Terzo settore
Perché l’Irap al non profit è un’imposta ingiusta
L'imposta regionale sulle attività produttive per un ente di Terzo settore viene calcolata sul costo del lavoro, ossia sui suoi dipendenti. Una qualsiasi impresa for profit, invece, il costo del lavoro lo detrae. Eccolo qui il paradosso per cui sull'Irap occorre intervenire a livello nazionale, prevedendo l'esenzione per tutti gli Enti di Terzo settore e in tutte le regioni: tassare il non profit più delle attività commerciali è un'evidente ingiustizia
In questi giorni, ancora una volta, le regioni in ordine sparso con le loro leggi di bilancio stanno cercando di mettere una toppa alla “questione Irap” (vedasi nei giorni scorsi per esempio Lombardia e Lazio). Risultati importanti con effetti significativi (per dare un ordine di grandezza, potremmo dure che l’Irap vale circa mille euro a dipendente) in un contesto che è da sempre a macchia di leopardo, con regioni che non hanno mai previsto alcuna agevolazione ai soggetti non profit e regioni che oggi devono sì aggiornare le loro leggi rispetto al Codice del Terzo settore, ma che dal punto di vista di scelta politica e valoriale già da vent’anni hanno esentato il non profit (o una sua parte) dal pagamento dell’imposta. Pur salutando positivamente queste novità, occorre quindi ribadire che la prospettiva deve essere un’altra: primo, quella di garantire a tutti gli Enti di Terzo settore l’esenzione dall’Irap, in tutte le Regioni d’Italia. Secondo, quella di togliere il limite dei de minimis a questa esenzione, da parte del Governo.
Imposta sul valore della produzione o sui lavoratori?
Un passo indietro è necessario per capire la questione. Questo articolo non vuole spiegare le tecnicalità agli addetti ai lavori, ma restituire al vasto pubblico dei lettori il senso culturale del problema e della proposta. Perché l’Irap così com’è oggi è iniqua per il non profit rispetto ad altri settori? Perché esentare il Terzo settore dall’Irap non è un favoritismo?
Irap è l’acronimo di Imposta Regionale sulle Attività Produttive: è un tributo locale istituito con nel 1997, il cui gettito viene destinato alle Regioni essenzialmente per finanziare la spesa sanitaria. Tutte le attività produttive pagano l’Irap, che siano imprese, enti o professionisti, ma con una base imponibile che viene calcolata in modo diverso a seconda della natura del soggetto. Qui sta il paradosso per cui l’Irap è un’imposta che penalizza particolarmente il Terzo settore e le attività che lavorano per produrre valore sociale. Un meccanismo tanto iniquo (per quanto fino ad oggi “normalizzato” in tante regioni che mai hanno previsto una esenzione o almeno una agevolazione per i soggetti non profit) che basta metterlo nero su bianco per prevenire qualsiasi obiezione che provasse a definire un “favore” l’esenzione dall’Irap per il Terzo settore. E che rende palese la necessità di un intervento nazionale per la revisione dell’Irap che vada nella direzione di una esenzione per tutti gli Ets iscritti al Runts.
Mentre tutti gli enti commerciali versano un’imposta che viene calcolata sul valore della produzione, gli Ets la pagano su quanti lavoratori hanno
Luca Degani
«Perché l’Irap per gli Ets è un’imposta iniqua? È presto detto», afferma l’avvocato Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia. «Mentre tutti gli enti commerciali versano un’imposta che viene calcolata sul valore della produzione, gli Ets la pagano su quanti lavoratori hanno. Per gli enti commerciali – quindi in sostanza per tutto il mondo del lavoro “ordinario”, dalle spa alle srl – il legislatore per facilitare le assunzioni ha previsto che il costo del lavoro venga detratto dall’imponibile su cui si calcola l’Irap. Per gli enti non commerciali invece – e la gran parte degli Enti di Terzo settore si inserisce qui – hanno come base imponibile il costo del lavoro: paga l’imposta sul lavoro che crea». In sostanza quanto più un’impresa assume per produrre un utile a proprio vantaggio, tanto più detrae; ma quanto più un ente di Terzo settore crea occupazione stabile… tanto più paga. Ricordando sempre che le organizzazioni di Terzo settore non distribuiscono profitti: tutto quello che è oggetto di risparmio e di buona gestione viene utilizzato nell’interesse generale, secondo le finalità dell’ente.
Penalizzati perché creano occupazione
«È un evidente paradosso», afferma Carlo Mazzini, consulente di enti non profit per la fiscalità e la legislazione sociale, «che penalizza soggetti che si strutturano e assumono personale per erogare servizi che vanno a vantaggio di tutta la collettività, non di un gruppo particolare. E spesso si tratta di servizi gratuiti». Il pensiero di Mazzini va per esempio alle ong, che hanno bisogno di staff strutturati in Italia per gestire i progetti o alle realtà che si occupano di sostenere la ricerca scientifica e hanno bisogno di uffici di comunicazione e di fundraising per raccogliere fondi: «È assurdo e incomprensibile. Una delle critiche che più spesso viene mossa al non profit afferma che esso è piccolo, non si struttura, non promuove il senso di imprenditorialità… Dall’altro lato però appena si ingrandisce viene penalizzato da imposte non sugli utili, ma sul fatto stesso di aumentare l’occupazione. Per questo la politica oggi deve attenzionare la questione Irap, sia per superare le disparità territoriali, sia per arrivare ad una esenzione per tutti gli Ets».
La politica oggi deve attenzionare la questione Irap, sia per superare le disparità territoriali, sia per arrivare ad una esenzione per tutti gli Ets
Carlo Mazzini
Mazzini ha realizzato una “mappatura” delle agevolazioni previste nelle varie regioni d’Italia, scoprendo che all’ottobre 2025 due province autonome e tre regioni hanno legiferato prevedendo esenzione totale dall’Irap per tutti gli Ets, facendo riferimento al Codice del Terzo settore; quattro non hanno mai previsto alcuna agevolazione per alcun soggetto non profit e sei avevano agevolazioni per alcuni soggetti ma non hanno ancora aggiornato la propria legge di agevolazione nei confronti degli Enti di Terzo settore. «A livello nazionale è prevista una modifica sostanziale dell’Irap e il Governo ci sta lavorando, ma non si conoscono i tempi di tale percorso».
Via il riferimento ai de minimis
Il secondo intervento necessario riguarda l’eliminazione dei de minimis. Il legislatore infatti ha previsto che le eventuali esenzioni o agevolazioni sull’Irap che le regioni stabilissero devono sottostare al limite dei de minimis. «Chi lo ha scritto non voleva sottoporre ad approvazione comunitaria il tema dell’Irap, come è stato invece fatto per l’Ires. Ora però, dopo che la comfort letter inviata dalla Commissione europea ha confermato la conformità delle misure fiscali previste dal Codice del Terzo Settore ai principi del diritto dell’Unione, spiega Degani, «questo riferimento è stato inserito in maniera del tutto inappropriata e ingiustificata», in quanto la Commissione europea ci ha detto che non è necessaria alcuna autorizzazione e che queste agevolazioni non si configurano come aiuti di Stato.
Se hai più di 250 dipendenti, il tetto di 750mila euro in tre anni previsto dai de minimis lo sfori. Quindi finché manteniamo quel riferimento – del tutto ingiustificato secondo la stessa Unione europea – anche là dove c’è l’esenzione dall’Irap gli enti ne beneficeranno solo per una quota
Luca Degani
«Il riferimento ai de minimis quindi ora va tolto, a livello di normativa nazionale. In questo momento ci troviamo nel paradosso per cui gli enti con molti dipendenti, con i de minimis di fatto non possono godere dell’esenzione prevista dalle Regioni, se non in minima parte. Pensiamo alle grandi realtà che gestiscono servizi residenziali per anziani, per esempio, con migliaia di dipendenti». In che senso? È presto detto. «I de minimis prevedono un “tetto” di 300mila euro nel triennio, che per le attività sociali sale a 750mila euro: finché si sta sotto quel tetto non si tratta di aiuti di Stato. Ma se hai più di un certo numero di dipendenti, diciamo circa 250, quel tetto lo sfori sicuramente. Quindi finché manteniamo quel riferimento – del tutto ingiustificato, lo ribadisco, secondo la stessa Unione europea – anche là dove c’è l’esenzione dall’Irap, per esempio in Lombardia, gli enti ne beneficeranno solo per una quota, dopo di che l’Irap dovranno versarla». Con un chiaro danno economico per loro e una netta perdita, in un ipotetico bilancio di impatto sociale pure per le regioni, a livello di minori servizi per tutta la collettività. Insomma, un gioco dove perdono tutti: a partire da noi cittadini.
In apertura, Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. Foto di Guido Calamosca/ LaPresse
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