La vita dopo la frana

Noi, giovani scout di Niscemi, ci prendiamo cura della comunità: «Staremo qui finché tutti riavranno un tetto»

I giovani dell'Aisa sono in campo sin dalle prime ore dalla frana. Una realtà che garantisce pasti a oltre 600 persone ogni giorno e presenza costante nel sostegno ai cittadini nell'elaborazione della perdita della casa e di un futuro da ricostruire

di Gilda Sciortino

Non hanno aspettato neanche un minuto per mettersi al servizio: così per oltre 600 persone la colazione, il pranzo e la cena non sono mai stati un problema.

Per i ragazzi dell’Aisa, l’associazione italiana scout avventista di Niscemi, l’essersi subito attivati per essere pronti già l’indomani dalla frana ha fatto la differenza. E, anche oggi che una parte delle famiglie sta rientrando nelle abitazioni, non arretrano di un passo. Anche perché l’emergenza non è certo passata.

«Il sindaco ci chiese subito di recarsi al palazzetto dello sport, da sempre adibito alle partite di calcio e ad altre piccole attività sportive, per capire cosa fare», spiega il presidente, Marco Crescimone. «Una volta arrivati lì, abbiamo verificato cosa servisse, sollecitando lo stesso Comune a sistemare i bagni e fare in modo che tutto funzionasse al meglio per accogliere quante più persone possibile. Poi, quando abbiamo capito che c’era bisogno anche dei pasti quotidiani, è arrivata la cucina da campo della Protezione civile di Siracusa e abbiamo fatto fronte a questa esigenza cucinando noi stessi grazie a tutti i viveri che ci sono arrivati sin dal primo momento. Si è attivata una catena umanitaria che ha creato relazioni e fortificato la comunità. Un lavoro che portiamo avanti in sinergia con l’Adra, l’agenzia umanitaria della Chiesa Cristiana Avventista, facendo da punto di riferimento per tante altre reatà che, in situazioni di emergenza come questa, tirano fuori il meglio di se stesse. Ci tengo a dire che i nostri volontari sono molto giovani e, anche se molti non sono stati sfollati, sentono la responsabilità di quanto è accaduto. Siamo molto orgogliosi di loro».

Non lasceremo mai il palazzetto sino a quando l’ultima persona non avrà ritrovato un tetto sulla testa. Non ce lo permetterebbero i nostri giovani, ai quali affidiamo il futuro di Niscemi

Marco Crescimone, presidente Aisa

Ritrovare gli spazi dedicati alla socialità

Non è per nulla facile ridare fiducia a una comunità che, insieme alla casa, ha perso i suoi punti di riferimento per una socialità che partiva dalla voglia di aggregazione.

«Ricordo esattamente ogni momento di quella giornata», racconta Carmelo Zarba, 17 anni, nel gruppo degli scout più attivi. «Ero a casa e mi è arrivata la notizia di quanto era accaduto.  Non sono uscito perchè ho pensato fosse meglio non creare un disagio a Vigili del fuoco e Polizia, ma il lunedì mattina ci hanno convocati in associazione e non ci siamo piuùfermati. Io sono uno di quelli fortunati che non ha dovuto lasciare la casa, ma abbiamo perso un locale, un bar, che si trovava lungo il Belvedere, quindi nell’epicentro della frana. Com’è Niscemi oggi rispetto a poco più di un mese fa? Prima, anche se un paese non molto grande, era una piccola oasi. Oggi è molto diverso, perché sono scomparsi i punti di aggregazione per tutti. Noi giovani ne risentiamo maggiormente perchè il passeggio, la piazza, tanti locali non ci sono più e non si potranno ricostruire. Almeno non in tempi così brevi».

La scelta delle priorità a cui non si è preparati

«Lo immaginate cosa vuol dire avere 15 minuti il tempo per rientrare nella propria abitazione e prendere il necessario? Ci si paralizza e la mente si blocca». Per Giada Ferrera, 18 anni, da anni nelle file scout dell’Aisa, non è stato facile ritrovarsi a empatizzare con chi si è trovato innanzi alla decisione rispetto a cosa potesse avere priorità tra le tante cose che una casa può raccogliere nel corso degli anni: «Proprio mia cugina si è ritrovata ad avere così poco tempo per “svuotare” la casa che aveva dovuto abbandonare perchè a 50 metri dalla frana. Lei ha un bambino piccolo, quindi hanno dovuto pensare a portare via quel che serviva per lui, ma ci sono persone che non hanno avuto il tempo di prendere neanche un piccolo ricordo. Io credo che, in una situazione del genere, non saprei cosa fare. Sì, perché ti prende il panico. Ce lo raccontano coloro ai quali ci dedichiamo ogni giorno. E purtroppo per molti di noi rientrare a casa sarà impossibile».

Rileggere la realtà di Niscemi con altri occhi

Quando si dice che non è stato facile empatizzare con chi viene posto davanti a determinate scelte non significa che si tratta di qualcosa al di fuori delle capacità di Giada o di qualunque altro volontario, ma vuol dire che non si può mai essere preparati davanti a decisioni di questo genere. Anche una sola piantina può essere più importante di qualunque altra cosa perchè magari simboleggia lo sbocciare di una vita che si credeva perduta. Come si fa, quindi, a scegliere?

«La vita a Niscemi è cambiata», aggiunge il presidente dell’Aisa «e lo sappiamo noi che ci viviamo. Gli esercizi commerciali chiusi sono quelli che mantenevano in vita il paese. Parlo di una ventina almeno di attività solo in piazza, che in un fine settimana fatturavano non meno di 100mila euro. E mi tengo basso. Il bar, la pizzeria, il tabacchino, tutto era concentrato nel centro storico, dove c’era la movida. Era il luogo del passeggio, d’estate e d ‘inverno, per tutti. Soprattutto il sabato sera, sino alle 19 trovavi i più piccoli, dalle 19 alle 21 i ragazzi un pochino più grandi, mentre dalle 23 in poi quelli dai 18 anni in su. Il luogo preferito delle famiglie che sino a mezzanotte ritrovavi a passeggiare sul corso. Senza contare che in piazza Vittorio Emanuele ci sono la chiesa madre e la cattedrale di Niscemi dove si vivevano le festività natalizie, la festa dell’Immacolata Concezione, quella di San Giuseppe, i riti religiosi che compattano la comunità. È come se fosse scomparsa la nostra identità. Io devo confessare che sento meno tutto questo perchè sono impegnato, faccio volontariato e sto in perenne contatto con le persone. Una famiglia normale, che guarda in tv quello che sta accadendo, sente solo la mancamza del calore di una casa, peraltro la tua, che non potrai mai ritrovare da nessun’altra parte. Se, poi, pensano chre Niscemi potrebbe non risorgere, l’unico desiderio è andare via».

Il senso di una comunità

«Si, siamo scoraggiati, ma combattiamo. Mi piace ricordare un aneddoto. Una mamma doveva portare i bambini a scuola e non aveva la macchina. Abitando vicino al bosco, diventava un’impresa impossibile. Ho raccontato quel che stava succedendo in un gruppo whatsapp creato per comunicare tra di noi, rivolgendomi soprattutto alle associazioni femminili di Niscemi. Pochi minuti e il gruppo è scoppiato da quante persone si sono rese disponibili. Un’altra volta», prosegue il suo racconto Marco Crescimone, «mancava il formaggio grattuggiato per la pasta che serviamo al palazzetto. Era l’unica cosa che mancava nelle donazioni che ci erano arrivate. Anche in questo caso, il buon cuore dei nostri cittadini è stato enorme. Appelli del genere servono anche a richiamare alle sue responsabilità l’amministrazione, quando si distrae. Quello che vorrei che passasse è, però, solo il positivo di questa situazione. Vorrei che si dicesse che Niscemi rinascerà grazie ai più giovani. Quelli che lavorano con noi ci offrono tanta speranza. Quando portano da mangiare, quando sistemano un letto, ascoltano con tanta empatia. Lo fanno sempre col sorriso e, per un attimo, passa tutto».

Le foto sono state fornite dall’Aisa

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