Addii
Paolo Cendon e il diritto della fragilità: una lezione che resta
È morto a Trieste, a 85 anni, il giurista Paolo Cendon. Fra i maggiori civilisti italiani, è stato figura centrale nell'elaborazione giuridica dei diritti delle persone fragili. Il suo nome è legato alla riforma della psichiatria italiana e alla legge Basaglia. Fu "padre" dell’amministrazione di sostegno. Per lui il diritto doveva farsi carico della complessità della vita.
Ci sono notizie che non dovrebbero mai arrivare, perché colpiscono non solo sul piano personale, ma anche su quello collettivo e culturale. La scomparsa del professor Paolo Cendon rappresenta una perdita profonda per il mondo giuridico italiano, per chi si occupa di diritti delle persone in condizione di fragilità e, più in generale, per tutti coloro che credono in un diritto capace di farsi carico della complessità della vita.
Ho avuto il privilegio di conoscere il professor Paolo Cendon in diverse circostanze e di confrontarmi con lui a lungo, non solo nei contesti accademici o istituzionali, ma anche in momenti più informali, spesso attraverso lunghe conversazioni telefoniche e nei pranzi condivisi a Trieste, la sua città, dove in più occasioni mi ha voluto ospite. In quegli incontri emergeva con chiarezza la sua cifra più autentica: un giurista di straordinario rigore teorico, ma al tempo stesso profondamente radicato nella realtà concreta delle persone. Il dialogo non si esauriva mai nella disamina tecnica delle norme, ma si apriva costantemente a una riflessione più ampia sul senso del diritto, sulla sua funzione sociale e sulla responsabilità che esso assume quando incontra la fragilità umana. Quei momenti di confronto, segnati da ascolto reciproco e libertà intellettuale, hanno rappresentato per me un’occasione preziosa di crescita e di approfondimento, rafforzando la consapevolezza che il diritto, per essere davvero giusto, deve saper tenere insieme competenza, umanità e visione etica.
Quegli incontri non furono soltanto occasioni di confronto giuridico, ma divennero nel tempo uno spazio di conoscenza reciproca più profonda. Attraverso il dialogo costante, il rispetto delle differenze e la condivisione di valori comuni, il rapporto professionale lasciò gradualmente il posto a una relazione umana autentica. Per questo, con naturalezza, “il professor Cendon” divenne Paolo: l’amico con cui confrontarsi liberamente, anche dissentendo, accomunati dalla stessa tensione verso il bene comune e dalla convinzione che la dignità della persona fragile dovesse restare il punto fermo di ogni riflessione e di ogni scelta. In quella dimensione di amicizia sobria e leale si coglie forse uno degli insegnamenti più preziosi che Paolo ha lasciato: la capacità di tenere insieme il rigore del pensiero e la profondità delle relazioni umane.
Nonostante il nostro rapporto amicale, fra noi non sono mancati momenti di confronto aspro. Ci siamo spesso scontrati sul piano delle idee, talvolta con posizioni differenti e letture non coincidenti degli strumenti giuridici di tutela. Tuttavia, quello scontro è sempre avvenuto nel segno della coerenza intellettuale e del rispetto reciproco, mai come contrapposizione personale. Era un conflitto fecondo, animato dalla comune consapevolezza che il diritto non è fine a se stesso, ma deve tendere al bene comune. In quelle divergenze emergeva con chiarezza un punto di incontro non negoziabile: la dignità della persona fragile, che per entrambi costituiva il criterio ultimo di valutazione di ogni istituto giuridico, di ogni riforma, di ogni scelta interpretativa. Anche quando le strade argomentative erano diverse, la meta restava la stessa: garantire protezione senza annullamento, tutela senza esclusione, riconoscimento pieno della persona nella sua irriducibile umanità.
Paolo Cendon è stato il principale artefice teorico e culturale dell’istituto dell’amministrazione di sostegno, introdotto con la legge n. 6 del 2004: una delle riforme più significative del diritto civile contemporaneo. Con essa ha contribuito a segnare una discontinuità profonda rispetto alla tradizione dell’interdizione e dell’inabilitazione, fondata su modelli di sostituzione totale della persona. L’amministrazione di sostegno ha introdotto nel nostro ordinamento un principio di portata innovativa: la protezione non può mai coincidere con la negazione della soggettività giuridica. A distanza di oltre vent’anni dall’entrata in vigore della norma, lo stesso Cendon aveva maturato una consapevolezza ulteriore, frutto dell’osservazione attenta delle prassi applicative e dell’evoluzione sociale: egli riteneva che l’amministrazione di sostegno, pur nella sua carica innovativa, dovesse essere ripensata e adattata alle esigenze concrete delle persone, per evitare il rischio di una sua riduzione a strumento prevalentemente patrimoniale. Gli istituti giuridici di protezione, nella sua visione, non potevano limitarsi a garantire l’ordinata gestione dei beni, ma dovevano anzitutto tutelare la persona nella sua globalità, assicurando dignità, autodeterminazione, partecipazione e rispetto della volontà individuale. In questo continuo confronto tra norma e realtà si esprimeva la sua idea di un diritto vivo, capace di evolvere per restare fedele alla sua funzione più alta.
La riflessione di Cendon ha inciso profondamente sull’interpretazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione, riaffermando che la dignità della persona non è graduabile e che l’uguaglianza sostanziale richiede strumenti flessibili, proporzionati e individualizzati. L’amministrazione di sostegno nasce infatti come istituto “a misura di persona”, modulabile nel tempo, reversibile, rispettoso delle capacità residue e, soprattutto, della volontà dell’interessato.
Nel pensiero di Cendon, l’interdizione non era semplicemente un istituto da applicare con maggiore cautela, ma un paradigma da superare. Egli ha denunciato con lucidità il rischio che il diritto, nel nome della tutela, producesse esclusione, silenziamento e marginalizzazione. In questo senso, il suo contributo dialoga pienamente con i principi affermati dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, in particolare con l’articolo 12 sul riconoscimento della capacità giuridica, anticipandone lo spirito e la portata culturale.
Come Presidente Fish e Consigliere Cnel, sento il dovere di sottolineare quanto il lavoro di Paolo Cendon abbia inciso concretamente sulla vita quotidiana di migliaia di persone con disabilità e delle loro famiglie. Le sue elaborazioni non sono rimaste confinate nella dimensione accademica, ma hanno orientato la giurisprudenza, la prassi dei tribunali, l’operato degli amministratori di sostegno, degli operatori sociali e sanitari. Hanno contribuito a costruire un diritto più giusto perché più umano.
Accanto al giurista rigoroso, resta il ricordo di una persona profondamente coinvolta, mai distante, capace di ascolto. In lui il sapere giuridico non era esercizio astratto, ma assunzione di responsabilità verso l’altro, in particolare verso chi rischia di essere privato della parola, della scelta, del riconoscimento.
La sua scomparsa ci addolora, ma ci affida anche un compito preciso: non arretrare rispetto alla visione che ci ha consegnato. Difendere e sviluppare gli istituti di protezione nella loro funzione emancipante, vigilare affinché non tornino pratiche sostitutive e paternalistiche, continuare a porre la persona – con la sua dignità, la sua volontà e la sua fragilità – al centro del sistema giuridico.
A Paolo Cendon va il nostro grazie più profondo. Il suo pensiero continuerà a vivere ogni volta che il diritto saprà scegliere la strada della dignità, dell’autonomia e del rispetto della fragilità umana.
Vincenzo Falabella è consigliere Cnel – Consiglio Nazionale Economia e Lavoro e presidente Fish – Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie. La foto di Paolo Cendon è del suo profilo Facebook
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