L'analisi
Olimpiadi mordi e fuggi: a Milano ma senza i milanesi
Arrivano i Giochi, con il rischio che il grande evento lasci dietro di sé solo precarietà e iperturistificazione. L’analisi di Bertram Niessen, presidente di cheFare, sulle contraddizioni di Milano-Cortina e la via d’uscita ispirata a Barcellona e Amsterdam: regolamentare le locazioni temporanee
Con la cerimonia inaugurale di San Siro, i Giochi olimpici di Milano-Cortina entrano ufficialmente nel vivo, portandosi dietro il dibattito sui loro effetti a breve e lungo termine. Nati per avvicinare le persone attraverso uno spirito di fratellanza e sana competizione, il rischio è quello di creare una frattura sociale nella comunità che, purtroppo o per fortuna, si trova a ospitarli. «Queste Olimpiadi sono un grande parco giochi, ma per pochi. E come tutti gli eventi simili, creano una polarizzazione: da una parte c’è la città dei ricchi, che grazie a queste occasioni funziona meglio e il cui valore si massimizza; dall’altro c’è quella di tutti gli altri, che rischia di rimanere schiacciata dalle conseguenze di un evento di cui gode a fatica», sostiene Bertram Niessen, presidente e direttore scientifico di cheFare. Lui ha cercato di sottrarsi al “clima olimpico” che, invero timidamente, pervade (e per qualcuno paralizza) la città. «Sono scappato a Torino», dice al telefono.
Un evento a Milano è anche per Milano?
Lo si è detto e scritto tanto: ai milanesi di queste Olimpiadi interessa fino a un certo punto. Il passaggio della fiaccola olimpica è stato seguito, qui come altrove, ma in generale gli abitanti sono scarsamente attratti da un evento che si consuma in casa loro ma che è pensato per un pubblico globale. È la dinamica di tutti i giga-eventi, come Expo, e in parte dei grandi eventi come le varie “week”. «Una volta i grandi eventi erano rituali collettivi, oggi invece questo elemento non c’è più. Viviamo nell’epoca del consumismo dell’esperienza, ma questi eventi non sono più sostenibili», spiega Niessen. Non solo da un punto di vista ambientale e, in certi termini, economico, ma anche da un punto di vista sociale: «Sono pensati per un pubblico globale di city users che “consumano la città” e poi se ne vanno, senza costruire interessi specifici o relazioni di alcun tipo».
Anche la legacy economica di eventi come le Olimpiadi ha luci e ombre. Da un lato, porta ricchezza in città, creando posti di lavoro e opportunità, favorendo rigenerazione urbana e attirando turisti. Dall’altro, sottolinea Niessen, a trarne reale beneficio in termini di portafoglio sono pochi. «Sono soprattutto i grandi operatori del turismo, dell’accoglienza e del food and beverage. Settori con un basso valore aggiunto in termini di impatto sociale, anzi molte attività si reggono su lavoratori precari, stipendi bassi o vera e propria economia grigia».

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La città da vendere e quella da vivere
Se questo vale in generale, a Milano gli effetti, positivi e negativi, sono amplificati. «La città ha scelto, a partire da Expo, uno stile di sviluppo basato sulla massimizzazione del turismo in termini di esperienza di city users. Ormai abbiamo un’economia dell’esperienza cittadina super satura, ci sono “week” tutto l’anno», riflette Niessen. L'”iperturistificazione” che ne consegue, aggiunge, certamente aumenta il gettito economico, ma di contro tiene sotto stress alcuni aspetti sociali della città, a partire dal tema della casa. «Le locazioni turistiche a breve termine sono l’esempio più evidente di questa dinamica, perché sono abitazioni destinate a city users che vengono sottratte al mercato degli affitti. Poi ci sono gli aspetti sociali in senso stretto, come le persone che vivono la pressione di dover trovare posti e zone al riparo dai turisti».
Un effetto “perverso” delle Olimpiadi sul tessuto sociale di Milano potrebbe averlo la visita inaspettata alla Balera dell’Ortica. di Snoop Dogg, rapper statunitense, tedoforo a Gallarate il 5 febbraio. Anche qui la lettura può essere duplice. In un caso, c’è un’icona globale che visita un posto storico di Milano, lontano dalle vetrine luccicanti dell’immagine internazionale della città. In un altro, e questo è il timore di Niessen, il locale rischia di subire un “effetto influencer” che, se fa aumentare notorietà e incassi, fa perdere l’autenticità delle relazioni.
Cambiare si può
Restituire la città ai suoi abitanti è una sfida, perché capovolgere il sistema su cui si regge può avere conseguenze distruttive e imprevedibili. L’equazione appare semplice: meno eventi uguale meno flussi uguale meno introiti. Una strada, però, per Niessen c’è. «Milano sta vivendo una stagione che altre città comparabili hanno già vissuto e superato. L’obiettivo oggi deve essere quello di mitigare gli effetti negativi e può farlo la pubblica amministrazione per esempio con dei regolamenti più stringenti sulle locazioni temporanee, come hanno fatto Barcellona e Amsterdam». Non si può prescindere, però, da un cambio di mentalità degli operatori dei settori che oggi traggono beneficio dal susseguirsi di eventi: «Bisogna pensare a favorire delle esperienze lunghe a discapito di quelle mordi e fuggi, permettendo di entrare in relazione con parti di città non pubblicizzate, coinvolgendo chi si occupa di sociale e il Terzo settore».
Foto in apertura: la fiaccola Olimpica in Darsena a Milano con Antonio Rossi, venerdì 6 febbraio 2026 (foto Stefano Porta / LaPresse)
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