Inquinanti eterni

Pfas, in Piemonte gli attivisti chiedono trasparenza

Ad Alessandria nasce "Ce l'ho nel sangue", rete di associazioni, comitati e cittadini contro le sostanze per- e polifluoroalchiliche. Chiedono alla Provincia di rendere pubblici i dati sul rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale - Aia del polo chimico di Spinetta Marengo, come ha stabilito il Tar del Piemonte. E si danno appuntamento a marzo, davanti al Tribunale, dove è previsto l'inizio di un nuovo processo per inquinamento. Accade in un territorio in cui sono presenti altri casi gravi di contaminazione: Eternit a Casale Monferrato ed Ecolibarna a Serravalle Scrivia.

di Elisa Cozzarini

C’è uno stretto legame tra circolazione delle informazioni, partecipazione e tutela dell’ambiente. Lo ha affermato il Tar del Piemonte e lo ribadiscono, adesso, associazioni, comitati e cittadini uniti nell’iniziativa: Ce l’ho nel sangue. Giustizia per Spinetta e per tutta la Fraschetta, nata in questi giorni ad Alessandria, per chiedere il diritto alla salute in una terra inquinata, anche da sostanze per- e polifluoroalchiliche. Fraschetta è il nome di un’area della pianura di Alessandria. In una provincia segnata da altri casi di contaminazione gravissima quali Eternit a Casale Monferrato ed Ecolibarna a Serravalle Scrivia. Il 3 novembre 2025, i giudici amministrativi hanno dato ragione al circolo Legambiente dell’Ovadese Valli Stura e Orba, sull’accesso alle informazioni ambientali relative al rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale – Aia dello stabilimento chimico Syensqo, ex Solvay, di Spinetta Marengo.

«I dati ambientali devono essere pubblici»

La sentenza del Tar stabilisce che la Provincia di Alessandria deve «esibire e rilasciare in copia i documenti richiesti nel termine di giorni venti dalla comunicazione della presente pronuncia, rimuovendo gli oscuramenti e gli omissis». I giudici fanno riferimento, tra l’altro, alla direttiva europea del 2003, per cui «il rafforzamento dell’accesso alle informazioni ambientali e la maggiore diffusione di tali dati contribuiscono a sensibilizzare maggiormente il pubblico alle questioni ambientali, a favorire il libero scambio di opinioni, a una più efficace partecipazione del pubblico al processo decisionale in materia e, infine, a migliorare l’ambiente». Il rinnovo dell’Aia rientra in questa cornice. «In definitiva, né la tutela della riservatezza delle informazioni commerciali o industriali, né quella accordata ai dati personali o riguardanti una persona fisica né, ancora, la protezione garantita alla proprietà intellettuale possono paralizzare la richiesta di accesso alle informazioni relative alle emissioni nell’ambiente dello stabilimento», conclude il Tar.

«Eppure quei dati non sono ancora pubblici», dice Michela Sericano, attivista alessandrina. «Il 20 gennaio ciascuna delle realtà di “Ce l’ho nel sangue”, individualmente, ha scritto alla Provincia per chiedere l’accesso agli atti, usando le stesse modalità di Legambiente. Vogliamo sapere quali sostanze vengono emesse nell’aria, negli scarichi, quali rifiuti vengono prodotti. Fino al 2019, non si era mai parlato di Pfas ad Alessandria. Oggi c’è finalmente una più ampia presa di coscienza della gravità del problema. Gli interessi economici non possono prevalere sul diritto alla salute».

Appuntamento in Tribunale

Mentre aspettano una risposta dalla Provincia, gli attivisti si sono dati appuntamento il 12 marzo 2026, davanti al Tribunale di Alessandria. Dopo la condanna definitiva per disastro ambientale del 2019, si è aperto un nuovo processo penale per l’inquinamento causato dal polo chimico di Spinetta Marengo. Tutto è partito per il ritrovamento del Pfas a catena corta cC6O4, in produzione dal 2012, in seguito agli esposti di Legambiente e del Wwf. La prima udienza risale al 6 maggio 2024. Da allora, ci sono stati due rinvii: l’azienda infatti sta trattando con le varie  parti civili. Ma gli attivisti non ci stanno e per questo organizzano un sit-in al Palazzo di giustizia.

Siti da bonificare

L’inquinamento da Pfas si aggiunge ad altri casi molto gravi, nell’Alessandrino: l’Eternit a Casale Monferrato e il meno conosciuto sito dell’Ecolibarna di Serravalle Scrivia. Nelle scorse settimane, grazie all’interrogazione del consigliere regionale  di opposizione Pasquale Coluccio del M5s, è emerso che non sono stati trasferiti in tempi congrui alla Provincia di Alessandria 2,9 milioni di euro già liquidati dalla Regione nel 2023 e destinati agli interventi di messa in sicurezza dell’area inquinata. Fin dal 1940, il sito ospita un complesso industriale per il deposito e il trattamento di oli minerali, combustibili e lubrificanti. Negli anni Ottanta la società Ecolibarna opera per la raccolta e lo smaltimento di rifiuti speciali e tossico-nocivi, liquidi e solidi. «Nel periodo di attività di questa società sul posto transitano rifiuti di ogni genere e, successivamente, rifiuti di diversa natura vengono ritrovati interrati a fianco dello stabilimento», si legge sul sito del Comune di Serravalle Scrivia. Nel 2003 il Ministero dell’Ambiente inserisce l’area di circa sette ettari dell’Ecolibarna, fino al torrente Scrivia, tra i siti di interesse nazionale, dove è necessario intervenire in emergenza.

«Anche noi abbiamo saputo dai media del mancato utilizzo dei fondi per la bonifica e questo ci lascia molta amarezza», commenta Michela Sericano. «Quell’area è inquinata, inaccessibile, da così tanto tempo, che le persone si sono assuefatte. Sono pochi quelli che seguono ancora la vicenda, non c’è un’azienda attiva a cui chiedere conto. Se ne discuteva molto negli anni Novanta. Inoltre, le nostre energie sono assorbite dal polo chimico di Spinetta, non riusciamo a impegnarci su molti altri fronti. Ma le istituzioni, sì, se ne dovrebbero occupare».

In apertura, il polo chimico di Spinetta Marengo

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