Milano-Cortina 2026
Nicolò Govoni porta la bandiera olimpica e chiede: «Non una tregua, ma 12 mesi di pace per ogni Paese che gareggia»
Fondatore dell'associazione "Still I Rise", nata per garantire il diritto all'istruzione ai bambini più vulnerabili, attivista e influencer per i diritti umani, Govoni è stato uno degli otto messaggeri di pace che hanno sfilato all’ inaugurazione dei Giochi Olimpici invernali Milano Cortina: «Il messaggio della tregua olimpica», dice, «è fondamentale ma non è pace, è appunto una tregua che rimanda il momento che tutti auspichiamo. Le Olimpiadi dovrebbero essere legati a un progetto concreto di pace e avere un risvolto politico, istituzionale»
«Portare la bandiera olimpica è stato un grandissimo privilegio, accanto a persone straordinarie e leggende dello sport alle quali non mi posso paragonare. I miei studenti in Kenya, dove vivo, impazziranno all’idea che io abbia sfilato con l’uomo più veloce al mondo, il maratoneta kenyota Eliud Kipchoge. Penso che essere stato invitato a partecipare all’apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina sia stata soprattutto una grande opportunità per rafforzare la mission di Still I Rise, che è quella di garantire il diritto all’istruzione a bambini tvulnerabili, i profughi, gli ultimi della terra», racconta a VITA Nicolò Govoni. Classe 1993, è un noto attivista e influencer per i diritti umani che ha fondato l’associazione Still I Rise ed era fra gli otto messaggeri di pace che hanno sfilato all’ inaugurazione dei Giochi Olimpici invernali Milano Cortina allo stadio di San Siro, dove hanno portato la bandiera olimpica per ricordare la rituale tregua olimpica in un mondo dilaniato da quella che Papa Francesco ha definito la terza guerra mondiale a pezzi.
Insieme a figure emblematiche che incarnano impegno civile, sportivo e umanitario come Filippo Grandi che ha appena concluso il mandato di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Cindy Ngamba, prima atleta del Team Olimpico dei Rifugiati a vincere una medaglia ai Giochi olimpici di Parigi, Tadatoshi Akiba, ex sindaco di Hiroshima e attivista per il disarmo nucleare e appunto il leggendario maratoneta kenyota Eliud Kipchoge. Nicolò Govoni vive in uno slum di Nairobi dove ha aperto la Still I Rise International School. La sua esperienza è raccontata in un documentario School of Life prodotto da Rai Cinema e la casa di produzione Groenlandia che a marzo sarà disponibile su Raiplay. «Il messaggio della tregua olimpica è fondamentale ma non è pace, è appunto una tregua che rimanda il momento che tutti auspichiamo», ci ha raccontato dopo aver sfilato come portabandiera.
«I Giochi Olimpici dovrebbero essere legati a un progetto concreto di pace e avere un risvolto politico, istituzionale: l’inclusione, la pace non devono essere limitate solo agli atleti che ora incarnano questi valori ma avere delle ricadute su tutti i Paesi che rappresentano. Se invece venisse chiesto ad ogni Paese che vuole mandare la delegazione olimpica a fare delle azioni concrete per 12 mesi precedenti e successivi ai Giochi Olimpici, fermeremmo tutte le guerre perché poi arrivano le Olimpiadi estive e nessuno potrebbe fare nulla. E li fregheremmo tutti», ci dice sorridendo con un’espressione di sfida.
Dal 2019 ad oggi Nicolò ha fondato quattro scuole di emergenza e riabilitazione in Siria, Repubblica Democratica del Congo, Yemen, Sud Sudan, e due scuole Internazionali, in Kenya e in Colombia, ma presto anche in Italia. Nelle scuole internazionali di Still I Rise viene offerto gratuitamente il percorso educativo di International Baccalaureate ai minori profughi e vulnerabili. «Still I Rise o meglio il suo embrione nasce in Grecia, anzi sull’isola di Samos dove sono andato con due amiche con cui poi ho creato il progetto, a fare il volontario durante il picco dell’esodo siriano. Allora il mondo restò scioccato dall’immagine del corpo inerte del piccolo Aylan Kurdi e noi, in quel momento drammatico, abbiamo dato il nostro contributo fondando una scuola di emergenza per i profughi che non potevano studiare. Avrei dovuto restare due mesi che poi sono diventati 6, poi 9, insomma non riuscivamo più ad andare via perché era davvero terrificante quello che vedevamo».
Allora, sembra un secolo fa, non c’era l’assuefazione alla tragedia dei migranti che Nicolò Govoni definisce “la rottura dello specchio”. E così ha deciso di voler aiutare bambini e adolescenti che restavano a Samos per periodi lunghissimi e senza fare nulla, soprattutto senza poter studiare. E così è nata una scuola di emergenza e riabilitazione, Mazì «Sara Ruzek è logopedista, Giulia Cicoli è linguista, io sono di formazione giornalista e quindi abbiamo messo insieme un centro che avesse come obiettivo l’istruzione. L’istruzione, la protezione dell’infanzia, l’alimentazione perché in questi contesti un servizio sfocia nell’altro. Non si può insegnare senza garantire l’alimentazione perché i bambini affamati non imparano».

La svolta è arrivata dopo che Nicolò Govoni è stato invitato alla scuola americana di Milano e, come dice lui con ironia, gli è partito l’embolo. O meglio gli si è spaccato il cervello. «Ho avuto questa idea che è diventata un imperativo morale: offrire a tutti l’insegnamento dell’ International Baccalaureate che è un percorso educativo mirato a sviluppare il pensiero critico, la comunicazione, la ricerca, l’autogestione e le capacità sociali, consapevolezza del contesto globale. Un approccio straordinario ma purtroppo elitario. Perciò sono uscito da quella scuola ossessionato, dicendomi: “Dobbiamo avere anche noi l’IB gratis e offrirlo a chi non ha diritto all’istruzione”».
Dopo un’esperienza non molto felice in Turchia, si è spostato in Siria dove ha aperto un’altra scuola di emergenza e poi in Kenya dove nel 2021, grazie a donazioni private e crowdfunding, ha aperto la prima scuola internazionale che offre l’IB agli ultimi della terra un percorso educativo di eccellenza, replicando l’esperienza anche a Bogotà (le altre scuole presenti in diversi Paesi sia in Africa sia in Medio Oriente sono scuole di emergenza).
«Noi prendiamo percorsi elitari e li “sporchiamo”, rendendoli accessibili a chi non può permetterseli». A Nairobi, nello slum di Mathare ci sono 250 studenti che arrivano da 11 Paesi diversi, anche dallo Yemen, grazie alle borse di studio. I nostri studenti come i nostri insegnanti partono da zero. Arrivano sia dal Kenya sia da tutti i Paesi dove siamo presenti con scuole di emergenze. Gli allievi dovranno restare otto anni: un anno di scuola elementare propedeutica ai sette previsti dal percorso educativo dell’IB. L’insegnamento avviene in inglese anche se ci sono lezioni di Swahili, francese, arabo. Ci focalizziamo molto sulle soft skills perché siamo consapevoli della immensa potenza dell’intelligenza artificiale ma i nostri metodi si ispirano all’international Baccalaurate e infatti siamo stati certificati per poter offrire questo un corso di studi che culmina con un diploma di scuola superiore tra i più prestigiosi al mondo», racconta ancora Govoni. «Abbiamo creato un sistema con queste caratteristiche: pensiero critico, intelligenza emotiva, intelligenza sociale, imprenditorialità, integrità, capacità di autogestione e tenacia. Sette fattori che l’AI potrà emulare ma non replicare perché nella pagella, nel report che ogni genitore riceve, ci sono i voti di matematica, inglese, storia, geografia, ma anche tutte queste tabelle su queste caratteristiche hanno lo stesso peso. Non si può essere uno studente di successo a Still I Rise se si conosce bene la matematica ma non dare prova di integrità, per esempio», aggiunge perché il metodo adottato ruota intorno a questi quattro concetti: la scuola è casa, lo studente è al centro, l’insegnante è un mentore, il pensiero (critico) è globale.
Ci sono dei criteri specifici per poter entrare alla scuola di Nairobi ma è anche accaduto di accogliere alla scuola, che è anche una comunità, un ragazzo che veniva dalla strada, Idris, e ora è diventato il leader del gruppo di allievi ed emblema di quanto può fare l’istruzione qualificata fornita a chi non ha diritto a un’educazione.
«Lo abbiamo incontrato in strada nel 2023», racconta Govoni. «Di solito non prendiamo bambini direttamente perché abbiamo un sistema di segnalazione. Però era Pasqua, io stavo portando un altro bambino in ospedale che si era fatto un taglio in testa, giocando. Idris stava raccogliendo la spazzatura. La sua storia è stata travagliata ma adesso sta con noi ed è un miracolo. Il miracolo dell’istruzione che può rendere il mondo un posto migliore». Oggi nella scuola internazionale di Mathare, a Nairobi ci sono 50 bambini residenti e gli altri 200 che vengono a studiare. La storia di Idris appare nel documentario che verrà presentato l’11 marzo nelle scuole italiane, in collegamento streaming dal Kenya con un fondamentale messaggio: «La scuola è l’unico luogo che può cambiare il mondo». Detto da un giovane adulto, attivista, influencer, candidato al Nobel per la Pace nel 2020 e che, invitato come messaggero di pace all’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali, si augura di poter vedere una pace che vada oltre la tregua olimpica.
Nella foto di apertura la bandiera olimpica portata da Tadatoshi Akiba, secondo da destra, Rebeca Andrade, Maryam Bukar Hassan, Nicolò Govoni, secondo da sinistra, Filippo Grandi, Eliud Kipchoge, a sinistra, Cindy Ngamba, a destra, e Pita Taufatofua durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali del 2026, a Milano, Italia, venerdì 6 febbraio 2026. (AP Photo/Francisco Seco)/LaPresse
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