Giochi olimpici invernali
Olimpiadi, Milano ha dimostrato di saper essere “grande”. Ora impari a essere “condivisa”
Milano-Cortina 2026 ha mostrato una città capace, moderna, ambiziosa. Una città che sa stare sul palcoscenico internazionale. Non è poco. Anzi, è moltissimo. Ma proprio perché Milano ha dimostrato di saper fare grandi cose, è doveroso chiederle di fare anche la cosa più difficile: condividere il valore che ha creato
Milano ha fatto una cosa straordinaria. Ha ospitato i Giochi Olimpici con una qualità organizzativa che il mondo ha riconosciuto. Ha mostrato una città capace, moderna, ambiziosa. Una città che sa stare sul palcoscenico internazionale con eleganza e competenza. Non è poco. Anzi, è moltissimo. Ma proprio perché Milano ha dimostrato di saper fare grandi cose, è legittimo — doveroso — chiederle di fare anche la cosa più difficile: condividere il valore che ha creato.
Il Corvetto e Rogoredo erano già in scena
Durante le Olimpiadi, i nomi del Corvetto e di Rogoredo sono rimasti nell’aria. Non per le gare, non per le medaglie. Sono quartieri di cui si è parlato molto, e non per ragioni di gloria: perché Milano, nel momento in cui si presentava al mondo, portava con sé anche quelle storie, quella complessità, quella domanda irrisolta su cosa significhi davvero essere una città di successo.
Rogoredo è a otto fermate di metropolitana dal Duomo. Pochi minuti di treno dalla stazione che ha accolto atleti e delegazioni da tutto il mondo. Eppure il suo boschetto — quella che per anni i giornali hanno chiamato “la più grande piazza di spaccio della Lombardia” — è rimasto esattamente dov’era. Le Olimpiadi non lo hanno sfiorato. La “bonifica” annunciata anni fa ha spostato lo spaccio di qualche decina di metri, verso i binari, verso San Donato, fuori dalla linea visibile. Ma le persone che lo abitano — corpi consumati, vene gonfie, denti perduti — sono ancora lì, ogni sera, ad aspettare i volontari del Rogoredo Team che portano acqua, cibo, assorbenti. Vita lo sa, perché ci è andata a guardare, più di una volta.
E poi, il 26 gennaio di quest’anno — con i Giochi ancora in corso — in quel bosco è successa una cosa che ha scosso il paese. Abderrahim Mansouri, 28 anni, è stato ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente di polizia. Un fatto di cronaca che all’inizio sembrava semplice, e che si è rivelato via via più opaco e più inquietante: dalle indagini stanno emergendo testimonianze su presunte richieste sistematiche di denaro e droga da parte dell’agente agli spacciatori del bosco. Un’arma che secondo gli inquirenti potrebbe essere stata collocata sul corpo della vittima dopo la morte. Una telefonata ai soccorsi arrivata 23 minuti dopo lo sparo — forse 23 minuti in cui Abderrahim poteva essere salvato.
Non è una storia che riguarda solo la cronaca nera. È una storia che parla del livello di abbandono istituzionale di certi luoghi, dove le regole che valgono altrove smettono di valere, dove il confine tra controllo e predazione diventa labile. Dove lo Stato non arriva, o arriva in modi che non proteggono nessuno.
Una città è una sola. E i suoi quartieri non spariscono quando si accendono i riflettori. Semmai, il contrasto diventa più visibile.
Non è una colpa. È una condizione. E le condizioni si possono cambiare.

Il problema non è la separazione
C’è una studiosa di cui Milano farebbe bene a ricordarsi in questo momento. Si chiama Elinor Ostrom, è stata la prima donna a vincere il Premio Nobel per l’Economia, nel 2009, e ha dedicato la vita a studiare come le comunità gestiscono ciò che appartiene a tutti. La sua tesi centrale — dimostrata su centinaia di casi nel mondo, dalle foreste alpine alle riserve idriche — è che le risorse comuni possono essere governate con successo dalle persone che le usano, a patto che tutti si sentano parte dello stesso sistema di diritti e di doveri.
Ostrom sfidò il pensiero dominante dell’epoca, che vedeva nei beni comuni una condanna alla “tragedia”: senza un proprietario o uno Stato che imponesse le regole, i beni condivisi erano destinati a essere dilapidati dall’interesse individuale. Lei dimostrò che non è così. Dimostrò che quando le persone si riconoscono come parte di una comunità, quando condividono un destino, trovano la capacità di auto-organizzarsi, di costruire regole, di preservare ciò che è di tutti.
Ma c’è una condizione. Ostrom fu molto precisa su questo punto: perché il sistema funzioni, la comunità degli aventi diritto deve essere chiaramente definita. Non può esserci un “fuori” permanente. Chi è escluso non ha motivo di prendersi cura del bene comune. Chi non si riconosce nella città non custodisce la città.
La scena pubblica non è bene comune per definizione
L’eredità delle Olimpiadi — le infrastrutture, l’immagine, l’energia civica, l’orgoglio — è un bene comune. Non appartiene agli atleti, non appartiene agli sponsor, non appartiene nemmeno al Comune. Appartiene alla città intera, nel senso più largo del termine: a chi vive in centro e a chi vive a Rogoredo, a chi ha seguito le gare da un locale alla moda e a chi le ha viste su un telefono condiviso in un cortile del Corvetto. Se quel valore non viene distribuito — se non si traduce in spazi sportivi accessibili, in scuole attrezzate, in opportunità di lavoro, in mobilità sociale reale — allora non è un bene comune. È un bene privato con una grande messa in scena pubblica. Una magnifica rappresentazione, appunto, ma senza comunanza di destino.
E senza comunanza di destino, Ostrom ce lo insegna, il sistema non regge. Non per ragioni morali astratte, ma per ragioni pratiche, concrete, dimostrabili: una comunità spezzata non si auto-governa, non si fida, non collabora. Si frammenta. E i frammenti fanno male a tutti, non solo a chi sta ai margini. Non stiamo chiedendo a Milano di rinunciare alla sua ambizione. Al contrario: le chiediamo di essere all’altezza di essa.
Una città di successo non è solo quella che vince medaglie o attrae investimenti. È quella in cui il successo ha un indirizzo largo, diffuso, riconoscibile da chi ci vive in ogni angolo. È quella in cui i ragazzi del Corvetto, guardando i Giochi, si sentono parte della stessa storia — non spettatori di qualcosa che appartiene ad altri.
Questo senso di appartenenza condivisa non si costruisce con i discorsi. Si costruisce con le scelte: quali infrastrutture rimangono aperte e a chi, quali programmi vengono finanziati dopo che le telecamere se ne vanno, quali quartieri vengono inclusi nel racconto della città che cresce.
Milano ha dimostrato di saper essere magnifica. Ora ha la possibilità — e la responsabilità — di dimostrare di saper essere comune.
In apertura foto La Presse: un momento della partita di hockey su ghiaccio femminile fra Cechia e Canada
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