Famiglie nei boschi
Nomadelfia: neorurali da cent’anni, ma la radicalità che conta qui è la condivisione
Prosegue il viaggio di VITA nei modi di abitare e di vivere che cercano un ritorno alla natura. A Nomadelfia, comunità fondata da don Zeno Saltini quasi cento anni fa, la risposta passa dalle relazioni: famiglie accoglienti, beni condivisi, educazione comunitaria, anziani e bambini al centro. Un’esperienza che interroga il nostro modo di vivere, crescere e concepire il welfare. La testimonianza di Paolo, nato a Nomadelfia, uscito e poi tornato, per scelta radicale e non per destino
La “famiglia nel bosco” di Palmoli continua a far discutere. La Corte d’Appello dell’Aquila ha rigettato il reclamo dei legali della famiglia contro l’ordinanza del Tribunale che aveva sospeso la responsabilità genitoriale e disposto il collocamento dei tre bambini in una casa famiglia, dove sono stati accolti insieme alla madre. Tra gli elementi critici delle condizioni dei minori, a destare la preoccupazione del Tribunale e di chi ha il compito di tutelare i bambini è la loro condizione di isolamento e di mancata socializzazione con i pari. I valori positivi della sostenibilità e dell’ambientalismo, che hanno guidato le scelte dei genitori, sembra abbiano prevalso sull’interesse dei bambini a ricevere un’istruzione e ad essere pienamente inseriti nella comunità.
Per questo, proprio di comunità abbiamo deciso di parlare nella seconda tappa di questa “riflessione a puntate” sugli stili di vita alternativi, in cui natura, sostenibilità, ambientalismo, lentezza vengono riscoperti come valori e percorsi come scelte.
Dopo la testimonianza di Francesco Gesualdi (leggi qui) che grazie alla scuola di Barbiana ha scoperto un “nuovo modello di sviluppo” e oggi lavora per costruirlo e diffonderlo, questa volta Paolo ci accompagna alla scoperta di una vita radicalmente alternativa rispetto a quello che potremmo definire il modello dominante: la vita a Nomadelfia. Comunità e condivisione qui sono al centro della vita personale e familiare, dando luogo a un modo di abitare il mondo che interroga e mette fortemente in discussione il nostro.

L’intuizione di don Zeno
Questa comunità, fondata a Grosseto quasi cento anni fa da don Zeno Saltini, oggi continua ad esistere, con i suoi quasi 300 abitanti: chi è nato qui, chi ci è arrivato da poco, chi ci è tornato dopo essersi allontanato, chi invece qui è stato semplicemente accolto, perché a Nomadelfia la disponibilità all’accoglienza è, più che una regola, un principio e una scelta di vita. Qui la scelta comunitaria non è una fuga dal mondo, ma un modo radicale di starci dentro: famiglie aperte all’accoglienza, beni condivisi, educazione collettiva, anziani e bambini al centro.
Qui la scelta comunitaria non è una fuga dal mondo, ma un modo radicale di starci dentro: famiglie aperte all’accoglienza, beni condivisi, educazione collettiva, anziani e bambini al centro
In questo contesto il welfare, per come lo intendiamo oggi, serve poco o quasi nulla. Non perché non ci siano fragilità, ma perché la comunità stessa si fa rete di cura, sostegno, responsabilità condivisa.
Nomadelfia, da destino a scelta radica
Paolo, nato e cresciuto a Nomadelfia, racconta cosa significa scegliere una vita che prova a superare isolamento, proprietà e centralità dell’io, puntando tutto sulle relazioni, con l’aiuto della natura e della terra che si coltiva.
«Sono nato a Nomadelfia 38 anni fa e qui ho vissuto fino a 18 anni. Finite le superiori, mi sono trasferito per quattro anni a Firenze, dove ho frequentato l’università. Lì ho conosciuto Federica e, dopo un periodo di discernimento, con lei ho deciso di tornare a Nomadelfia: stavolta non per destino, ma come scelta di vita».
Cosa comportasse questa scelta, Paolo lo sapeva molto bene: «Abbiamo sei figli, di cui tre nati e tre accolti. Qui a Nomadelfia tutte le famiglie sono aperte all’accoglienza di minori in difficoltà, che arrivano tramite i servizi».

Paolo ha fatto molti lavori diversi, perché anche questa è una regola a Nomadelfia: ognuno fa ciò che è necessario alla comunità in quel momento. «Prima ho lavorato nell’azienda agricola, poi nell’accoglienza dei visitatori, poi nella scuola familiare (quella che i bambini di Nomadelfia frequentano almeno fino alla fine delle secondarie di primo grado), poi in falegnameria. Da quattro anni lavoro nell’economato e nella comunicazione».
Comunità uguale libertà
A Nomadelfia la vita comunitaria si fonda su regole e su scelte che sono anche rinunce: l’apertura all’accoglienza, la vita in gruppi familiari (più di 20 persone, con cui si condividono spazi e momenti, tra cui tutti i pasti), la rinuncia alla proprietà privata e la disponibilità a dedicarsi a ciò che viene richiesto.
Quando Paolo parla della sua infanzia e della sua adolescenza qui in comunità, ricorda «una grandissima libertà. A 14 anni avevo il motorino e potevo andare a Grosseto quando volevo, qui avevo sempre i miei amici con cui passare il tempo, mi spostavo liberamente tutto il giorno, i miei non mi stavano sul collo. Non mi sono mai sentito fuori dal mondo, perché Nomadelfia è aperta al mondo ed è riempita dalle persone».
Non mi sono mai sentito fuori dal mondo, perché Nomadelfia è aperta al mondo ed è riempita dalle persone
La scuola familiare in questo ha giocato un ruolo fondamentale: «Per don Zeno, la scuola doveva essere un’esperienza viva. Così, ho avuto il privilegio di visitare tante realtà in cui l’uomo mette a frutto i propri talenti per il bene comune. Io ho visto tante fabbriche, realtà differenti, ho fatto incontri con scuole, realtà di ogni genere. Questo bagaglio di esperienze, insieme all’esperienza di comunità (fatta di generazioni diverse, storie diverse, sensibilità diverse), mi ha dato la capacità di affrontare la vita in modo differente».

Differente soprattutto perché «è lontana dalle logiche di individualismo che portano ad alienarsi, a pensare di essere al centro dell’universo: in un contesto comunitario non ti senti mai solo, ma anche mai al centro dell’attenzione, incontri continuamente l’altro e attraverso l’incontro e il confronto impari il rispetto. Io sono cresciuto con 13 fratelli, tra nati e accolti: dovevo riuscire a condividere spazi, tempo, affetto, attenzioni dei genitori, mai morbose, ma giuste e misurate. Anche per questo mi sentivo libero: non solo libero di muovermi, ma libero anche perché sentivo la fiducia degli altri e verso gli altri».
Il confronto con le ingiustizie
Quando ha vissuto a Firenze, per frequentare l’università, Paolo non ha fatto fatica ad ambientarsi, proprio grazie alla fiducia che aveva in se stesso e negli altri e per le tante esperienze vissute anche fuori da Nomadelfia. «Una fatica però la ricordo: avere di fronte le ingiustizie. In comunità, fin dalla nascita, mi era stato trasmesso un forse senso di giustizia. Ricordo, per esempio, il disagio che provavo di fronte agli sprechi nella mensa universitaria, dove regolarmente vedevo buttare cibo, mentre da noi non il cibo non si butta mai. E poi ero a disagio di fronte alle diseguaglianze: il compagno che spendeva 100 euro in una sera e quello che non poteva permettersi i libri. Anche questo, a Nomadelfia non esisteva. Quel fatalismo davanti alle ingiustizie mi faceva male, perché fin da piccolo sono stato educato a credere che le cose possiamo cambiare, quando non sono giuste. Dipende solo da noi».
Relazione, radicalità, condivisione
Accanto alla libertà, alla fiducia e al senso di giustizia, c’è un altro valore che a Nomadelfia si coltiva in ogni angolo: la relazione. «L’uomo, per essere felice, ha bisogno di relazioni», dice con fermezza Paolo. «Una forma di vita comunitaria è una vita di felicità, perché mette al centro le relazioni, che a volte portano anche ferite. Madre Teresa diceva di preferire un cuore con tante cicatrici perché ho tanto amato. Non dobbiamo aver paura delle cicatrici che lasciano le ferite».
E anche questo valore è radicalmente in controtendenza rispetto alla direzione in cui il mondo si sta muovendo. «I modelli, gli strumenti e i traguardi che oggi vengono proposti sono sempre più individualistici. Pensiamo al cellulare: è l’oggetto emblematico dell’individualismo. Noi a Nomadelfia lo utilizziamo, ma ci educhiamo ed educhiamo i nostri figli a un uso responsabile, che non lo sostituisca mai alle relazioni. Solo nelle relazioni l’uomo trova la felicità, mentre l’individualismo ci rende tristi. Come ha detto in questi giorni Alberto Pellai, in Australia, vietando i social fino a 16 anni, hanno scelto una vita di felicità per i figli».

Il welfare non esiste: o meglio è dappertutto
Nomadelfia, non c’è dubbio, è una scelta radicale. «Mettiamo in gioco tutto, che è il modo per vivere pienamente. Questa radicalità. Ma perché le scelte radicali fanno tanta paura? Io credo che la cosa più naturale per l’uomo sia buttarsi anima e cuore in quello in cui crede».
Radicale è, soprattutto, la scelta della condivisione, forse il valore dei valori all’interno di questa comunità, dove neanche i figli sono solo figli propri. «Un papà di Nomadelfia un giorno ha detto: “Quando tu condividi le cose con gli altri, queste bastano per tutti. Quando le tieni per te non bastano per nessuno”. La condivisione moltiplica il bene».
Moltiplica il bene, ma moltiplica soprattutto il benessere. Tanto che a Nomadelfia il “welfare” si può dire che non esista. O meglio, che esista dappertutto, perché generato dalla comunità stessa. «Non è semplice vivere in comunità, altrimenti saremmo migliaia e non poche centinaia. Ma io credo che davvero questa sia una delle possibili soluzioni ai mali del nostro tempo», afferma Paolo.
«Pensiamo ai ragazzi: credo che ciò che più manchi loro sia una rete che li faccia sentire al loro posto, amati, supportati, degni di una vita piena, perfino utili. Questo problema a Nomadelfia non esiste, perché ciascuno è un pezzo fondamentale della comunità, ma al tempo stesso è in contatto con l’esterno. I nostri figli, insomma, sono adolescenti normali: sognano la PlayStation, hanno lo smartphone, vanno a giocare nelle squadre sportive delle città. Non sono immuni dalle attrazioni pericolose, ma più che divieti cerchiamo di valorizzare il bene che vivono. Su alcuni temi però li formiamo fortemente: utilizzo di sostanze e affettività sono temi su cui ci confrontiamo molto. Certo, a volte si sentono diversi, ma poi si rendono conto di avere opportunità uniche e di vivere un’uguaglianza reale. Anche chi devia e prende un’altra strada, spesso poi torna, perché si ricorda della bellezza vissuta», spiega Paolo.
I bambini e gli anziani
Ma c’è una vera e propria «cartina tornasole, che ci fa capire che, al di là delle nostre fragilità, la via che stiamo percorrendo è giusta: gli anziani e i bambini qui sono semplicemente felici. Un anziano a Nomadelfia non è mai solo, ha intorno un popolo che lo ama. Un bambino qui non è mai orfano. Ciascuno ha il proprio ruolo, la propria ricchezza, la propria famiglia. Emarginando gli anziani dalla nostra società, ci stiamo privando di un’esperienza profondissima, che qui a Nomadelfia viviamo continuamente, avendoli accanto in tutto quello che facciamo. Nell’orto familiare, è sempre l’anziano che insegna al bambino come scacchiare il pomodoro. Come potrebbe farlo, se vivesse in una casa di riposo?»

Se per i bambini e gli anziani la vita comunitaria è una ricchezza, questa è di grande aiuto anche per i genitori: «Io sono cambiato molto tra il primo figlio e l’ultimo, proprio imparando dalle diverse persone che vivevano con me e che, ciascuna a suo modo, partecipava all’educazione dei miei figli. E questo è vitale soprattutto per i nuclei fragili: ci è capitato di accogliere nuclei mamma-figli con gravi difficoltà: nel gruppo familiare, le carenze della mamma vengono compensate dalla comunità, evitando così che mamma e figli si debbano allontanare».
Nomadelfia può vivere anche in città – abbiamo una comunità anche a Roma – ma penso che l’uomo non possa fare a meno del rapporto con la terra. La natura ti riporta a essere quello che sei, ti insegna che devi essere seme per dare frutto
Natura, lavoro e tempo
E poi c’è la natura, quella a cui oggi tornano i cosiddetti “neorurali”, o che riscoprono tanti che lasciano le città in cerca di contesti diversi. «Nomadelfia può vivere anche in città – abbiamo una comunità anche a Roma – ma penso che l’uomo non possa fare a meno del rapporto con la terra. La natura ti riporta a essere quello che sei, ti fa vedere il ciclo della vita, ti insegna che devi essere seme per dare frutto. Ti insegna la concretezza, il rallentare. A Nomadelfia, la vendemmia o la raccolta delle olive, che facciamo tutti insieme, mi stancano ma mi rendono sereno. Dormo meglio, mi rendo conto di quanto tutto questo sia importante. Vivere senza natura è alienante», afferma Paolo.
Se vissuta come scelta di fede è ricchezza, in ottica solo umana è privazione
Nomadelfia, in conclusione, si propone come proposta di una vita diversa, legata ai valori della natura, della sobrietà della condivisione. «Tanti si avvicinano e rimangono affascinati, ma poi dicono: “Non ce la farei”. Ammetto che non è facile andare contro i propri egoismi non è facile, mettere da parte un io per un noi. Qui ti viene chiesto tutto: tempo, obbedienza come scelta, condivisione totale. Sono i valori che rendono possibile tutto questo. Se vissuta come scelta di fede è ricchezza, in ottica solo umana è privazione». Ma questo, forse, è vero per ogni scelta diversa e “radicale”.
Nella serie dedicata alle “famiglie nei boschi”, leggi anche:
– Francesco Gesualdi: «Il neoruralismo è una scelta sostenibile solo se significa “I care”»
Tutte le foto sono tratte dal sito di Nomadelfia
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