Comunità educanti
Non lasciamo che a parlare ai giovani di dipendenze siano solo i servizi specialistici
«Dipendenze e azzardo spesso non sono affrontate in modo organico o sono delegate ad associazioni specialistiche sul tema. C’è necessità di un approccio che vada oltre l’intervento dell’associazione specializzata: un approccio complessivo, che prenda in considerazione gli attori educativi», afferma Walter Nanni, sociologo Caritas italiana. Con questa convinzione la Conferenza episcopale italiana, assieme a Caritas, Federazione italiana comunità terapeutiche e Coordinamento nazionale comunità accoglienti avvia un lavoro di ascolto dei territori che toccherà tutte le regioni italiane. I progetti arriveranno in seguito, prima c'è bisogno di ascolto. Si parte a febbraio 2026
Un percorso di ascolto che abbraccerà tutta l’Italia. È il progetto promosso dalla Conferenza episcopale italiana – Cei assieme alla Caritas italiana, alla Federazione italiana comunità terapeutiche – Fict e al Coordinamento nazionale comunità accoglienti – Cnca. Prevede la realizzazione di 15-20 laboratori territoriali, in diverse città italiane, a cui parteciperanno studenti, famiglie, insegnanti, educatori e referenti diocesani. I risultati daranno vita a nuove strategie da attuare nel nostro Paese, verranno sintetizzati in un report nazionale e presentati il prossimo anno, a dicembre, in un evento promosso dalla Cei.
L’aggregazione della società civile
«Da febbraio 2026 avvieremo dei laboratori partecipativi che hanno l’obiettivo di aggregare la società civile, soprattutto la comunità ecclesiale, intorno al problema delle dipendenze giovanili, sia in riferimento a quelle cosiddette tradizionali, da sostanze, sia a quelle non da sostanze», dice Walter Nanni, sociologo della Caritas italiana. «L’obiettivo è capire, nel territorio, quali sono la percezione, la posizione e l’atteggiamento della comunità educante. Non è una ricerca, non è un’indagine, non è un progetto di impegno di attività: si tratta di riunire in modo assembleare giovani e adulti (insegnanti, educatori, referenti diocesani) in riferimento ai problemi legati alle dipendenze giovanili».
Un report finale
«Con una metodologia partecipativa cercheremo di ascoltare i territori, per sviluppare un dibattito su questi temi, mettendo a confronto quello che pensano i giovani con quello che pensano gli adulti. Alla fine di un percorso, che durerà sei mesi fino a luglio 2026, elaboreremo una sintesi sia di tipo locale, sia su base nazionale», prosegue Nanni. Infatti, dai risultati verrà tratto un report complessivo sulla percezione della comunità educante del fenomeno, i cui contenuti verranno presentati durante un convegno nazionale che la Cei intende organizzare per dicembre 2026, su iniziativa del presidente, il cardinale Matteo Maria Zuppi.
Con una metodologia partecipativa cercheremo di ascoltare i territori, per sviluppare un dibattito su questi temi, mettendo a confronto quello che pensano i giovani con quello che pensano gli adulti
Walter Nanni, sociologo Caritas italiana
Lo sviluppo di proposte progettuali
«Terminato il progetto, la Cei potrebbe sviluppare delle proposte progettuali, delle iniziative da promuovere nei territori, se necessario da sostenere economicamente, per un problema che è un po’ delegato ai servizi del settore pubblico oppure prevede la presa in carico in situazioni che hanno, ad esempio, a che fare con la povertà. Così rimane fuori tutta una fetta di giovani che non sono necessariamente poveri o che non sono in grado di andare presso servizi privati che hanno a che fare con il trattamento delle dipendenze», continua Nanni.
«Approfondiremo le dipendenze da sostanze illegali (cannabis, psicofarmaci, stimolanti, cocaina, oppiacei e altro) o misteriose. Secondo uno studio del Dipartimento politiche antidroga, con interviste a campione, il 30% dei ragazzi sostiene che, nell’ultimo anno, ha assunto qualche sostanza di cui non conosceva le proprietà. Poi tratteremo un secondo gruppo di dipendenze, formato da alcol, tabacco e sigarette elettroniche, ma i dati più preoccupanti derivano da un terzo tipo di dipendenze, quelle comportamentali, che spesso hanno a che fare con la tecnologia. Parliamo dell’azzardo, delle scommesse calcistiche, del gaming, del ritiro sociale, della social media addiction della food addiction», prosegue. Secondo i dati del Consiglio nazionale delle ricerche – Cnr, il 53% dei 15-19enni manifesta forme di dipendenza dal gioco d’azzardo.
Il bisogno di un approccio organico
«Nei laboratori vogliamo vedere quanto queste tre forme di dipendenze sono diffuse, accettate, preoccupanti. Vogliamo capire l’atteggiamento valutativo e partire da alcuni quesiti, che cercheremo di far emergere nel percorso: “Quanto sono percepiti i rischi? Chi sono i soggetti più esposti? Cosa si fa nelle comunità per venire incontro a questi problemi? Sono consapevoli gli educatori, i volontari, gli animatori delle associazioni dell’esistenza di alcune situazioni di dipendenza o vengono minimizzate?”», continua Nanni.
C’è molto bisogno di iniziative del genere nei territori «perché, se ci concentriamo sull’animazione giovanile complessiva, c’è tanta offerta, ad esempio nel sostegno scolastico e nelle prese in carico di ragazzi in situazioni di povertà. Ma ci sono settori di fenomeni sociali, come quello delle dipendenze e dell’azzardo in particolare, che risultano sottostimati in molte realtà locali, dal punto di vista della presa in carico. Spesso si tratta di situazioni che non sono affrontate in modo organico o sono delegate ad associazioni specialistiche sul tema. C’è necessità di un approccio che vada oltre l’intervento dell’associazione specializzata, che abbia un approccio complessivo, che prenda in considerazione gli attori educativi».
Sull’animazione giovanile c’è tanta offerta, ad esempio nel sostegno scolastico e nelle prese in carico di ragazzi in situazioni di povertà. Ma ci sono settori come quello delle dipendenze e dell’azzardo che risultano sottostimati in molte realtà locali, dal punto di vista della presa in carico
Walter Nanni, sociologo Caritas italiana
Circa 500 persone coinvolte
Ogni laboratorio, della durata di circa tre ore, coinvolgerà circa 30 persone, «con l’obiettivo di metterle in dialogo tra di loro. Ma riserveremo anche dei momenti all’ascolto separato delle diverse categorie. Cercheremo di confrontare quello che dicono i giovani con quello che dicono i genitori e, ancora, con le risposte degli attori del sistema formale dell’educazione». I partecipanti saranno circa 500, coinvolgeremo varie città d’Italia, stiamo definendo il calendario, ad esempio si svolgeranno a Roma, Milano e Molfetta».

La necessità di un modello diverso di intervento
«L’idea di questi laboratori territoriali animati, in via sperimentale, è quella di provare a coinvolgere insieme chi si occupa dei giovani e i giovani stessi, per analizzare la situazione all’interno della specificità del territorio e provare ad immaginare percorsi precisi», dice Luciano Squillaci, presidente Fict. «Verranno animati dai centri Caritas, da quelli della Fict e dai centri del Cnca e saranno orizzontali, di condivisione. Provare a mettere insieme gli uffici delle diverse pastorali e i vari movimenti che offrono luoghi aggregativi, e che hanno sul territorio un importante punto di osservazione, è una responsabilità», continua Squillaci.
«Costruire questo progetto vuol dire ragionare, per analizzare la questione e costruire percorsi alternativi. Va costruito un modello diverso di intervento nei giovani, riguardo alla questione delle dipendenze. L’idea è quella di mettersi insieme, con coraggio, davanti ad un modello educativo che non funziona più e rinnovarlo. I dati ce lo dicono, c’è una situazione di disagio e di devianza».
Va costruito un modello diverso di intervento nei giovani, riguardo alla questione delle dipendenze. L’idea è quella di mettersi insieme, con coraggio, davanti ad un modello educativo che non funziona più e rinnovarlo
Luciano Squillaci, presidente Fict
Tra i 15 e i 19 anni, più di uno su due gioca d’azzardo
Punto di partenza dei laboratori saranno i dati della Relazione annuale sulle tossicodipendenze in Italia. Nel 2024, il 21 per cento dei giovani tra i 15 e i 19 anni ha fatto uso di cannabis e l’11 per cento di psicofarmaci senza ricetta. Il 30 per cento dei ragazzi ha consumato alcol eccessivamente e il 40 per cento ha fumato sigarette elettroniche. Mentre il 57 per cento ha giocato d’azzardo e il 28,8 per cento dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni è caduto nella dipendenza da cibo ad alto contenuto calorico.
Le difficoltà nell’intercettare i ragazzi
«La diffusione enorme di sostanze, e anche le dipendenze senza sostanze, interrogano soprattutto per il fatto che, a fronte di una così grande diffusione, non riusciamo ad intercettare i ragazzi. Non solo i servizi, ma anche le parrocchie, i movimenti giovanili non riescono più a parlare e a confrontarsi con i ragazzi. Ciò vuol dire che c’è qualcosa che non funziona», prosegue Squillaci. «Questi laboratori servono per modificare e costruire percorsi dove i ragazzi possano sentirsi realmente coinvolti».
Penso che le comunità territoriali abbiano delle risorse, alcune già in atto, e diano vita a progetti che si possono replicare su altri territori perché creano contesti nei quali le persone si sentono accolte
Alessia Pesci, esecutivo nazionale Cnca
Nel progetto verrà costruito un format «che verrà adattato in base alle specificità del territorio. Servirà da fil rouge per mettere a confronto i diversi pezzi dell’associazionismo, di chi si occupa dei giovani nella Chiesa e gli stessi ragazzi che fanno parte dei movimenti. Attraverso delle attività si ragionerà sul tema dei giovani e delle dipendenze, poi eventualmente si sperimenteranno delle azioni, sia a livello di prevenzione sia di emersione del sommerso».
Capire quali sono i “nodi” del binomio giovani-dipendenze
«L’idea del progetto è capire la situazione e quali sono i “nodi” del binomio giovani e dipendenze», dice Alessia Pesci, esecutivo nazionale Cnca. «Vogliamo chiedere direttamente alle persone coinvolte che immaginari hanno rispetto ai nuclei problematici. Penso che le comunità territoriali abbiano delle risorse, alcune già in atto, e diano vita a progetti che si possono replicare su altri territori perché creano contesti nei quali le persone si sentono accolte, di conseguenza possono permettersi di sbagliare senza essere giudicate e fare un percorso di crescita, con un contesto in grado di gestire delle situazioni», prosegue Pesci. «Vogliamo ridare il potere alle persone di dire quello che si può fare e che ci si può immaginare. È importante fare questo progetto nei territori per la natura delle organizzazioni coinvolte, che sono di carattere nazionale, ma molto radicate nelle varie realtà locali».
Foto di Amir Hosseini su Unsplash
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