Milano-Cortina 2026

Olimpiadi, perché abbiamo il dovere di chiedere conto della legacy

I Giochi invernali di Torino 2006 ci hanno lasciato infrastrutture, debiti, opportunità, problemi. Ma ci hanno lasciato soprattutto un insegnamento: senza valutazione, la legacy diventa un racconto che ciascuno piega a proprio uso. Nasce da questa riflessione un appello rivolto a università, centri di ricerca, fondazioni, reti civiche, organizzazioni sociali e ambientaliste per costruire insieme una valutazione d’impatto indipendente di Milano-Cortina 2026

di Valentina Langella e Federico Mento

Ogni grande evento sportivo internazionale porta con sé una promessa implicita: non solo gare, medaglie e visibilità, ma un futuro migliore per i territori che lo ospitano. È una promessa potente, perché parla di progresso, di orgoglio collettivo, di riscatto. Ed è proprio per questo che dobbiamo gestire con grande serietà questa promessa. Fino in fondo. Il problema non è credere negli eventi sportivi: il mito di Olimpia è un potente sogno collettivo che da secoli mobilita donne e uomini affinchè si spingano oltre i propri limiti. Il problema è crederci senza fare domande.

L’evento passa, la legacy resta (forse)

La storia recente ci insegna che gli eventi finiscono sempre in tempo. La legacy, invece, arriva dopo. A volte lentamente, a volte in modo imprevisto. E quasi mai come ce la eravamo raccontata. Le Olimpiadi di Torino 2006 sono un esempio che merita rispetto e onestà. Quelle Olimpiadi hanno offerto un prezioso contributo a cambiare il volto della città, ne hanno scardinato l’immaginario fordista, di città ferita mortalmente dal processo di deindustrializzazione, l’hanno proiettata sulla scena internazionale. Sarebbe miope e ingiusto negarlo. Ma sarebbe altrettanto ingiusto fermarsi lì. A distanza di anni, ciò che emerge non è un giudizio semplice, ma una ambivalenza profonda e quelli che potevano essere rischi sono diventati, a volte, impatti negativi: infrastrutture che hanno trovato nuova vita accanto ad altre che hanno generato costi, contenziosi, manutenzioni infinite; territori che hanno beneficiato dell’evento e altri che ne hanno ereditato soprattutto il peso; una legacy che, più che progettata, è stata spesso amministrata a posteriori.

Torino 2006 ci ha insegnato una cosa essenziale: la legacy non è un effetto collaterale positivo, bensì una responsabilità politica che dovrebbe essere agita sul lungo periodo.

Milano-Cortina: non siamo più innocenti

Milano-Cortina 2026 arriva in un tempo diverso. Non siamo più ingenui. Sappiamo che le promesse dei grandi eventi vanno maneggiate con cura, perché producono effetti reali su territori fragili, su risorse pubbliche scarse, su comunità che non sempre hanno voce. Sappiamo anche che gran parte delle opere non servirà ai Giochi, ma al “dopo”. Che la vera partita si giocherà quando le telecamere saranno spente, e il glamour lascerà spazio alla vita ordinaria. Che la legacy non sarà un monumento, ma una somma di scelte quotidiane: chi gestisce, chi paga, chi decide, chi resta escluso. Ed è qui che nasce una domanda scomoda, ma necessaria: come facciamo a sapere se questa promessa sta davvero funzionando?

Il monitoraggio civico

In questo senso, il monitoraggio civico che accompagna Milano-Cortina è una notizia positiva. È il segno che una parte della società civile ha deciso di non delegare completamente il racconto dell’evento a chi lo governa. Di guardare ai dati, ai costi, ai ritardi, alle opacità. Di esercitare un diritto basilare: quello di capire. Il monitoraggio civico è una forma di cura democratica. Tiene accesa la luce mentre l’evento si costruisce. Ricorda che i soldi sono pubblici, i territori sono abitati da persone reali con i propri bisogni, le decisioni hanno conseguenze profonde. Il monitoraggio civico è la pietra angolare sulla quale costruire una valutazione indipendente e civica su Milano-Cortina.

Perché la valutazione d’impatto è un atto politico

Una valutazione d’impatto indipendente e civica non serve a stabilire se Milano-Cortina “ha avuto successo”. Serve a fare qualcosa di più difficile e più maturo: capire che cosa ha cambiato, per chi, e a quale prezzo. Serve a tenere insieme: gli effetti economici e quelli sociali, le infrastrutture e le comunità, i benefici visibili e i costi nascosti, il presente dell’evento e il futuro dei territori.

E serve soprattutto a evitare una trappola ricorrente: quella per cui, una volta concluso l’evento, nessuno è più responsabile della legacy. Tutti parlano del passato, nessuno risponde del futuro. Fare una valutazione d’impatto oggi – indipendente, pubblica, civica – significa riconoscere che Milano-Cortina non è solo un evento sportivo, ma una scelta collettiva che ci interpella.

Un appello che nasce dall’esperienza

Torino 2006 ci ha lasciato infrastrutture, debiti, opportunità, problemi. Ma ci ha lasciato soprattutto un insegnamento: senza valutazione, la legacy diventa un racconto che ciascuno piega a proprio uso. Per questo l’appello è semplice, e insieme ambizioso. Alle università, ai centri di ricerca, alle fondazioni, alle reti civiche, alle organizzazioni sociali e ambientaliste: costruiamo insieme una valutazione d’impatto indipendente di Milano-Cortina 2026. Non contro qualcuno, ma a favore di qualcosa di più grande: la possibilità di imparare, come comunità, da una scelta che ci riguarda tutti. Perché alla fine, il vero lascito dei grandi eventi non è ciò che resta sul territorio. È ciò che impariamo su come decidere, insieme, il nostro futuro.

Per adesioni: segreteria@socialvalueitalia.it

In apertura, l’allenamento di questa mattina, 9 febbraio, delle atlete italiane prima della partita preliminare di hockey su ghiaccio femminile tra Giappone e Italia alle Olimpiadi invernali 2026, a Milano. (Foto Lapresse AP/Hassan Ammar)

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