Crescere fuori famiglia
“Per un po’”, un film per capire l’affido. E dire che l’accoglienza non può finire a 18 anni
Il film è ispirato al libro autobiografico di Niccolò Agliardi, che racconta la sua esperienza di padre affidatario. Da una parte un uomo che ha perso la compagna e porta avanti, da solo, il progetto iniziato con lei. Dall’altra un ragazzo cresciuto in casa famiglia, che da neo 18enne va in affido per il prosieguo amministrativo. Un incontro complicato, fatto di alti e bassi. Ripartendo sempre «dall’ultima litigata». Intervista al regista, Simone Valentini
«Ricominciamo dall’ultima litigata»: l’affido familiare è questo, ma forse è questo ogni rapporto tra genitore e figlio. E, più in generale, ogni relazione educativa.
«Ricominciamo dall’ultima litigata» è l’intenzione dichiarata da Niccolò, che meglio esprime la sua avventura come padre affidatario di Federico, 18enne cresciuto in casa famiglia dopo essere stato allontanato da una mamma che non sapeva occuparsi di lui. Sono i protagonisti di Per un po’, il film di Simone Valentini, uscito al cinema il 26 febbraio, tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Agliardi (pubblicato da Salani nel 2019), prodotto da Twister Film e Ab Film.
Due uomini rimasti soli, ciascuno a modo proprio, alle prese con le ferite della propria perdita: Niccolò (Alessandro Tedeschi) ha perso Sonia, la compagna con cui aveva iniziato il percorso di affido. Federico (Isnaba Na Montche) ha perso, da bambino, la possibilità di crescere con sua mamma, ma non il desiderio di essere suo figlio.

Niccolò è Nic, Federico è Fede: mai si chiamano con i loro nomi per intero, perché l’incompiutezza, la sospensione è il segno di questa esperienza. Padre e figlio per un po’, appunto, in una casa che non ha il coraggio di fare spazio per sempre, ma crea uno spazio temporaneo: un soppalco in salotto e nessun armadio in cui mettere i vestiti.
Forse per la paura di perdere ancora, forse per la fatica di lasciarsi andare a un rapporto nato difficile: quello tra due uomini che cercano, ma non sanno cosa.

«Non so»: ecco perché il prosieguo amministrativo è importante
«Non lo so» è la risposta che Federico ripete più volte, di fronte agli assistenti sociali, quando finalmente è chiamato in prima persona a scegliere il proprio futuro. In quel «non lo so», c’è tutta l’immaturità di un ragazzo che a 18 anni non è pronto per diventare adulto, per prendere in mano la propria vita, per compiere da solo una scelta decisiva. Federico sa di non essere più un bambino ma la sua vita di ogni giorno, il modo in cui “scompare” e poi ritorna, i pasti che prepara ora a Niccolò, ora a sua madre, sono la prova di quanto abbia bisogno, ancora, di sentirsi a casa.
E quel «non lo so», insieme agli errori di Federico e le successive scuse, ai suoi inciampi, alle sigarette fumate e spente, una dopo l’altra, esprimono chiarissimamente il senso e la ragione di quel “prosieguo amministrativo” su cui ci si trova a decidere intorno a quel tavolo.

Una misura giuridica che permette a chi compie 18 anni, ma non ha una famiglia capace di occuparsi di lui, di affidarsi e lasciarsi accompagnare, ancora per un po’, da una comunità o da genitori affidatari.
Un messaggio forte, questo, nei giorni in cui da più parti si leva l’allarme contro le misure restrittive contenute nel ddl Immigrazione (approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri), che ipotizza, tra l’altro, proprio la riduzione delle misure di inclusione come il “prosieguo amministrativo”.
Un film sulla complessità, senza buoni né cattivi
La comunità educativa è luogo di affetti, non certo prigione: sono sinceri e calorosi i saluti scambiati con gli amici, compagni di un pezzo di vita. Il film racconta tutto questo senza giudicare, senza prendere parte, ma rispettando e restituendo la complessità della storia che viene raccontata: non ci sono buoni e cattivi, ci sono persone, tutte, con i loro limiti e le loro paure, che a modo loro e per quel che possono partecipano alla vita e alla crescita di Federico.
Gli assistenti sociali, con le loro fatiche e le incertezze, si fanno carico non solo di Federico, ma anche di Niccolò: come peraltro dev’essere. Con tutti i limiti e i difetti, ma ci sono.
Afrha è una mamma fragile, immatura, irresponsabile, forse egoista, ma non “cattiva”: si capisce che ci prova e forse ci crede davvero, quando promette al figlio: «Staremo bene insieme».
Il film, come il libro, non è una favola: è la storia vera di un percorso pieno di ostacoli, in cui non si fa in tempo a inorgoglirsi per una conquista che già si viene mortificati da una sconfitta. Ma «io non mollo», assicura Niccolò, come deve ripetersi ogni genitore, tante volte, nella sua vita accanto a un figlio. Pronto a ripartire, ogni volta, dall’ultima litigata.
Simone Valentini, regista del film, ci racconta com’è nato questo film e perché un giovane regista ha pensato di cimentarsi con questo tema.

Perché raccontare proprio questa storia?
L’ho incontrata molto prima della nascita del romanzo: quando Niccolò Agliardi ha deciso di intraprendere il percorso dell’affido stavamo lavorando insieme a un progetto televisivo e ne abbiamo parlato spesso. Il tema è poi entrato nei miei primi corti: il rapporto tra i ragazzi e la genitorialità. In particolare, la domanda che mi ponevo e ancora mi pongo è questa: quando si finisce di sentirsi figli? Io ho 33 anni e mi sento ancora un figlio. Federico prende coscienza, alla fine del film, di non esserlo più, almeno non nel modo in cui si ritiene che si debba essere figli. Al tempo stesso con Niccolò mi confrontavo, tramite la sua esperienza, su un altra domanda: quando si è pronti per essere genitori? Così è nata la voglia di raccontare l’affido, un’esperienza in cui non basta la scelta di essere genitori, ma serve anche la scelta di essere figli.
L’affido è un’esperienza in cui non basta la scelta di essere genitori, ma serve anche la scelta di essere figli
Cosa cambia, nel film, rispetto al libro?
Insieme agli sceneggiatori – Francesca Scanu e Andrea Giuliani – ho cercato di tenere al centro gli intenti del romanzo e soprattutto l’intento di Niccolò nello scriverlo. Abbiamo lavorato soprattutto su una parte del libro, quella in cui Fede scappa dalla madre. Nella realtà e nel libro, Niccolò ha conosciuto la mamma di Federico solo tramite carteggio, ma questo, al cinema, avrebbe trasformato quella donna in un’ombra, un fantasma. Per questo abbiamo scelto di farla vedere, rappresentandola attraverso lo sguardo di Federico. Abbiamo anche inserito l’elemento drammaturgico della morte della compagna di Niccolò, per rendere più immediato allo spettatore il motivo e l’urgenza di quella scelta. Quello che ci stava maggiormente a cuore era restituire e raccontare l’emozione dei fatti, piuttosto che essere fedeli al modo in cui si erano svolti.
Gli assistenti sociali e la casa famiglia sono rappresentati in modo positivo, una narrazione a cui non siamo abituati… Come ha maturato questo sguardo?
Ho incontrato per la prima volta assistenti sociali e affido mentre giravamo Dimmi di te, un programma televisivo in cui Niccolò Agliardi raccontava delle storie trasformandole in canzoni. Una delle storie era quella di una ragazza allontanata dai genitori, che cresce tra parenti e case famiglia. A 15 anni resta incinta e sua figlia viene data in affido a una donna, che si prende cura non solo della bimba, ma anche della giovane mamma, con cui si instaura un bel rapporto.
Parlando con le persone coinvolte in quella vicenda, per la prima volta ho capito ciò che ho provato a riportare nel film: le case famiglia e le famiglie affidatarie, così come gli assistenti sociali, hanno il compito di accompagnare i ragazzi e le ragazze, perché prendano le decisioni giuste per loro. Accompagnano, non interferiscono. Al tempo stesso, ho capito cosa significa che l’affido non è per sempre ma solo per un po’. Questo è quello che ho cercato di raccontare: la capacità di scegliere che, piano piano, grazie a Niccolò e agli assistenti sociali, matura in Federico. Quel ragazzo, che recriminava che gli altri avessero sempre deciso al posto suo, quando è chiamato a scegliere non riesce a farlo. «Non lo so», dice. Ma alla fine, compie una scelta e questo è il segno che Niccolò è «un buon padre», come dice lui stesso.
Che diffusione avrà il film? E che pubblico immagina: solo adulti, o anche giovani?
Nel primo fine settimana il film è uscito in 30 sale, ora arriveremo a 70, poi speriamo anche in una distribuzione su piattaforma. Abbiamo scelto un linguaggio visivo vicino alle serie più moderne: non un’autorialità ingiustificata, ma neanche una leggerezza pop. Soprattutto, ci siamo impegnati a non essere retorici e abbiamo scelto un giovane protagonista bello, per contraddire l’idea diffusa che chi vive il disagio ne porti addosso il segno.
Federico ascolta la musica che tutti i ragazzi ascoltano, fa quello che i ragazzi fanno, si veste e si muove come loro, ha il loro linguaggio. Perciò credo che possa agganciare anche i giovani, visto che parla di loro e del momento in cui si trovano a dover lasciar andare la propria condizione di figli. Stiamo organizzando diverse presentazioni, anche per questo motivo, con la speranza di incontrare e confrontarmi con tanti giovani e aiutarli, perché no, anche a ritrovare la passione per la sala.
Tutte le immagini sono tratte dal film e fornite da Twister Film
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