Perché restare

Nelle aree interne servono presidi di comunità e spinte dal basso: così i giovani resteranno

Per trattenere i giovani non bastano sussidi o interventi calati dall’alto: servono presidi di comunità, servizi efficienti, lavoro di qualità e percorsi di intraprenditorialità che nascano dai territori. Alla vigilia della due giorni di confronto a Firenze, promossi dal Movimento Cristiano Lavoratori, ne parliamo con Lanfranco Senn, economista e professore emerito di Economia regionale e Alfonso Luzzi, presidente di Mcl

di Chiara Ludovisi

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Per salvare le aree interne e valorizzarle, non servono interventi dall’alto, ma «presidi di comunità» e «intraprenditorialità dal basso»: ad accendere i riflettori e condividere riflessioni, esperienze e proposte è il Movimento Cristiano Lavoratori, in una due giorni a Firenze che inizia oggi e si chiude domani, presso Palazzo Medici Riccardi, dal titolo “Un’Europa svuotata e invecchiata. Dialogo sulle opportunità lavorative per i giovani”.

Proprio i giovani che se ne vanno saranno al centro del confronto, di alto profilo internazionale, sul tema delle opportunità lavorative per i giovani nell’Europa di oggi, sullo sfondo di un panorama demografico europeo sempre meno ottimista e di un evidente svuotamento e spopolamento delle aree interne.

Fuga all’estero e abbandono delle aree interne

Non un falso allarme, ma una vera criticità a livello economico, demografico e sociale. Con alcune distinzioni importanti, che ci suggerisce l’economista Lanfranco Senn, presente a Firenze tra i relatori.

«Da un lato c’è quella che chiamiamo fuga all’estero e che non rappresenta, a mio avviso, un elemento del tutto negativo», osserva. «Sicuramente i giovani oggi sono più aperti di un tempo e più disponibili a guardare fuori dall’Italia, sia per la formazione che per il lavoro. Chi va via spesso è spinto dalla curiosità e dal gusto di incontrare situazioni diverse da quelle in cui è cresciuto».

Lanfranco Senn

Molto diversa è la situazione rispetto all’abbandono, da parte dei giovani, delle aree interne. O meglio, come preferisce chiamarle Senn, «le aree in difficoltà di sviluppo, perché aree interne è un concetto geografico, mentre il problema sono i luoghi di vita privi di attrattività di sviluppo, di opportunità, di cura, di qualità della vita. Queste aree sono le più problematiche, su cui è possibile immaginare di percorrere strade diverse rispetto al passato».

I sussidi non bastano: cambiare paradigma è necessario

C’è infatti, per Senn, un errore di fondo che finora ha reso inefficace l’approccio a queste aree: «Continuiamo a pensare che la soluzione consista nel sussidiare finanziariamente le poche persone, per lo più anziane, che stanno in queste aree, senza di fatto cambiare la loro vita. In altre parole, distribuiamo pochi soldi in molti luoghi, senza riuscire a renderli attrattivi, che dovrebbe essere l’obiettivo principale».

La città è uno specchietto per le allodole: luccica di tutto quello che i giovani nati e cresciuti in queste aree vedono e desiderano attraverso i social. Questo accade in Italia, come in tutto il mondo. Ma spesso la speranza che spinge questi giovani a partire è poco documentata, un salto nel buio

Lanfranco Senn

Quello che bisognerebbe fare è, per Senn, «rovesciare il paradigma, per rimettere in moto un processo di sviluppo che nasca dal basso. Dobbiamo abbandonare la logica centralistica di sussidio, a favore di una logica di valorizzazione della progettualità locale. Ci sono molti casi in Italia e in Europa: comunità e cooperative di comunità locali che, insieme alle amministrazioni pubbliche, danno vita ad attività economiche, imprenditoriali, culturali, sociali, attraverso il cofinanziamento. Penso ad attività diverse a seconda del contesto: agricoltura o produzione di qualità, valorizzazione del patrimonio locale e turistico, così come dei parchi e delle aree protette».

Il rischio del “salto nel buio” verso la città

Valorizzare e sostenere le iniziative locali, diverse e differenziate a seconda delle caratteristiche del territorio e della comunità che lo abita, aiuterebbe i giovani a restare, quindi, proteggendoli anche da quello che spesso è un vero e proprio salto nel buio.

«La città è uno specchietto per le allodole: luccica di tutto quello che i giovani nati e cresciuti in queste aree vedono e desiderano attraverso i social», riflette Senn. «Questo accade in Italia, come in tutto il mondo. Ma spesso la speranza che spinge questi giovani a partire è poco documentata: non si rendono conto che ad accoglierli troveranno luoghi in cui saranno degli estranei, non avranno le relazioni che avevano nel proprio territorio, non troveranno facilmente un lavoro e dovranno affrontare costi spesso insostenibili. Il rischio, per molti, è che la sensazione di marginalità migri insieme a loro».

Naturalmente ci sono tanti che invece riescono a integrarsi facilmente e a portare avanti i propri progetti. «L’esito del trasferimento dipende dalla formazione personale e dalle competenze acquisite, ma anche dalle caratteristiche individuali: chi è più motivato, chi ha spirito di iniziativa e quella che io chiamo intraprenditorialità, ha certamente più possibilità di realizzare i propri progetti», conclude Senn.

I presidi di comunità come argine allo spopolamento

Alfonso Luzzi, presidente generale del Movimento Cristiano Lavoratori e componente del Consiglio di presidenza del Cnel, pone l’accento anche su un altro aspetto fondamentale: i presidi di comunità.

Alfonso Luzzi

«Soprattutto in regioni come la Toscana, l’MCL, attraverso i propri circoli, ha una presenza storica nei piccoli centri, montani ma non solo, rappresentando un presidio di comunità, spesso l’unico rimasto. Solo in una provincia come quella di Firenze, dove ci troviamo oggi, sono oltre cento. In questi due giorni metteremo a confronto la situazione italiana con quella di altri Paesi come la Spagna e il Portogallo, per confrontare le politiche che in ciascuno di questi vengono messe in atto, scambiando idee ed esperienze».

Servizi, lavoro e qualità della vita per trattenere i giovani

Quel che è certo è che il tema deve restare al centro dell’attenzione, perché cruciale è la sfida. «Le aree interne sono le radici del Paese, luoghi depositari delle nostre tradizioni, dei nostri usi e costumi», afferma Luzzi. «Per contrastarne la desertificazione, processo che va avanti ormai da anni e che riguarda anche altri Paesi in Europa, non possono essere adottate politiche isolate. Lo sviluppo delle aree interne è una sfida condivisa da molti Paesi europei ed extraeuropei».

Non si può dire che sia facile, anzi «il lavoro è improbo, ma bisogna riuscire a invertire la tendenza demografica dello spopolamento», continua Luzzi.

I giovani resteranno nei piccoli centri solo se vi troveranno in primis servizi e infrastrutture efficienti e moderni, dalla mobilità alla sanità; poi la possibilità di svolgervi lavori qualificati e remunerativi, all’interno di una comunità ove vi sia una vita sociale attiva e di qualità

Alfonso Luzzi

«I giovani resteranno nei piccoli centri solo se vi troveranno in primis servizi e infrastrutture efficienti e moderni, dalla mobilità alla sanità; poi la possibilità di svolgervi lavori qualificati e remunerativi, all’interno di una comunità ove vi sia una vita sociale attiva e di qualità. È necessario creare in questi territori quelle condizioni di vivibilità che sono fortemente collegate alle opportunità di cui ogni cittadino avrebbe diritto di godere, a prescindere che nasca in una città o in un piccolo paese».

Il ruolo del Servizio civile universale

Un ruolo importante può essere svolto, in questo senso, anche da iniziative in cui i giovani abbiano la possibilità di mettersi alla prova, di accrescere le proprie competenze e di rafforzare, al tempo stesso, il proprio radicamento nel territorio.

Tra queste, il Servizio civile universale che, «nelle aree interne, è sicuramente una duplice positiva opportunità. Lo è per le zone coinvolte, in quanto qui vengono realizzati progetti che promuovono attività culturali e sociali, migliorando la qualità dei servizi ai cittadini e contribuendo a combattere marginalizzazione e declino demografico. E lo è per i giovani, che restano all’interno della loro comunità di appartenenza e ne diventano collante, contribuendo attivamente a mantenerne vivo lo spirito».

Le proposte legislative del Cnel

In conclusione, è necessario un impegno ad ampio raggio e trasversale, per far sì che la tendenza allo spopolamento delle aree interne si riduca e per ridare a queste zone del nostro Paese il valore e il riconoscimento come luoghi in cui la vita non sia solo possibile, ma anche di qualità.

In questo senso, «come Cnel, proprio nei giorni scorsi abbiamo approvato un importante disegno di iniziativa legislativa sulle aree interne, al cui interno si è dato ampio spazio a proposte a favore dei giovani. In primis con l’istituzione di una clausola sociale per giovani fino a quarant’anni, giovani coppie e famiglie con figli, per cui le amministrazioni statali, regionali e locali possono introdurre criteri di priorità, premialità o riserva nei bandi, negli incentivi e nelle misure di sostegno economico e occupazionale finanziate con risorse nazionali ed europee destinate alle aree interne. E poi, al fine di favorire il ricambio generazionale e il consolidamento delle attività agricole, l’istituzione di un fondo per l’insediamento dei giovani agricoltori, destinato a sostenere l’avvio e il rafforzamento delle imprese agricole localizzate nelle aree interne e montane».

Foto apertura dell’autrice. Foto interne fornite dagli interessati

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