Cop 30

Non c’è azione climatica senza giustizia di genere

Lo spiega Martina Rogato, esperta di diritti umani, tematiche di genere e sostenibilità, dalla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che chiude oggi a Belém, in Brasile

di Cristina Barbetta

«Alla conferenza globale sul clima emerge con forza una verità ormai innegabile: la crisi climatica ha impatti profondamente differenziati per genere. Donne, ragazze e persone Lgbtqia + subiscono in maniera sproporzionata gli effetti di eventi estremi, crisi alimentari, stress idrici, displacement e violenze collegate ai conflitti ambientali. Nonostante ciò, la loro voce continua a essere marginalizzata nei processi decisionali. Human Rights International Corner-Hric evidenzia che senza un rafforzamento deciso della dimensione di genere nelle politiche climatiche, questa Cop rischia un grave arretramento in termini di giustizia climatica». Ce ne ha parlato Martina Rogato, attivista, esperta di sostenibilità , tematiche di genere e diritti umani, che segue i lavori della Cop30, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si tiene a Belém, in Brasile, e ora alla sua fase finale. Alla conferenza è presente come presidente e cofondatrice di Human rights international corner-Hric, Nel 2023 è stata nominata co-presidente del Women7, la coalizione ufficiale del G7 sulle pari opportunità, per la presidenza italiana del G7 2024.

Martina Rogato

Come è arrivata a prendere parte al Cop30? 

Grazie a Human Rights International Corner-Hric, organizzazione di cui  sono presidente,  che si occupa di imprese, diritti umani e giustizia sociale e climatica, da tre anni seguo i negoziati di Cop. E sempre grazie a Hric siedo in alcune coalizioni internazionali tra cui la coalizione ufficiale del G7 sulle pari opportunità, che si chiama Women 7, che è la coalizione di organizzazioni non profit che fanno proposte ai leader del G7 sulle pari opportunità. Grazie a Human Rights International Corner siamo parte anche di una constituency ufficiale di Cop, un’alleanza di Ong che raccoglie tutte le organizzazioni che si occupano di questioni di genere e diversity.  Quest’alleanza si chiama “Women and gender constituency” e ha il compito di osservare che cosa succede a Cop per quanto riguarda i diritti umani e soprattutto la prospettiva di genere e anche per fare lobbying e advocacy alle parti di Cop, per avere sempre una lente di lettura di genere presente in concreto nei negoziati. Grazie a questo attivismo sono arrivata a Cop.

Che cosa chiedete alla Cop? 

Di avere un approccio di genere mainstream. È importante che la questione di genere non sia un riferimento negli accordi ma che sia un approccio, un metodo mainstream. Dobbiamo ridisegnare le soluzioni con questa prospettiva. E per averla le donne devono essere in prima linea.
È una questione essenziale: le giovani donne, le ragazze sono le più colpite dagli effetti del cambiamento climatico. Lo dicono le statistiche, lo dicono le organizzazioni internazionali. Non è una questione biologica ma è perché abbiamo meno diritti, e siamo per questo più colpite dagli effetti della crisi climatica.  Chiediamo che i diritti umani siano al centro della transizione. 
Non possiamo parlare di contrasto al cambiamento climatico se non inseriamo una prospettiva sui diritti umani e sulle questioni di genere in ottica intersezionale. Non possiamo parlare di contrastare le emissioni, preparare le città agli eventi catastrofici estremi, con l’adattamento, se non inseriamo in queste soluzioni un’ottica sui diritti umani. Qualsiasi soluzione climatica deve domandarsi: “Ma io se adotto questa soluzione, che cosa faccio, come impatto sui diritti delle persone?” E prima di prendere ogni decisione è fondamentale quindi adottare questa prospettiva basata sull’impatto. Quindi per noi è fondamentale che questo approccio sui diritti umani, sull’impatto delle decisioni sia mainstream. E per fare ciò deve esserci una partecipazione vera dei portatori di interesse, un ascolto reale della società civile. Le popolazioni indigene devono essere protagoniste perché sono i protettori della foresta con il loro sapere ancestrale e tanti tra loro sono vittime del cambiamento climatico in modo particolare. Quindi chiediamo sempre una lente sui diritti umani. Chiediamo anche che la voce delle persone, delle comunità native e indigene, sia protagonista.

Può fare un esempio?

Nel caso di grandi eventi climatici estremi, come tsunami o inondazioni, nei Paesi in cui le donne non possono fare sport, perchè è vietato, le donne non possono esercitare il loro diritto allo sport e avranno verosimilmente meno possibilità di sopravvivenza perché non sanno nuotare, non hanno il fisico allenato per muoversi in acqua, quindi non avere gli stessi diritti fa sì che gli effetti della crisi climatica siano più impattanti. Oppure pensiamo a quello che è successo un anno e mezzo fa nel sud del Brasile. C’è stata una grande alluvione e molte donne, vittime dell’inondazione, hanno perso la casa e sono state accolte in strutture apposite per sfollate e sfollati. Ci sono stati dei casi numericamente importanti di molestie relative al genere e violenze sulle donne, quindi dopo sono state create delle strutture ad hoc per le donne e le ragazze. Quando non siamo considerate come persone, ma come cose, c’è una sessualizzazione delle donne, non siamo rispettate nei nostri diritti. Dobbiamo disegnare delle soluzioni di prevenzione ma anche di risposta, che abbiano una lente sul genere, una lente sulle donne, sulle persone fragili, senza istruzione ecc.. 

Martina Rogato a Cop30

Come stanno andando le negoziazioni sulla gender equality? 

C’è una nuova bozza dell’Action plan sul genere, ma ci sono posizioni diverse tra Paesi più conservatori e Paesi con una visione più ampia. C’è la questione del gender mainstreaming: vogliamo che ci sia un approccio di genere intersezionale, però si deve raggiungere un accordo tra le parti. La questione è: scriviamo dati disaggregati di genere o dati disaggregati per sesso? C’è un tema riguardo ai diritti relativi all’identità di genere. Non è un tema di uomini/donne, è un tema di non binarismo o binarismo: parliamo solo di uomini e donne o parliamo di persone nelle loro diversità? Per esempio ci sono contestazioni sul riconoscere le persone trans; c’è chi non riconosce altro che il binarismo, quindi i Paesi più conservatori. La  discussione è su questo. Ovviamente la società civile spinge per un linguaggio che parli delle donne, ma che vada oltre al concetto di donne, includendo quindi tutte le persone a prescindere dall’orientamento sessuale-affettivo e dall’identità. Quindi si chiede un testo che accolga tutti, che non abbia solo una logica binaria uomini/donne. È qui quindi che si scontrano i Paesi. Ci si scontra sul linguaggio. I Paesi conservatori intervengono sulle virgole, quelli più progressisti, anche. Però il linguaggio fa la differenza. Ovviamente molti dicono: non facciamo un passo indietro rispetto a quanto è stato deciso negli ultimi anni. 

Quali sono gli obiettivi dell’Ue? 

L’Ue ha prospettive molto ambiziose. Wopke Hoekstra, Commissario europeo per l’azione per il clima ha sottolineato i recenti passi formalizzati dall’Ue: i Contributi determinati a livello nazionale (Nationally determined contributions),  con l’obiettivo di riduzione delle emissioni tra il 66,25% e il 72,5% al 2035; l’aggiornamento della Legge clima, con obiettivo al 2040 e relativa riduzione al 90% (con flessibilità del 5% attraverso l’utilizzo di crediti di carbonio internazionali di alta qualità). Dopo avere velocemente rimarcato la necessità di un Piano d’azione per la giusta transizione, il commissario si è soffermato sul Carbon border adjustment mechanism-Cbam, cioè il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere,  chiedendo di non cadere «nella trappola di dire che questa sarebbe una misura commerciale unilaterale» (…) «è parte del nostro toolkit per il clima, per assicurarci fondamentalmente che le emissioni non fuoriescano dall’Unione europea».

C’è il tentativo alla Cop30 di eliminare o diluire la prospettiva di genere. Che cosa si rischia? 

La Cop di Belém dovrebbe rappresentare un passo in avanti verso una transizione giusta e inclusiva. Invece, assistiamo a un tentativo di diluire o eliminare la prospettiva di genere proprio quando la crisi climatica ne rende più urgente la centralità. Hric chiede con forza che gli Stati dimostrino coraggio politico e mantengano gli impegni presi: non c’è azione climatica efficace senza giustizia di genere. In questa Cop stiamo assistendo a un tentativo chiaro di cancellare il genere dal linguaggio climatico. È inaccettabile. Le donne, le ragazze e le persone Lgbtqia+ sono tra le più colpite dalla crisi climatica e allo stesso tempo tra le principali costruttrici di resilienza nelle comunità. Indebolire il Gender action plan significa indebolire la capacità stessa della Cop di produrre soluzioni efficaci e giuste. Chiediamo agli Stati di avere il coraggio politico di proteggere il linguaggio di genere, approvare un Gender action plan ambizioso e riconoscere finalmente che non esiste azione climatica senza giustizia di genere.

Le foto sono di Martina Rogato

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