L'allarme dell'Onu
Non c’è più acqua: «Si combatteranno guerre per l’oro blu»
Il nuovo rapporto dell’Università delle Nazioni Unite dichiara la «bancarotta idrica» del pianeta: consumiamo più di quanto la natura rigeneri. Con il 70% delle falde in declino e 2,2 miliardi di persone senza acqua potabile, la crisi diventa strutturale, con effetti su agricoltura, partita di genere e geopolitica. Anna Crescenti, esperta Wash di WeWorld: «Le più colpite sono le donne, garantire l'accesso all'acqua è veicolo di emancipazione»
Non più una crisi, ma un esaurimento strutturale delle risorse: il pianeta è entrato in «bancarotta idrica». Il consumo dell’acqua, cioè, ha superato la capacità dei sistemi naturali di rigenerarla in tempi compatibili a sostenere quello stesso utilizzo. A lanciare l’allarme è stata l’Università dell’acqua, dell’ambiente e della salute delle Nazioni Unite nel suo ultimo rapporto annuale. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno, ma dell’esito naturale intuito già da tempo da addetti ai lavori e da chi ogni giorno si confronta con le difficoltà di accesso all’acqua di determinate aree del mondo. «Sono anni che organizzazioni umanitarie come la nostra notano un progressivo peggioramento nell’accesso all’acqua, sia in termini di esaurimento delle risorse nel sottosuolo, sia in termini di scarsità di acqua piovana da riusare», commenta con VITA Anna Crescenti, esperta Wash (acronimo che sta per water, sanitation and hygiene) di WeWorld.
A livello scientifico, la «bancarotta» idrica si fonda su tre concetti. L’insolvenza, cioè l’estrazione di acqua supera le capacità di rinnovo delle risorse. Poi l’irreversibilità, cioè il fatto che in alcuni casi i danni subiti dagli ecosistemi idrici sono così gravi da essere permanenti, quindi non più risolvibili. Infine, il superamento dei limiti naturali, che si verifica quando ci si aspetta dalle risorse idriche una capacità superiore a quella realmente disponibile. «Molte regioni stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità idrologiche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta», ha sottolineato il direttore dell’Università dell’Onu.
In particolare, spiega il rapporto, quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in Paesi insicuri dal punto di vista idrico. Circa 2,2 miliardi di persone non hanno un accesso sicuro all’acqua potabile, mentre 3,5 miliardi non ha accesso sicuro a servizi igienico-sanitari. Inoltre, circa metà della popolazione del pianeta affronta una situazione di grave scarsità idrica per almeno 30 giorni l’anno. Da un punto di vista ambientale, invece, il 70% delle falde acquifere mondiali versa in una condizione di declino, il livello del 50% dei grandi laghi si è abbassato dal 1990 a oggi, mentre nell’ultimo mezzo secolo si sono persi oltre 400 milioni di ettari di zone umide nel mondo, una superficie grande quanto l’Unione europea. «La gestione della bancarotta richiede onestà, coraggio e volontà politica. Non possiamo ricostruire ghiacciai scomparsi o rigonfiare falde compattate, ma possiamo prevenire ulteriori perdite di questo capitale naturale rimanente e ripensare le istituzioni per adattarci ai nuovi limiti idrologici», ha detto Madani.
Gli effetti di un progressivo peggioramento di questa condizione, determinata non solo dal cambiamento climatico ma anche dallo sfruttamento eccessivo delle risorse e dallo spreco, sono già ravvisabili. «Lo si nota molto nei contesti con una severa scarsità idrica, dove negli ultimi decenni c’è stata un’importante trasformazione del paesaggio e degli ecosistemi», spiega Crescenti. «Siria, Libano, Palestina, Kenya, giusto per fare degli esempi: meno acqua vuol dire un’agricoltura meno produttiva e quindi meno sicurezza alimentare». Così, tra l’altro, si entra in un circolo vizioso: «Se aumenta la desertificazione, aumenta anche la salinità del suolo, rendendo più difficili le azioni di recupero».
Il passaggio da crisi idrica a problema strutturale impone un ripensamento delle politiche a livello globale. In questo, gli interventi studiati e realizzati nei Paesi già colpiti da emergenza possono fungere da linee guida. «Nei contesti emergenziali non ci limitiamo a riabilitare sistemi di approvvigionamento danneggiati o in disuso, ma cerchiamo di lavorare soprattutto sul contenimento degli sprechi, coinvolgendo le comunità in progetti che facciano comprendere l’importanza della tutela di questa risorsa. Tra l’altro, aggiunge, non bisogna pensare che il problema dello spreco sia solo dei Paesi del Sud del mondo. «In Italia, per esempio, gli impianti idrici disperdono quasi la metà della loro capacità a causa di infrastrutture scadenti». WeWorld realizza anche progetti di sviluppo. «Rispetto agli interventi umanitari, in questi contesti c’è più tempo. Lavoriamo sulle non conventional water, cioè l’acqua che non proviene dalle classiche fonti, per esempio le acque reflue. Dopo adeguato trattamento, possono essere riutilizzate per esempio nell’agricoltura. Oppure implementiamo sistemi di irrigazione a goccia o tramite tubi che passano sottoterra, evitando in questo caso l’evapotraspirazione», illustra Crescenti.
L’accesso all’acqua non ha solo ricadute alimentari e produttive, ma anche sociali. In tantissimi Paesi del mondo sono le donne e le bambine a occuparsi sia dell’approvvigionamento, coprendo a piedi lunghe distanze e spesso in condizione di pericolosità, sia della gestione a livello domestico. «In contesti come Kenya, Burundi o Afghanistan una donna può essere impegnata nella raccolta di acqua anche per quattro o cinque ore al giorno. Portare l’acqua direttamente all’interno delle loro comunità o avvicinare le fonti da cui la prendono ha un impatto sulla loro possibilità di emancipazione, perché guadagnano tempo da dedicare a se stesse e allo sviluppo di piccole attività economiche. Per questo se l’acqua scarseggia sono le prime a subirne gli effetti», sottolinea Crescenti. «Inoltre, la presenza di acqua potabile nelle scuole è uno dei principali elementi che favoriscono la presenza dei minori: nelle scuole dove non c’è, si registra una calo che arriva fino al 20%, in gran parte bambine».
Ma la bancarotta idrica potrebbe ridisegnare anche la geopolitica. «L’accesso a risorse idriche fa da sfondo già a molte guerre e senza gli adeguati interventi in futuro non potrà che essere sempre di più così», avvisa l’esperta. «Dalle guerre per l’oro nero si passerà a quelle per l’oro blu».
In apertura: Jeff Ackley via Unsplash
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