Ambiente
No, Bill Gates non ha negato la crisi climatica
Circola un memo di Bill Gates sul cambiamento climatico e i suoi effetti: «Il filantropo e fondatore di Microsoft è diventato negazionista», dice la vulgata dei social. Non è così. Dire che il cambiamento climatico non porterà alla fine dell'umanità, significa chiedere di guardare la crisi non solo attraverso i gradi segnati dal termometro, ma attraverso il benessere delle persone. Il successo dell'azione non si può misurare solo in CO₂ non emessa, ma in vite che sono state protette dagli effetti del cambiamento climatico
di Fabio Ranfi
C’è una cosa che continuo a trovare affascinante nel modo collettivo in cui attraversiamo le notizie: la velocità con cui trasformiamo un documento complesso – di più di 5mila parole – in una frase semplice e di conseguenza quella frase semplice in un’arma da usare contro qualcuno. È successo di nuovo con il memo che Bill Gates ha pubblicato in vista della COP30. Sono passati pochissimi giorni e già circola ovunque una versione caricaturale, sbagliata e sensazionalista: «Gates dice che il cambiamento climatico non è un problema». Oppure, nella versione più radicale: «Gates è diventato negazionista». Tesi mai proposte dal fondatore di Microsoft.
La distorsione iniziale: maneggiare un documento come un tweet
Il passaggio che ha fatto da innesco è quello in cui Gates scrive che il cambiamento climatico “non porterà alla fine dell’umanità”.
Una frase che nel testo ha però un contesto preciso, legato a una visione apocalittica del clima che lui contesta; un passaggio che dice: il futuro sarà duro, ma non sarà la fine del mondo.
Nel dibattito pubblico, però, tutto il ragionamento si è ridotto al pezzo iniziale: non porterà alla fine dell’umanità → quindi non è grave → quindi Gates minimizza → quindi Gates è negazionista. Un’operazione di compressione logica che non dice più nulla del documento originale, ma moltissimo del clima culturale in cui ci muoviamo.
Viviamo in un ambiente in cui se provi a dire che due cose possono essere vere insieme, ti ritrovi incastrato in una posizione che non hai mai sostenuto. Se non gridi all’apocalisse, vieni percepito come se stessi dicendo che non c’è nessun problema. Se non scegli un unico nemico, sembra che tu stia difendendo tutti e di conseguenza nessuno. È un meccanismo di polarizzazione che, sul climate change, funziona ancora più velocemente che altrove.
Che cosa dice davvero il memo di Bill Gates
Il surriscaldamento climatico è un serio problema e Gates lo scrive in modo esplicito. Il cambiamento climatico ha conseguenze gravi e a pagarne il prezzo sarà soprattutto chi vive nei Paesi più poveri. Gates parla di ondate di calore, alluvioni, perdita di raccolti, sistemi sanitari già fragili che crollano dopo un evento estremo. Il clima, nella sua analisi, è un moltiplicatore di vulnerabilità.
Ma il punto centrale del memo affronta un punto scomodo: la metrica per analizzare il problema e cercare delle soluzioni non possono sono i gradi, ma bensì il benessere umano.
Gates dice che, nel costruire politiche climatiche, la temperatura non può essere l’unico indicatore. Non perché non sia importante, ma perché non regge da solo il peso della realtà.
Se una persona perde il raccolto per la siccità, non muore per la CO₂ in sé: muore perché non ha alternative, perché l’agricoltura è poco produttiva, perché il sistema sanitario non è in grado di assorbirne le conseguenze, perché non ha risparmi, perché vive al margine.
Secondo Gates l’errore strategico è concentrare tutto sulle emissioni a breve termine. Il miliardario critica una parte del movimento climatico che punta tutto sui target immediati. Tagliare le emissioni è fondamentale, dice, ma se per farlo sottrai risorse a chi oggi muore di povertà, malnutrizione, malattie prevenibili, stai creando un paradosso: salvi il clima del futuro ignorando le persone del presente. Gates insiste su un concetto: lo sviluppo è adattamento, non c’è mitigazione senza adattamento. E non c’è adattamento senza investire su salute, istruzione, agricoltura, accesso all’energia.
La logica binaria: apocalisse o negazione
Perché la discussione pubblica ha scelto di non vedere tutto questo? Perché siamo culturalmente abituati a pensare il cambiamento climatico come una battaglia morale. Da una parte chi lo prende sul serio, dall’altra chi lo nega.
Se dici che non è la fine del mondo, vieni spinto automaticamente nel secondo gruppo.
La fragilità del discorso complesso
Le piattaforme premiano il conflitto e le semplificazioni. La frase «Gates ridimensiona il clima» funziona più di un ragionamento di 20 paragrafi in cui lui prova a dire che il clima è una minaccia insieme ad altre. Per molti, introdurre un “insieme ad altre” diventa già un tradimento.
Dire che il clima non è l’unico problema enorme può suonare come un tradimento della causa. Ma è un dato. Nei Paesi più fragili, i bambini non muoiono per la CO₂: muoiono per diarrea, malaria, denutrizione, infezioni. L’alluvione peggiora queste condizioni, ma non le crea. Se vuoi proteggere quelle vite dagli effetti del clima, devi proteggere quelle vite: punto.
Una discussione che riguarda noi, non solo Bill Gates
Il punto del memo, alla fine, è semplice: misurare il nostro successo non solo in CO₂ non emessa, ma in vite migliorate. La riduzione delle emissioni resta urgente. Ma non può diventare l’unico metro, né l’unico punto della conversazione.
Ed è qui che si apre la domanda che ci riguarda più direttamente, come opinione pubblica che parla di clima da un salotto attrezzato, da una casa riscaldata, da un feed dove l’alluvione è un video di 15 secondi: siamo ancora capaci di ragionare su una crisi globale senza trasformarla in uno slogan?
Il cambiamento climatico non sparisce dal memo di Gates: si sposta.
Si intreccia con la povertà, con la salute, con l’agricoltura, con l’energia.
È dentro la vita delle persone, non sopra. E forse è proprio questo che lo rende così difficile da comunicare: non è abbastanza puro per essere uno slogan, non è abbastanza semplice per diventare una bandiera. È un problema serio immerso, in altri problemi seri.
In apertura, Bill Gates. Foto Jason Redmond, Associated Press/LaPresse
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