Partecipazione
Petizioni, i cittadini ne scrivono sempre di più. Ma in Parlamento cadono nel vuoto
Gli italiani riducono la loro presenza alle urne, ma raddoppiano le missive rivolte a deputati e senatori. L’obiettivo è quello di far sentire la propria voce. Dall’elaborazione dei dati fatta da VITA emerge che sempre meno vengono prese in considerazione o discusse. A metà gennaio 2026 risultano caricate già 258 istanze sulla piattaforma online aperta dalla Camera a maggio 2025. Peccato che l’iter sia poco cambiato dal 1800 a oggi
Urne vuote, cassette postali piene. Gli italiani votano sempre meno ma inviano sempre più petizioni al Parlamento. Via mail, posta ordinaria o, ecco l’ultima novità, tramite la piattaforma ad hoc predisposta al momento soltanto dalla Camera dei Deputati. Scrivono per chiedere provvedimenti legislativi o, ad esempio, per esporre «comuni necessità», come prevede l’articolo 50 della Costituzione.
Delusi insomma dai partiti e dai meccanismi della rappresentatività, si tengono alla larga dai seggi ma non rinunciano a giocare l’ultima carta per far sentire la loro voce direttamente alle Camere. Peccato che la fiducia nelle virtù della democrazia dal basso non riservi particolari soddisfazioni, anzi. Il mitico Legislatore è sordo come una campana.
Come emerge dai dati elaborati da VITA diminuisce infatti il numero delle petizioni che supera il muro di indifferenza delle Assemblee. Le richieste cioè che le Commissioni parlamentari abbinano a un progetto di legge in corso di esame. I regolamenti stabiliscono infatti che le petizioni, una volta comunicate in sunto all’Aula (al Senato vengono lette mentre alla Camera si annuncia la pubblicazione nel resoconto della seduta), vengano assegnate alle Commissioni competenti che hanno due possibilità: prenderle in considerazione e discuterle appunto in occasione del dibattito su di un progetto di legge oppure trasmetterle al Governo con l’invito a provvedere da parte del ministro competente.
Raddoppiano le petizioni nella legislatura in corso
Già quasi 900 petizioni in più. Il numero complessivo delle petizioni presentate nella legislatura in corso supera di gran lunga le richieste presentate nella precedente nonostante la durata del Governo Meloni risulti al momento inferiore di circa 500 giorni rispetto a quella complessiva dei tre governi (Conte 1, 2 e Draghi) dello scorso mandato parlamentare.
Per la precisione sono balzate da 2.152 della 18esima legislatura a 3.013 dell’attuale (dato aggiornato al 13 gennaio 2026). VITA ha suddiviso il numero delle petizioni per i giorni complessivi delle legislature al fine di ponderare meglio il dato. Ebbene, il risultato conferma la tendenza in atto.

Le petizioni sono raddoppiate da 1,19 al giorno del penultimo quinquennio a 2,56 invertendo un declino che era iniziato nella 15esima legislatura durante il breve (2006-08) governo Prodi 2. «Si tratta di un dato significativo. Credo tuttavia che all’analisi quantitativa bisognerebbe affiancarne una qualitativa per capire la natura dei problemi sollevati. Un conto infatti è l’iniziativa del singolo cittadino o del gruppo di cittadini che segnala un problema particolare o di portata locale, un conto invece è una questione di carattere generale che interessa la collettività», argomenta Salvatore Curreri, ordinario di diritto costituzionale dell’università di Enna.
Rischio “doping”: un singolo cittadino e 252 petizioni
Val la pena considerare un secondo aspetto. Le cifre potrebbero essere in parte “dopate” a cause delle numerose petizioni presentate da pochi cittadini. Il signor Francesco Di Pasquale, da Cancello e Arnone, comune con meno di 6mila abitanti in provincia di Caserta, ha presentato ad esempio ben 252 petizioni sulle 1.407 finora inviate alla Camera dei Deputati nell’attuale legislatura. Quasi un sesto del totale.
Si riduce il numero delle petizioni abbinate ai progetti di legge
Voce di colui che grida nel deserto. Benché sempre più italiani provino a levare la voce verso le alte sfere romane, nessuno li ascolta. Specie a Palazzo Montecitorio.
Nella legislatura in corso solo una petizione su 1.407, pari allo 0,07 del totale, è stata abbinata a un progetto di legge discusso dalle Commissioni parlamentari. La fortunata, anzi, i fortunati, sono la signora Iole Natoli, da Milano, e numerosi altri cittadini che hanno chiesto norme per contrastare la pratica della maternità surrogata. La petizione è stata abbinata a tre progetti di legge che hanno dato poi origine al reato universale di “utero in affitto”.

Le cose vanno leggermente meglio a Palazzo Madama ma non c’è nulla che induca a sperare. Le istanze dei cittadini trattate da una Commissione del Senato sono state 56 su 1.606 presentate, pari al 3,49%. Da tre legislature ormai si registrano percentuali al ribasso. La quota complessiva di petizioni discusse durante i lavori delle Commissioni delle due Assemblee si è più che dimezzata scendendo infatti dal 4,43% della 17esima (Governi Letta, Renzi, Gentiloni nel quinquennio 2013-18) all’1,89 dell’attuale.
Come spiegare il dato? «Potrebbe significare che le petizioni abbiano una natura individuale o particolare, non idonea dunque a trasformarsi in un articolato legislativo», prova a raffreddare gli entusiasmi sul ricorso a questo mezzo di democrazia diretta il professor Curreri. Il quale ricorda la scarsa fortuna di un altro strumento di partecipazione, la legge di iniziativa popolare, che in base all’articolo 71 della Costituzione richiede requisiti ben più pesanti della petizione e cioè la presentazione di un progetto redatto in articoli da parte di almeno cinquantamila elettori. Figurarsi, dunque, cosa può smuovere una richiesta avanzata da un solo cittadino.
Terzo settore deluso. Il caso dell’associazione Luca Coscioni
Ma perché le richieste dei cittadini cadono nel vuoto? «La petizione è un istituto dalle chiare origini ottocentesche: purtroppo marginale, anzi quasi residuale. In un Parlamento di notabili, gli allora sudditi, rivolgevano delle istanze per cercare di avere dei benefici e per segnalare problemi di interesse comune. Quando si è allargato il suffragio universale questo istituto, benché previsto nella Carta, ha avuto sempre minore peso», spiega il costituzionalista. Anche perché, nel frattempo, erano sorti partiti strutturati che facevano da portavoce delle richieste popolari.
Il punto è che le petizioni, pur sancite dalla Costituzione, godono di fatto di una tutela procedurale debole. Se da un lato si riconosce, in estrema sintesi, il diritto di fare domande dall’altro non si garantisce il dovere delle Camere di fornire in qualche modo riscontro (salvo al Senato dove si comunicano al cittadino soltanto la data e la Commissione competente a cui è stata assegnata). Le Commissioni si limitano il più delle volte a prenderne atto senza valorizzarle infatti nei lavori parlamentari.
La stessa Consulta, del resto, ha precisato che si tratta di una proposta subordinata alla volontà del Parlamento di attivare il processo legislativo. Un meccanismo che però non si innesca quasi mai. Come emerge ad esempio dall’esperienza dell’Associazione Luca Coscioni che fra il 2020 e il 2022 ha depositato una ventina di petizioni. Un caso emblematico perché spiega le ragioni dello scarso ricorso da parte del Terzo settore a questo strumento di partecipazione dal basso. «In occasione del ventennale, abbiamo individuato delle personalità dell’associazione, magari simbolo di alcune battaglie come la libertà di ricerca scientifica, il fine vita o l’antiproibizionismo sulle droghe, che hanno presentato delle petizioni. L’esito purtroppo è stato deludente. Il Parlamento nella maggior parte dei casi si è limitato a una lettura in Aula e non c’è stato, quindi, un seguito istituzionale», racconta Lorenzo Mineo, coordinatore delle attività europee dell’Associazione Luca Coscioni e del movimento Eumans.
Come Change.org. Ma si tratta di una vera svolta?
Non finisce qui. Le petizioni scontano un’altra debolezza accanto alla fragilità “costituzionale” e alla disattenzione delle forze politiche: la concorrenza di piattaforme sulle quali è possibile aderire a degli appelli, di fatto delle petizioni online. Basti pensare a Change.org. Un meccanismo molto più pratico al quale sembra essersi ispirata la Camera dei Deputati che da metà maggio 2025 ha predisposto un’apposita piattaforma intitolata Petizioni online che consente a chi possiede lo Spid o la carta d’identità elettronica di presentare richieste e, questa la novità più importante, di sottoscrivere quelle presentate da altri cittadini. Una mezza rivoluzione.
A metà gennaio 2026 risultano caricate già 258 istanze. Il punto è che non è cambiato nulla dal punto di vista procedurale perché si segue la stessa trafila (fallimentare) già vista per le petizioni inviate in forma cartacea o via mail. Non c’è insomma un iter rafforzato.
«Fermo restando che nessuno può obbligare le Camere ad accogliere una petizione in quanto si tratta di una valutazione politica che spetta ai rappresentanti del popolo, di fronte a una istanza sostenuta da un numero consistente di elettori si potrebbero quantomeno prevedere la possibilità di illustrare alle Camere il contenuto della richiesta e magari anche l’obbligo per le commissioni parlamentari di prendere in esame le petizioni e di iscriverle all’ordine del giorno. Mi sembra il minimo sindacale», ragiona Curreri.
Piattaforma della Camera, gli infermieri la stanno sfruttando
Al momento solo il mondo delle professioni sanitarie, in particolare gli infermieri, sembra aver colto l’opportunità offerta dalla piattaforma della Camera. Non ancora pervenuto il Terzo settore invece. Sull’apposito sito si contano almeno una ventina di petizioni presentate da figure espressione delle organizzazioni di categoria, alcune delle quali sottoscritte da migliaia di cittadini.
Prima fra tutte quella a firma di Giuseppe Calia che chiede la valorizzazione degli infermieri, l’uscita dal comparto e il riconoscimento contrattuale come quadri. A metà gennaio contava ben 11.204 adesioni.
«Anche se la procedura non è cambiata, poter dire che la petizione ha un seguito di cittadini che la sostiene rappresenta una novità sicuramente positiva. Può contribuire a mettere una pressione diversa sul Parlamento», osserva Mineo dell’associazione Coscioni. Un primo passo, insomma, per provare a rianimare (al netto delle derive corporative) un istituto di partecipazione che versa in stato comatoso.
In apertura photo by Etactics Inc on Unsplash
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