Le coordinatrici del movimento binazionale Combatants of Peace

«Per costruire la pace israeliani e palestinesi devono imparare a conoscersi»

Rana Salman, palestinese, e Eszter Koranyi, israeliana, coordinatrici del movimento Combatants for Peace - Cfp, sono il volto della co-resistenza binazionale contro l'occupazione. I Cfp, nati da ex combattenti, promuovono la coesistenza e la pace tramite progetti come la Freedom School per i giovani. Lavorano insieme, superando paure e restrizioni, per la fine dell'occupazione e per un futuro di uguaglianza e diritti per entrambi i popoli

di Cristina Giudici

La prima volta che Rana Salman ha incontrato sulla sua strada i Combatants of Peace è stato durante una visita guidata che potremmo definire solidale perché lei, 41 anni, guida turistica di Betlemme nata a Gerusalemme da una famiglia di Haifa cacciata dalla sua terra durante la Nakba, organizzava dei tour che permettevano ai turisti di incontrare le “pietre vive”: persone con cui fare dei progetti, condividere le storie dei palestinesi e capire cosa significa vivere nei Territori Occupati. «Quando ho sentito la testimonianza di due ex combattenti di Cfp sono rimasta molto colpita e mi hanno ispirata», ricorda. La prima volta che Eszter Koranyi, nata e cresciuta a Budapest, in una famiglia sopravvissuta all’Olocausto, ha scoperto la realtà dell’occupazione è successo durante l’Erasmus a Napoli. «Me ne ha parlato la mia compagna di stanza all’università che aveva studiato la lingua araba e il Medio Oriente», ci dice, sorridendo del paradosso. «Sapevo del conflitto e del muro costruito dagli israeliani ma allora non ero consapevole di cosa significasse davvero l’occupazione e sono rimasta scioccata. Così sono andata a Hebron, ho visto i coloni e ho voluto capire meglio le ragioni del conflitto». 

Dopo un’esperienza in un kibbutz nel deserto, si è trasferita a Gerusalemme per amore di quello che è diventato suo marito e padre dei suoi due bambini. Oggi sono entrambe coordinatrici del progetto di Combatants for Peace, un movimento binazionale fondato nel 2006 da ex militari israeliani ed ex miliziani palestinesi. Il loro motto “There is no other way” (Non c’è un’altra strada) ha portato anche Rana e Eszter a sposare la filosofia della coesistenza attraverso progetti di co-resistenza. Recentemente sono venute in Italia per ricevere il premio Res Publica a Mondovì e VITA le ha incontrare a una serata organizzata da AssopacePalestina. Se non fosse stato per i Cfp, non si sarebbero mai incontrate. 

«Senza un movimento binazionale è quasi impossibile che palestinesi e israeliani si conoscano davvero, a causa delle restrizioni fisiche e della paura reciproca che si impara fin da bambini», ci dicono, perché anche le scuole sono separate, tranne alcune eccezioni come nel villaggio di Neve Shalom Wahat al-Salam, e nel circuito educativo misto di Hand in Hand. «Quando ero bambina, prima degli Accordi di Oslo, la situazione era diversa: non c’erano muri né checkpoint. L’occupazione c’era, ma non la percepivo. Mio padre lavorava a Gerusalemme, si viaggiava liberamente in Israele. Eppure non avevo amici israeliani o ebrei perché non c’erano occasioni di incontro», aggiunge Rana, coordinatrice del progetto in Palestina. «Dopo la Seconda Intifada, è cambiato tutto. Oggi la maggior parte dei giovani palestinesi non ha mai lasciato la Cisgiordania, conosce Israele solo attraverso la televisione, l’esercito, i coloni, la paura».

Eszter ha la stessa età di Rana. «Dopo essermi trasferita in Israele, ho conosciuto Suleiman Khatib, uno dei fondatori del movimento, e ho deciso di unirmi ai Cfp per lavorare a un progetto comune che aspira alla pace e alla coesistenza». La loro missione è soprattutto educativa e infatti hanno fondato la doppia scuola Freedom School in Israele e in Palestina per ragazzi tra i 18 e i 28 anni: un programma di sei mesi con workshop mensili di due giorni, durante i quali si imparano la comunicazione nonviolenta, la risoluzione dei conflitti, le dinamiche della leadership attraverso il racconto dell’esperienza personale e il public speaking. All’inizio la scuola veniva pubblicizzata sui social media o tramite altre organizzazioni, ma durante la guerra a Gaza le richieste per partecipare sono cresciute grazie a un passa parola. «Un segnale importante», affermano, «perché non mancano i giovani che vogliono incontrare i loro presunti nemici, ma gli spazi per farlo».

Rana Salman lavora con i Cfp da cinque anni perché è una comunità che ogni giorno si batte per affermare i diritti umani, uguaglianza, giustizia e pace e la fine dell’occupazione. «Il nostro movimento opera soprattutto nella Cisgiordania occupata dove ora gli attivisti sono impegnati nella raccolta delle olive per proteggere gli agricoltori che viene ostacolata in continuazione da coloni e soldati», afferma Rana. «Recentemente io e un’altra compagna di Cfp abbiamo preso una multa da parte dei soldati che ci hanno allontanate e poi deciso di far diventare la piantagione un luogo inaccessibile, come ormai accade sempre più spesso», ci ha detto invece Eszter Koranyi, coordinatrice del progetto in Israele. «Il nostro impegno è pacifico e cerchiamo di proteggere gli attivisti palestinesi che rischiano l’arresto e di subire violenze. Perciò abbiamo filmato la violazione per poi renderla pubblica e siamo andati via tutti. Gli attivisti israeliani cercano di non dimenticare mai le discriminazioni subite dai palestinesi e infatti siamo noi ad andare a parlare con i soldati: parliamo la stessa lingua e rischiamo meno anche se la situazione è difficile per tutti: in Israele siamo vittime di campagne di odio istigate dal governo ma non importa: combattiamo per il futuro delle nuove generazioni di entrambi i popoli».

Per entrambe, lavorare all’interno dei Cfp significa avere uno spazio comune dove confrontarsi e battersi contro l’occupazione, ma per Rana Salman è anche un modo per sentirsi compresa, di condividere il trauma della discriminazione e della Nakba (la catastrofe): l’esodo che ha subito il suo popolo nel 1948. «Sono però consapevole di quanto sia complicato per gli attivisti israeliani sfidare la loro società ed essere considerati dei “traditori” perché collaborano con i palestinesi. I nostri popoli sono imprigionati all’interno di un ciclo di violenza che è urgente interrompere. Dobbiamo trovare una soluzione pacifica per vivere nella stessa terra con uguali diritti, uguaglianza e riconoscimento reciproco», ci ha detto la coordinatrice palestinese. Alla fine, come tanti altri attivisti, Eszter Koranyi e Rana Salman, sapendo quanto sia difficile trovare una soluzione all’interno di Israele, si aggrappano alla speranza che la comunità internazionale possa contribuire a un percorso di pace che porti alla coesistenza e a una pace giusta perché sono state superate troppe linee rosse per poter farcela da soli. 

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