Inquinanti eterni

Pfas, così dall’Alessandrino finiscono nell’Adriatico

Dal polo chimico di Spinetta Maregno (Alessandria) all'Adriatico: i Pfas utilizzati per la produzione di polimeri fluorurati si muovono a lunga distanza. Contaminano acqua, suoli, atmosfera ed esseri viventi. Lo afferma uno studio coordinato da Sara Valsecchi dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr. Un monitoraggio sistematico del ciclo di vita di queste sostanze è fondamentale per comprendere le conseguenze per l'ambiente e la salute umana. A fine marzo l'Europarlamento approverà l'elenco degli inquinanti emergenti che tutti gli Stati Ue dovranno ricercare nelle acque superficiali e sotterranee, tra cui i Pfas.

di Elisa Cozzarini

Dal Piemonte, i Pfas raggiungono le acque superficiali e sotterranee di tutta la valle del Po, finiscono in atmosfera, negli ecosistemi terrestri e nella catena trofica. Sono state trovate concentrazioni elevate in un pozzo da cui si estrae acqua potabile persino a Ferrara, a trecento chilometri dall’origine della contaminazione. I dati emergono da un recente studio sul tracciamento delle emissioni e degli impatti delle sostanze per- e polifluoroalchiliche in ambiente, causati dal polo chimico di Spinetta Marengo, Alessandria. A coordinare l’indagine è Sara Valsecchi dell’Istituto di ricerca sulle acque – Irsa del Cnr, la ricercatrice che, con Stefano Polesello, ha scoperto nel 2013 l’inquinamento da Pfas nel Veneto.

Per le padelle, e non solo

La produzione di polimeri fluorurati è una delle principali fonti di Pfas negli ecosistemi. Per questo lo stabilimento industriale Solvay di Spinetta Marengo (dal 2023 Syensqo), uno dei più importanti d’Europa, è osservato speciale. Qui, dagli anni Sessanta al 2013, si è utilizzato Pfoa per produrre il politetrafluoroetilene (Ptfe). A partire dal 2010, il Pfoa (poi dichiarato cancerogeno dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro – Iarc nel 2023) è stato gradualmente sostituito con un Pfas di nuova generazione: il C6O4, sempre per la produzione di Ptfe. Questo polimero fluorurato, brevettato nel 1938 da DuPont come Teflon, è noto perché si usa per rendere le padelle antiaderenti, ma non solo. «È un materiale inerte, non tossico, che non si degrada. Può essere classificato come una plastica superpersistente, che probabilmente si spezzetta meno di altre plastiche», spiegano Valsecchi e Polesello. «Una volta fabbricato, il Teflon deve essere lavato e scaldato, per togliere i Pfas, che finiscono negli scarichi. Dunque è il processo produttivo, non il prodotto finito, che provoca l’inquinamento».

Emissioni e impatti del polo chimico

Nonostante la lunga storia industriale del sito di Spinetta Marengo, si sa molto poco delle emissioni e della contaminazione dell’ambiente circostante il polo chimico. È proprio per riempire questo vuoto di conoscenza che Valsecchi, Polesello e gli altri autori dello studio appena presentato hanno analizzato il rilascio nell’ambiente, il trasporto e il destino dei Pfas storici ed emergenti dall’impianto piemontese di fluoropolimeri. Le sostanze per- e polifluoroalchiliche sono state misurate nelle acque reflue, nei fiumi, nei depositi atmosferici, nei sedimenti, nei suoli, nella vegetazione, nei lombrichi, nei pesci e nelle uova di alcuni uccelli.

Così sono stati ricostruiti i percorsi di emissione, l’impatto nei luoghi vicini allo stabilimento, il trasporto a lungo raggio, i meccanismi di deposizione e il trasferimento negli ecosistemi acquatici e terrestri. I ricercatori hanno dimostrato che il Pfoa, anche se sostituito dal 2013, è ancora presente nella catena trofica terrestre. I Pfas emergenti seguono modelli di persistenza ambientale, di mobilità e bioaccumulo analoghi a quelli dei composti di vecchia generazione. Questi elementi, sottolineano gli autori dello studio, hanno un particolare rilievo nell’ambito della discussione sulla proposta europea di restrizione dei Pfas, che dovrebbero essere consentiti solo per gli usi essenziali.

Ridurre il rischio globale

«I risultati della nostra ricerca evidenziano l’impatto ambientale di lungo termine dell’industria dei polimeri fluorurati, sottolineando l’urgenza di strategie per il contenimento a larga scala», concludono i ricercatori. «È necessario, per prevenire una contaminazione così diffusa e persistente anche dei nuovi Pfas, adottare procedure efficaci di monitoraggio e istituire un quadro normativo rigoroso, con prescrizioni e valori limite per le emissioni in atmosfera e nelle acque».

Si chiamano “inquinanti eterni” proprio perché sono indistruttibili, non degradano in ambiente, si muovono nell’acqua, attraversano il terreno. Per questo, dallo scarico di un’industria li ritrovi ovunque, fino ai poli e nel nostro sangue, dove si bioaccumulano. Conoscere il ciclo di vita dei forever chemical attraverso un monitoraggio sistematico è fondamentale per poter comprendere le implicazioni della produzione di fluoropolimeri sull’ambiente e sulla salute umana. «Oltre all’utilizzo delle risorse idriche per l’acqua potabile e l’irrigazione e al consumo di prodotti alimentari locali», specificano gli autori, «non si può escludere la potenziale esposizione per inalazione di aria contaminata e particolato atmosferico, né l’esposizione indiretta tramite contatto con suoli e polveri contaminati».

I nuovi standard europei

Entro fine marzo, l’Europarlamento dovrebbe approvare l’elenco aggiornato degli inquinanti da monitorare nelle acque superficiali e sotterranee, con l’aggiunta tra l’altro dei Pfas, oltre ai prodotti farmaceutici, i pesticidi e i bisfenoli. Le nuove norme interessano tre direttive: la quadro Acque, quella sulle risorse idriche sotterranee e quella sugli standard ambientali di qualità. In base ai dati di monitoraggio dei piani di bacino, attualmente il 46% delle acque superficiali e il 24% di quelle sotterranee non raggiungono gli attuali standard di qualità. La nuova direttiva affronta queste criticità, aggiungendo la protezione dagli inquinanti emergenti. Per quanto riguarda l’acqua potabile, da gennaio 2026, l’Unione europea ha stabilito per la prima volta che tutti gli Stati membri devono adottare una modalità standard per il monitoraggio: è uno degli obiettivi della Strategia Ue sulla resilienza idrica. In caso di superamento dei valori limite, si devono adottare misure per ridurre i livelli, a tutela della salute pubblica, e informare i cittadini.

In apertura, foto di Pawel Czerwinski su Unsplash

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