L’analisi

Non profit: tutti i buchi nella formazione e nella comunicazione

Quasi una istituzione non profit su due investe nella formazione dei dipendenti, ma soltanto il 17% lo fa anche per i volontari. Molti i percorsi tecnico-operativi, ancora troppo bassa la formazione sulle competenze relazionali che invece sono cruciali. Una sorpresa: la formazione sul fundraising è rivolta ai volontari più che ai dipendenti. E il bilancio sociale? Lo fa solo il 10% delle organizzazioni. È quanto emerge dagli ultimi dati del Censimento non profit 2021 diffusi da Istat, quelli relativi alle attività di formazione e comunicazione

di Sara De Carli

una donna fa formazione alla lavagna

Istat ha pubblicato da qualche giorno gli ultimi dati relativi al Censimento non profit 2021. La nuova analisi si è concentrata sugli investimenti delle istituzioni non profit nei percorsi formativi volti a migliorare le competenze del proprio capitale umano e sulle forme di comunicazione adottate per arrivare a donatori, stakeholder, cittadini.

Quasi la metà delle istituzioni non profit oggetto della ricerca (44,8%) investe nella formazione dei propri dipendenti, mentre la percentuale scende al 17,1% quando i percorsi formativi si rivolgono ai volontari. Istruzione, sanità, assistenza sociale e protezione civile, oltre all’aggiornamento delle competenze tecnico-operative, sono i contenuti più sviluppati nei percorsi formativi, mentre resta ancora poco esplorato lo sviluppo delle competenze relazionali di dipendenti e volontari (circa una istituzione su 5 tra quelle interpellate). Che cosa ci dicono i nuovi numeri diffusi dall’Istat? Lo abbiamo chiesto a Stefania Della Queva e Manuela Nicosia, ricercatrici del gruppo di lavoro dell’Istat che si occupa del Censimento.

Istat ha indagato le attività di formazione realizzate dalle istituzioni non profit – Inp per i dipendenti e i volontari: quali sono le principali evidenze che emergono, distinguendo per i due gruppi?

Per la prima volta, il Censimento ha rilevato importanti informazioni sulle strategie messe in atto dalle istituzioni per la valorizzazione del capitale umano, tra cui un ruolo rilevante è rivestito dall’aggiornamento delle competenze interne. La rilevazione campionaria ha stimato che 23.788 istituzioni non profit (pari al 44,8% di quelle con dipendenti) nel 2021 hanno investito nella formazione dei propri dipendenti. Le attività formative assumono maggiore rilevanza nelle istituzioni di medie e grandi dimensioni, se si considera che tra le istituzioni non profit con 20-49 dipendenti la quota interessa il 66,7% e raggiunge 7 istituzioni su 10 per quelle con 50 dipendenti e più (70,3%). L’investimento in formazione dei volontari riguarda invece 44.007 istituzioni non profit che, seppure costituiscano il 17,1% del totale, presentano una forte variabilità interna in relazione alle loro dimensioni organizzative. Anche in questo caso, sono soprattutto le organizzazioni di grandi dimensioni, che rappresentano un terzo del totale, a mostrare una maggiore propensione all’investimento in formazione.

In che settore operano prevalentemente le Inp che investono sulle nuove competenze? E quali sono gli aspetti su cui si concentra maggiormente la formazione, dal punto di vista dei contenuti?

Se guardiamo al settore dove operano le istituzioni non profit che hanno formato dipendenti e volontari, spiccano quelle attive negli ambiti fortemente professionalizzati, come istruzione, sanità e assistenza sociale e protezione civile, dove la formazione interessa più della metà delle istituzioni con dipendenti. È interessante notare come, insieme alle Inp che operano nei settori del welfare, spiccano per l’investimento nella formazione dei volontari anche quelle attive nella tutela dei diritti e attività politica (23,6%). Un altro aspetto che accomuna la formazione di dipendenti e volontari è il suo contenuto, che risulta strettamente legato al settore in cui operano le istituzioni non profit. Tra le tematiche oggetto delle attività formative, la più rilevante risulta l’aggiornamento delle competenze tecnico-operative, che interessa in entrambi casi più di due terzi delle istituzioni.

Le istituzioni non profit che hanno formato i dipendenti e quelle che hanno formato i volontari per settore di attività prevalente.

Ci sono aree di formazione evidentemente “scoperte”?

Sia nella formazione dei dipendenti sia in quella dei volontari, gli ambiti tematici diversi dalla formazione operativa interessano quasi sempre meno del 20% delle istituzioni non profit. Lo sviluppo di competenze relazionali è un obiettivo per il 21% delle Inp che investono nella formazione dei dipendenti e per il 18,6% di quelle che investono nella formazione dei volontari. Importanti aree formative come la gestione economico-finanziaria o quella delle risorse umane, insieme ad altre come la comunicazione esterna e pubbliche relazioni, riguardano infatti quote ancora molto contenute di istituzioni. Mettendo a confronto i destinatari della formazione, emerge un maggior investimento per i dipendenti in aree come la progettazione, la gestione, la rendicontazione, il monitoraggio e la valutazione, così come per l’aggiornamento sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Un dato interessante è la quota di istituzioni non profit che investono nello sviluppo di competenze legate alle attività di raccolta fondi, che tende a interessare maggiormente il personale volontario rispetto a quello dipendente (il 10,5% delle Inp che investono in formazione per i volontari, il 6,3% per i dipendenti).

Quali sono le istituzioni che investono di più sulla formazione?

C’è evidentemente prima di tutto un tema di dimensioni. Tra quelle che hanno formato i dipendenti spiccano le cooperative sociali, dove le istituzioni non profit medio-grandi sono il 37,6% e le fondazioni, fra cui le grandi rappresentano il 35,2%. L’aspetto che emerge come più rilevante è la dimensione organizzativa: se la formazione sulle competenze relazionali interessa il 21% delle istituzioni non profit con dipendenti, raggiunge la quota del 35% per quelle con 50 dipendenti e più. Le grandi istituzioni con dipendenti che investono nella gestione delle risorse umane sono un terzo e quelle che hanno formato il proprio personale in progettazione, gestione, rendicontazione, monitoraggio e valutazione sono quasi 3 su 10. È importante rilevare anche l’investimento delle istituzioni non profit con 20 dipendenti e più in tematiche emergenti, come quella legata alle attività di co-programmazione e/o co-progettazione, che riguarda in questo caso il 24,3% delle unità (rispetto al 13,5% del totale). Infine, la formazione sulla valutazione d’impatto sociale vede raddoppiare la quota di istituzioni che hanno formato i dipendenti se si guarda a quelle di grandi dimensioni (dal 6,4% al 12%).

Istituzioni non profit che hanno formato i dipendenti e istituzioni non profit che hanno formato i volontari per aree di competenza.

Un altro ambito di indagine riguarda le iniziative prese dalle Inp per i lavoratori retribuiti? Quali sono qui le principali evidenze?

La rilevazione campionaria stima che le istituzioni non profit che nel triennio 2019-2021 hanno intrapreso iniziative a favore dei propri lavoratori retribuiti sono poco più di 50mila, pari al 13,9% del totale del settore. I dati delineano un settore in cui il welfare aziendale rappresenta un pilastro della governance etica. In primis, emerge la forte prevalenza di misure legate alla flessibilità oraria (61,9%), allo smart working (58,5%) e a forme di lavoro part-time (50,1%) che identificano la propensione del settore a valorizzare l’autonomia oraria come forma di protezione sociale.

Queste misure basate sul principio della conciliazione dei tempi casa/lavoro riconoscono la soggettività del lavoratore, andando oltre la semplice prestazione lavorativa per abbracciare le sue esigenze legate alla vita privata.

Le misure volte al sostegno della genitorialità, che includono sostegni economici integrativi (15,6%), flessibilità oraria per i genitori (9,9%), congedi parentali oltre quanto previsto dalla legge (9,5%), strutturazione di percorsi per il rientro dalla maternità (3,8%) e formazione sui diritti della genitorialità (0,7%) sono appannaggio in particolare delle cooperative sociali e delle fondazioni.

Tra le misure più strutturate risultano rilevanti la previdenza integrativa (15,6%) e i servizi di assistenza sanitaria (11,5%), mentre più residuali e messe in atto da un insieme ristretto di istituzioni non profit la presenza di politiche di diversity management e di inclusione sociale di soggetti in condizione di svantaggio oltre i requisiti di legge (3,2%), il servizio trasporti (e/o contributi) per favorire la mobilità (2,5%) così come le iniziative di informazione e formazione sulle pari opportunità (0,9%) e la realizzazione di uno sportello psicologico (0,7%).

Che cosa ci dicono questi numeri?

Pur avendo percentuali basse, tali misure identificano un segnale importante verso la costruzione di un welfare aziendale più strutturato, che va oltre la sola gestione degli orari per abbracciare il benessere dei propri lavoratori a tutto tondo, facendosi carico dell’inclusione sociale e della salute mentale. Considerando i settori in cui le istituzioni non profit operano, lo sportello psicologico risulta particolarmente rilevante come misura tra le istituzioni della sanità e dell’assistenza sociale (rispettivamente nell’8,2% e 8% dei casi) mentre le iniziative sulle pari opportunità sono appannaggio soprattutto delle istituzioni attive nei settori della filantropia e promozione del volontariato (11,4%) e della tutela dei diritti e attività politica (8,2%). Infine, rispetto alle iniziative intraprese per il benessere del personale, in particolar modo le cooperative sociali e le fondazioni si distinguono come i laboratori più avanzati, rendendo evidente come una struttura organizzativa più formalizzata sia intrinsecamente legata a un maggiore attivismo nell’implementare iniziative per il miglioramento della qualità della vita dei lavoratori retribuiti e delle comunità di appartenenza in generale.

Le istituzioni non profit che hanno realizzato attività di comunicazione per tipo di strumento utilizzato, anni 2021 e 2015.

Dal focus sulle attività di comunicazione realizzate, che cosa emerge? Quali sono gli strumenti più utilizzati e qual è l’andamento nel tempo?

La rilevazione collegata al Censimento permanente delle istituzioni non profit coglie anche il livello d’innovazione raggiunto dalle istituzioni non profit nell’adozione di diversi strumenti di comunicazione, che combinano forme comunicative tradizionali con strumenti tecnologicamente avanzati. Le istituzioni non profit che nel 2021 utilizzano almeno uno strumento di comunicazione sono poco più di 259mila, pari al 71,9% del totale (68,3% nel 2011, 73,7% nel 2015).

Lo strumento più utilizzato è ancora quello tradizionale, costituito da forme di messaggistica quali sms, telefono, posta elettronica, chat, adottato dal 75,4% delle istituzioni non profit (in lieve crescita rispetto al 2015, pari al 73,9%). Il 62,5% delle istituzioni non profit utilizza come strumento di comunicazione i social network (percentuale di 5,7 punti superiore rispetto al 2015) e il 51,9% un sito web (in calo di 5,7 punti rispetto al 2015). Meno diffuso il ricorso ai mass media (stampa, radio e televisione), adottati da un quinto delle realtà analizzate (21,9%) e il social publishing (12,3%).

La comunicazione è più finalizzata alla raccolta fondi o ad altri obiettivi?

L’obiettivo principale delle attività di comunicazione messe in atto dalle istituzioni non profit è costituito senza dubbio dalla promozione delle attività dell’organizzazione (96,2%). I dati rilevati stimano inoltre che poco più della metà delle Inp ha come obiettivo la diffusione dei risultati raggiunti (51,5%) e il 48,5% la sensibilizzazione su temi di interesse: quote queste ultime in lieve calo rispetto ai dati rilevati nella precedente edizione. Poco più di un terzo delle istituzioni del settore utilizza strumenti di comunicazione per richiedere pareri, opinioni e suggerimenti mentre per il 28% dei casi diventano un canale per il reclutamento dei volontari, che si rileva tuttavia in netto calo (-17 punti rispetto al 2015).

Nel 2021 inoltre una istituzione non profit su cinque utilizza strumenti di comunicazione per le proprie attività di raccolta fondi (19,5%, dato non rilevato nella precedente edizione), per le quali gli strumenti più utilizzati sono costituiti dalle modalità di messaggistica più tradizionali (adottate nel 68,5% dei casi) e dai social network (53,5%). Il 39% realizza attività di raccolta fondi attraverso il sito web e l’8,3% attraverso forme di social publishing.

Istituzioni non profit che hanno intrapreso iniziative per i propri lavoratori retribuiti e iniziative intraprese. Anno 2021.

Quanti enti hanno realizzato un bilancio sociale o una rendicontazione di impatto?

I dati rilevati nell’ambito dell’indagine campionaria stimano che nel 2021 le istituzioni non profit che hanno redatto un bilancio di missione o un bilancio sociale o di sostenibilità sono poco più di 38mila (pari al 20,1% delle istituzioni non profit che hanno realizzato un prodotto di comunicazione e al 10,7% del totale complessivo). L’analisi panel (quindi delle istituzioni coinvolte in entrambe le rilevazioni campionarie, 2015 e 2021) non evidenzia variazioni sostanziali, se non un lieve incremento nel 2021. Nello stesso anno, l’8,7% delle Inp ha redatto un rapporto di rendicontazione sulle attività di raccolta fondi realizzate.

Quali altri prodotti di comunicazione sono stati realizzati?

I più diffusi restano quelli di stampo più tradizionale, quali comunicati, brochure e informative (realizzati dal 76,6% delle istituzioni non profit), con una diffusione minore newsletter periodiche (25,6%), riviste e/o periodici (9,4%). L’8,8% delle istituzioni rilevate ha pubblicato nel 2021 una propria guida o una carta dei servizi e il 4,5% un codice etico o una carta dei valori; il 5,2% ha realizzato pubblicazioni scientifiche o rapporti di ricerca.

C’è un dato che vi ha sorpreso?

Rispetto alle aree di competenza in cui le istituzioni non profit investono per le attività formative del proprio personale, un dato che sembra ancora basso è la quota di quelle che investono nello sviluppo delle competenze relazionali di dipendenti e volontari (circa 1 su 5). Considerando le peculiarità proprie delle attività lavorative svolte, per le quali le soft skills dovrebbero essere un requisito essenziale, l’esigenza di formare il personale su tali competenze, fondamentali anche per affrontare nuove sfide, risulta ancora poco rilevante.

Questo probabilmente perché le istituzioni non profit sono più preoccupate di aggiornare le competenze (tecnico-operative) necessarie alla realizzazione delle attività istituzionali. Per quanto riguarda invece le iniziative intraprese per il benessere del personale, emerge come elemento interessante l’attenzione per il supporto alla genitorialità. Mentre infatti le garanzie relative alla flessibilità in generale sono ormai molto diffuse, quasi scontate, rivestono un ruolo significativo le politiche dell’organizzazione volte sia a una maggiore flessibilità e congedi, sia a un maggiore livello di formazione/informazione.

I prospetti e i grafici inseriti nel testo sono stati forniti dal gruppo di lavoro del Censimento permanente delle istituzioni non profit. La fotografia in apertura è di Centre for Ageing Better su Unsplash

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