infatti ci dicono che «la violenza domestica correlata è un problema preponderantemente maschile. C’è la dipendenza femminile, ma è in percentuale ridotta rispetto agli uomini e gli agiti di abuso domestico: 9 su 10 sono imputabili a uomini dipendenti dall’azzardo. Ricordo infatti che le stime dicono che il 70% dei giocatori patologici gravi è maschio, numero validato anche dalle statistiche sulle dipendenze giovanili». 
Quindi, quando c’è dipendenza da azzardo in famiglia, «il problema economico esiste sia che il dipendente sia maschio o femmina, ma nella stragrande maggioranza dei casi, quando c’è abuso, avviene da parte di soggetti maschili. È quindi a tutti gli effetti un problema di violenza di genere»

Gioco patologico e violenza

Ecco perché è necessario mettere in rete chi si occupa di disturbo da gioco d’azzardo con chi lavora per aiutare le vittime di violenza di genere. Alessandra Limetti porta avanti questa missione anche insieme a Daniela Capitanucci, perché le soluzioni ci sono. Basta la volontà istituzionale di metterle a sistema.

Quanto dunque la violenza di genere c’entra con il gioco d’azzardo patologico? Ci risponde Daniela Capitanucci: «L’azzardo provoca un solco profondissimo in famiglia, non importa se a giocare sia lui oppure lei. Quando una persona “gioca” in modo patologico la violenza verbale e/o fisica si esprime generalmente di più nel maschio. Spesso è legata a fattori psichiatrici già presenti oppure all’assunzione di alcol o droghe. Poi certo ci sono casi in cui l’azzardo è l’unica causa della violenza. Va comunque detto che non tutti i giocatori sono uguali e non tutti diventano violenti. Tuttavia, siccome l’azzardo tocca il denaro, è facile che si scaturiscano situazioni di conflitto. D’altronde, se in famiglia non si riescono a pagare l’affitto e le rate del mutuo, se il secondo giorno del mese i soldi che servivano per fare la spesa sono bruciati nell’azzardo… è chiaro che scaturiscano discussioni, anche molto accese. Poi, come i conflitti si esprimono, dipende molto dalla specifica struttura familiare».

La storia della casa che non si riusciva a comperare

Anche con Capitanucci partiamo da una storia, frutto della sua esperienza di presa in cura.

È una coppia apparentemente normalissima. Lei ragioniera e amministratrice di condomini in proprio, lui imprenditore edile. Due figli in età scolare: una alle superiori, l’altro alle medie. Una famiglia di mezza età con una situazione economica stabile che permette di fare progetti concreti per il futuro. Da tempo cercano di trasferirsi in una villetta con giardino, ma ogni volta che trovano qualcosa di interessante, lei ha sempre qualche motivo per non procedere. Il marito non capisce. Finché un giorno, arriva la casa perfetta. Quella che va davvero bene per loro. E a quel punto non ci sono più scuse. Eppure lei continua a tergiversare e a rimandare. Alla fine però viene messa alle strette e deve confessare. Dato che è lei a gestire i conti di famiglia, il marito non ha la minima idea di cosa stia realmente succedendo: tutti i risparmi che hanno messo da parte per acquistare la villetta sono spariti. Non c’è più nulla. Anzi, la moglie ha anche fatto alcuni debiti. E probabilmente – anche se questo non è mai emerso del tutto – ha rubato ai condomini che amministra. Eppure nessuno si è accorto che gioca d’azzardo.

Il “gioco assistito”

Da quanto tempo? Difficile dirlo. La donna era cresciuta in una famiglia dove andare a vedere le corse ippiche e scommettere era normale, un’attività familiare come tante. Suo padre non era un giocatore patologico, ma frequentava quell’ambiente. «Questo è quello che si chiama “gioco assistito”: non stai giocando direttamente, ma vedi gli altri che giocano, ed è un importante fattore di rischio. Come il bambino messo sulla seggiolina accanto alla slot-machine mentre il papà infila i gettoni…». Essere cresciuta con un padre scommettitore ippico, pur senza problemi, aveva creato in lei un terreno fertile.

«È importante capire questo aspetto: quando il lessico familiare e sociale punta sul “gioco responsabile”, in realtà non stiamo facendo prevenzione, ma stiamo aumentando il rischio. Il fatto che qualcuno a noi vicino abbia giocato d’azzardo, seppure mantenendo il controllo, non ci tutela dal rischio che corriamo noi. Potremmo pensare che sia un’attività innocua e un domani intrecciare relazioni affettive con giocatori che hanno perso il controllo, minimizzando le conseguenze. Oppure potremmo noi stesse tentare la fortuna, esattamente come abbiamo visto fare in famiglia dagli adulti di riferimento. Se un giorno giocheremo d’azzardo, non è detto che saremo in grado di mantenere il controllo esattamente come l’hanno mantenuto loro. I racconti retrospettivi dei giocatori sono difficili da ricostruire, perché nemmeno loro hanno bene in mente i passaggi. Essendo la perdita di controllo e lo sviluppo di dipendenza un percorso graduale, non ti ricordi della prima volta che è successo. Magari quella perdita di controllo era modesta: pochi soldi e poco tempo in più di quello che avevi previsto, pochi soldi e poco tempo in più di quello che potevi permetterti… Niente a cui prestare attenzione, dopotutto. E invece….».

Tornando alla nostra amministratrice di condomini, quando la verità è emersa come un fulmine a ciel sereno, in modo dirompente, il mondo è crollato. Il marito è esploso con insulti e minacce. Una rabbia comprensibile, anche se «era un tipo sanguigno e probabilmente c’è stata anche violenza fisica, ma non è stata raccontata in modo esplicito, perché è sempre molto difficile condividere questo tipo di abuso». Nel giro di poche settimane, lui l’ha lasciata, si è trovato un appartamento da un’altra parte e non ha più voluto saperne di lei. È stata una separazione drastica e definitiva, avvenuta in un attimo. «Lui non ha mai voluto andare in terapia, non l’hanno mai più né visto né sentito. E purtroppo anche lei è sparita troppo presto dal percorso terapeutico».

«È molto faticoso per un giocatore o una giocatrice d’azzardo fare un percorso di cura se non c’è qualcuno al suo fianco» ci spiega Daniela Capitanucci. Per questo motivo i drop-out (gli abbandoni della terapia) sono abbastanza frequenti. Lei non ha voluto coinvolgere i figli, perché erano troppo giovani. E così è rimasta completamente sola. Un’altra storia di amore a perdere.

Quando il gioco d’azzardo colpisce le donne: una disparità nascosta

Esiste una differenza profonda nel modo in cui uomini e donne vengono trattati in famiglia quando soffrono di dipendenza dal gioco d’azzardo, come ci spiega Daniela Capitanucci: «Quando un uomo sviluppa una dipendenza dall’azzardo, nella maggior parte dei casi può contare su qualcuno disposto a sostenerlo nel percorso di cura. Più spesso sono le mogli o le compagne a stare accanto al giocatore, ad accompagnarlo alle terapie, a prendersi cura di lui durante il difficile percorso di recupero». 

Per le donne invece la situazione è molto diversa. «Non solo le giocatrici faticano a trovare qualcuno che le supporti, ma spesso devono affrontare reazioni di minimizzazione, svalutazione o persino opposizione: vengono trascurate, abbandonate, insultate o addirittura aggredite dai loro familiari. Insomma, ricevono esattamente il contrario del supporto. In particolare, i mariti si dileguano, e se qualcuno resta loro vicino spesso sono figlie, sorelle, madri… altre figure femminili. È probabilmente anche questa un’altra forma di violenza di genere, ed è certamente una differenza sostanziale: se sei un uomo con problemi di gioco, probabilmente riceverai più comprensione; se sei donna, i giudizi su di te saranno pesanti e dolorosi».

Immolarsi non è la risposta giusta

Quando invece una moglie scopre che il marito ha prosciugato il conto corrente giocando, la sua reazione di solito è molto diversa. «Piuttosto che agire subito in modo “auto-conservativo” – cioè proteggendo se stessa e i propri interessi – la donna generalmente tende a “immolarsi” per seguire il coniuge nel suo percorso di riabilitazione. Spesso, ciò a cui assistiamo in terapia è che le donne si fanno carico del loro parente giocatore, talvolta anche a costo della propria salute».

Anche quando gli uomini accompagnano le donne in terapia, il loro atteggiamento è generalmente diverso da quello femminile: «Più spazientito, più aggressivo, più distaccato. Certo, anche le donne che accompagnano possono essere arrabbiate, ma la qualità del supporto cambia radicalmente». 
E persino quando le donne accompagnano i mariti in terapia non mancano momenti in cui può scattare la violenza nei loro confronti. «Il più delle volte i conflitti anche molto accesi scaturiscono in relazione alla gestione dei soldi. Per questo motivo, durante la terapia, bisogna essere molto cauti nell’affidare alle compagne la gestione dell’economia del marito. Bisogna valutare attentamente la situazione. Se il giocatore è una persona che perde facilmente il controllo, se è una persona impulsiva, che diventa irascibile o violento, se ha una gran voglia di giocare sebbene sia in trattamento, la donna potrebbe trovarsi in pericolo».

Fortunatamente non tutti i giocatori sono aggressivi, tuttavia la disponibilità delle donne a mettersi in gioco per aiutare il partner è certamente molto più frequente. «Ecco perché le donne sono le vere vittime del gioco d’azzardo sia quando sono loro stesse a giocare (subendo abbandono e violenza) sia quando è il loro parente a farlo (sacrificandosi per sostenerlo a costo della propria qualità della vita, benessere e e sicurezza)».

Una storia esemplare: la sera prima della laurea

«Bisogna considerare che un tassello importante del trattamento del giocatore è poter contare su un membro familiare che per un certo periodo si occupi di gestire le sue finanze, non consentendogli di avere libero accesso al suo denaro, perché – ricordiamo – la benzina che alimenta l’attività di gioco d’azzardo sono proprio i soldi», continua Capitanucci. «Quindi, spesso sono le compagne ad essere investite di questo compito gravoso, di comune accordo con il giocatore e il terapeuta. Eppure a volte sono proprio loro che danno denaro al giocatore…».

Sembra impossibile. Ma come decidono quando cedere e quando resistere alle richieste del partner in craving? Si tratta del desiderio intenso, irrefrenabile e spesso ossessivo di mettere in atto un comportamento compulsivo e che si verifica anche durante il percorso terapeutico.
La risposta non è mai semplice, perché ogni scelta ha conseguenze che ricadono sull’intera famiglia. A volte la situazione chiede di fare compromessi e per le donne è molto importante considerare tutti i pro e contro, soprattutto quando ci sono i figli. Daniela Capitanucci ricorda «un caso che forse centra con la violenza o comunque con la minaccia implicita. Era una coppia che veniva al gruppo di sostegno che guidavo da tanto tempo e tutto sommato andava benino. Avevano un figlio che stava per laurearsi. Passa del tempo e tornano al gruppo, raccontando che la sera prima della laurea, la signora aveva dato al marito dei soldi. Perché? Perché lui aveva cominciato a “dare i numeri” e lei aveva capito che era in craving».

Non c’è una regola per tutto

«La signora ha perciò calcolato quali sarebbero stati i pro e i contro di ciascuna delle due decisioni. Ha potuto fare questo, perché sapeva che ne avremmo parlato. Ha quindi pensato: “Se gli do i soldi lui non si arrabbierà e quindi non ci sarà un litigio la sera prima della laurea e il clima familiare rimarrà sereno, senza urla e piatti lanciati per terra che potrebbero agitare il ragazzo alla vigilia di un appuntamento così importante”. Questa madre ha voluto evitare che il figlio potesse essere messo in una condizione sfavorevole rispetto al suo obiettivo di vita. Questa storia mostra come le donne sviluppino una sorta di “calcolo della sopravvivenza”: non si tratta di debolezza o di complicità, ma di proteggere ciò che per loro conta di più. Non c’è una regola per tutto. Capire come mai succedono queste cose è indispensabile per aiutare davvero queste famiglie».

Il prezzo più alto? Quasi sempre lo pagano le donne

Queste storie che Alessandra Limetti e Daniela Capitanucci hanno condiviso mostrano che, quando il gioco d’azzardo entra in una famiglia, sono quasi sempre le donne a pagare il prezzo più alto. Che siano loro a giocare o che sia il partner, che decidano di restare o di andarsene. Vittime due volte.
Per questo motivo servono reti integrate tra centri antiviolenza e servizi per le dipendenze, protocolli condivisi, operatori formati. Perché nessuna donna dovrebbe trovarsi obbligata a scegliere tra la propria sicurezza e la serenità della famiglia.

In apertura photo by Vitaly Gariev on Unsplash

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