Empatia differenziata
Niscemi, Nadia Terranova: «Chiediamoci perchè raccontano un’Italia di serie B»
Il ciclone Harry e la frana hanno fatto riemergere l'idea di un'Italia di serie cadetta, sempre "fanalino di coda", verso la quale si ostenta fastidio se non razzismo. Per la scrittrice Nadia Terranova, «un divario che viene cavalcato anche per sentirsi colonizzatori nei confronti del Sud. Mi addolora e mi ferisce registrare questo disinteresse verso una parte del nostro Paese»
Il ciclone Harry, la frana di Niscemi, hanno prodotto profonde ferite difficili a rimarginarsi. Quelle dei territori infragiliti, delle case pericolanti, degli sfollati. Strisciante, laterale, sottotraccia, c’è stata però un’altra frana e un’altra ferita: quella dell’insofferenza latente, forse anche di un razzismo di ritorno. Nell’Italia dei social soprattutto, il lamento di Niscemi è stato spesso accompagnato da fastidio. Abbiamo chiesto a una grande scrittrice siciliana di leggere, per noi, questo fenomeno. (G.Cerri)
Alle frane, alla frattura della terra, pare essersi aggiunta, in questi giorni, anche quella dei sentimenti: l’empatia che manca verso Niscemi, verso la Sicilia. Abbiamo voluto ascoltare la voce di chi ha la sensibilità giusta per guardarci dentro, come Nadia Terranova, scrittrice finalista al Premio Strega 2025 con Quello che so di te (Guanda) che con Trema la notte (Einaudi) ha narrato un altro grande territorio, quello di Messina del 1908.
Da siciliana di nascita come sta vivendo quando accade a Niscemi?
Si, ci tengo a dire che io non sono una siciliana di origine, ma una siciliana di nascita, crescita e appartenenza perché, anche se provvisoriamente non risiedo in Sicilia, in questa isola ho vissuto stabilmente fino a 25 anni e instabilmente nei successivi 20, tenendo sempre una casa. Lo dico e ci tengo a dirlo perché per me la Sicilia non è una radice da cui me ne sono andata, è il mio pane quotidiano, la mia terra quotidiana, quella a cui i miei pensieri vanno quando penso a casa mia. Quindi, vedere Niscemi, ma anche la costa Ionica che non vorrei fosse in qualche modo eclissata dall’immagine terribile della frana perché abbiamo diversi fronti in questo momento da combattere, per me è stato un dolore vivo. Quelli sono i paesaggi che ho davanti agli occhi, anche se li vedo alcuni mesi e non tutti i mesi dell’anno, ma non importa, quella è la mia terra sempre. Anche se dovessi vivere in Australia, sarebbe sempre così.

Quando questi eventi catastrofici, ma anche i meno tragici, accadono nel Sud Italia, c’è una sorta di ineluttabilità, come se fosse normale che capiti ai siciliani, ai calabresi… Percepisce questa sensazione?
Sì, la percepisco, percepisco comunque anche un maggiore disinteresse rispetto ad altre parti d’Italia, che ovviamente mi addolora e mi ferisce. Dico soltanto che c’è gente che solo ora si sta rendendo conto, dopo più di una settimana, di quello che è accaduto e sta cominciando a dire che “allora ci sono dei danni”. Questo non sarebbe così, se tutto fosse accaduto da un’altra parte d’Italia. È un problema. Perché abbiamo un’Italia di serie B? Per quale motivo?
Ha recentemente scritto: Sorrido e assieme scoppio di rabbia, penso a tutte le volte che in questi anni ho faticato a comunicare le criticità del posto in cui sono nata, e mi sono sentita rispondere con il sorriso di disprezzo che si riserva agli indigeni ai quali i colonizzatori spiegano le cose: e vabbè, un ponte che vi fa?. Come si risponde a questo atteggiamento?
Grazie per aver riportato quel pezzo del mio articolo a cui tengo molto. Si risponde rimboccandosi le maniche e non reagendo con stizza o disprezzo, anche quando l’interlocutore sembrerebbe chiamarselo con il suo atteggiamento. Questo perché io sono sempre del parere che, se cambia uno sguardo su qualcuno, cambia lo sguardo di tutti. E allora ci rimbocchiamo le maniche, io faccio sempre così, l’ho sempre fatto ogni volta che mi sono scontrata con posizioni opposte alle mie. A quel punto con quell’interlocutore ci parli, te lo vai a prendere, gli esponi le tue ragioni. Mi è capitato di far cambiare idea, mi è successo. E mi è capitato in particolare con le persone che magari ripetevano, come può capitare a tutti, qualcosa di già ascoltato, ma non avevano il tempo di essersi fatta un’opinione propria. Compravano la soluzione preconfezionata, così perdere tempo, mettersi là, spogliare piano piano l’interlocutore di una finta certezza, può essere utile.
Perché ancora non si riesce a uscire dalle logiche che fanno del Nord la “terra promessa”, quella in cui tutto è possibile, cui si concedono le attenuanti per tanti sbagli, e il Sud fermo, in quanto il “fanalino di coda”, terra alla quale non fare sconti?
Aggiungo una cosa a questa bella osservazione sul Sud come “fanalino di coda”. Io credo che esista un grandissimo divario che viene cavalcato non soltanto perché fa comodo portare avanti solamente una parte del nostro Paese, ma anche perché quella parte può avere un atteggiamento colonizzatore nei confronti del sud. Esattamente come è sempre stato verso tutti i sud del mondo, può mettere la zampa, può mettere i propri soldi, il proprio sguardo, la propria visione, persino la propria firma. Come per il caso del Ponte sullo Stretto. Un ponte che dovrebbe essere firmato da un politico del nord, che si è espresso più volte con grande disprezzo nei confronti dei meridionali e che adesso pensa di poter mettere la bocca su ciò che al sud serve, semplicemente perchè mettere la prima pietra di una grande opera serve a farsi bello.
Lei è una donna di cultura, che utilizza la parola per innescare il cambiamento. Avere sangue siciliano fa la differenza?
Noi non facciamo un discorso di razza, quindi sorrido rispondendo a questa domanda. È, però, certo che il sangue isolano è il sangue isolano, è un sangue che ha resistito negli anni all’isolamento, agli attacchi, alle dominazioni, che si è mescolato. Sa come dice la canzone di Carmen Consoli A finistra? Tannu, si pinsava ca la diversità è ricchizza” (Allora si pensava che la diverstà fosse ricchezza, nda). Ecco, il sangue siciliano è un sangue che, per me ha fatto della diversità ricchezza.
Non sono i pochi a credere che l’Italia non sia un Paese che rifugga da sentimenti razzisti, in parte verso il fenomeno migratorio in parte verso i cittadini meridionali. Crede che sia vero?

Io credo che sia così e credo che il razzismo abbia molte forme, sicuramente non soltanto quella dell’attacco esplicito, dell’insulto, dell’offesa. Ma perché non è razzista pensare “io ci tengo al tuo bene, tu hai bisogno di un ponte, io te lo faccio”, non è razzista dire “ma perché dovete parlare voi che quel territorio lo abitate, quando noi sappiamo che cosa è giusto, noi sappiamo che cosa bisogna fare?”. Poi si arriva il ciclone Harry, arriva Niscemi e “non eravate voi che sapevate quello che era giusto fare?”.
Queste due recenti catastrofi naturali in Sicilia cosa hanno fatto emergere?
In questi giorni Stefania Auci ha promosso un bel movimento per salvare la biblioteca di Niscemi, una delle biblioteche storiche che è in pericolo, attualmente non si possono salvare i libri, pare che ci siano anche delle cinquecentine, tanti libri antichi. Tutti noi scrittori abbiamo risposto con grandissimo entusiasmo, ci siamo mobilitati in tanti, moltissimi scrittori, giornalisti, per provare a salvarla, però chiedendoci quale alternativa possiamo dare a un Paese in cui, in questo momento, non esiste un polo di aggregazione culturale. Abbiamo un gruppo su Whatsapp dove ci stiamo interrogando sulla possibilità di creare un’antologia o un presidio. Ecco cosa fa emergere la difficoltà, può tirare fuori anche tanta solidarietà.
Cosa rappresenta per lei la scrittura? Quale funzione dovrebbe avere oggi?
La scrittura è il mio modo di stare al mondo, quindi è il mio modo di capire quello che accade attraverso il racconto di ciò che accade.
Nella foto di apertura, di Stefano Gottardo per LaPresse, cittadini in piazza a Niscemi, chiedono aiuto.
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