Inquinanti eterni

Pfas, in Veneto la comunità stringe un patto per la bonifica

L’appello è partito da Lonigo, uno dei comuni della “zona rossa”, la più contaminata dalle sostanze per- e polifluoroalchiliche, gli inquinanti eterni. Il sito ex Miteni deve essere bonificato. Il 26 giugno la Corte d’Assise di Vicenza ha pronunciato la sentenza di condanna per l’avvelenamento delle acque. E ha previsto, per alcuni degli imputati, anche l’obbligo del ripristino ambientale. Alle istituzioni, ora, la comunità chiede di ascoltare le ragioni di chi non vuole rassegnarsi al degrado ambientale e sociale.

di Elisa Cozzarini

In Veneto è nato un patto di comunità per chiedere la bonifica del sito industriale ex Miteni dai Pfas. Lo promuovono Acli, Agesci, Arci, Azione cattolica, Legambiente e Libera, che insieme portano avanti la campagna Ecogiustizia subito – In nome del popolo inquinato, per la bonifica dei siti contaminati a livello nazionale. Aderiscono Mamme no Pfas, Acqua bene comune Vicenza, Cgil Veneto, Isde – Medici per l’ambiente, Italia Nostra del medio e basso Vicentino, Medicina democratica, Rete zero Pfas Veneto. Una coalizione ampia, a cui si possono unire anche singoli cittadini. Le prime firme sono state raccolte venerdì 14 novembre a Lonigo, uno dei trenta comuni della zona rossa del Vicentino, la più contaminata, al termine del convegno “Bonifica ex Miteni, a che punto siamo?”

Un caso nazionale

L’inquinamento derivato dallo stabilimento industriale di Trissino «è per dimensioni, impatto ambientale e rischi per la salute un caso di rilevanza nazionale», si legge nel testo del patto. Con la campagna Ecogiustizia subito, le associazioni denunciano che, su 148mila ettari di aree inquinate individuate come Siti di interesse nazionale, a oggi solo il 6% è stato bonificato, dato che scende addirittura al 2% per le falde. «Non vogliamo vedere replicarsi la stessa situazione per il sito ex Miteni di Trissino. Ma i ritardi accumulati in questi dodici anni non lasciano ben sperare». La scoperta della contaminazione della falda tra le province di Vicenza, Verona e Padova, infatti, risale al 2013. Interessa un’area di 380 chilometri quadrati, con una popolazione esposta di circa 300mila persone.

La condanna al ripristino dei luoghi

Il processo di primo grado si è concluso il 26 giugno scorso con la condanna per 11 dei 15 imputati, per un totale di 141 anni di reclusione. I reati contestati sono avvelenamento delle acque, disastro innominato e bancarotta fraudolenta. «Questa sentenza è una pietra miliare del diritto ambientale perché è stata riconosciuta la natura dolosa: in sostanza, chi ha inquinato lo faceva essendo cosciente dei danni che avrebbe potuto procurare a persone e cose. Inoltre, la sentenza prevede il ripristino dello stato dei luoghi come previsto dal codice penale dopo l’approvazione della legge sugli ecoreati del 2015», si legge ancora nel testo del patto. Le motivazioni della condanna sono attese per dicembre. Gli avvocati delle parti civili ne sono certi: la presenza della società civile e l’attenzione mediatica hanno avuto un ruolo determinante nell’esito del processo (che proseguirà con il secondo grado e, probabilmente, la Cassazione). Il patto di comunità serve ad affermare che le associazioni e i cittadini non si fermano e continuano a chiedere giustizia.

Una contaminazione nuova

All’ex Miteni, intanto, due società: ICI Italia 3 Holding e Eni Rewind, pur dichiarandosi non responsabili, si stanno occupando del contenimento dell’inquinamento con una barriera idraulica e un diaframma che serve a isolare il sito dal torrente Poscola, per evitare il dilavamento a valle delle sostanze inquinanti. Ma fuori dallo stabilimento, ancora adesso, si trovano questi composti chimici e il Comune di Trissino vuole vederci chiaro. L’ente, dal momento in cui si è venuti a conoscenza della contaminazione, ha creato un gruppo di lavoro dedicato a seguire il caso, di grande complessità, anche perché si tratta di una problematica nuova. In questi anni si sta facendo molta ricerca, ma non si è ancora trovato un modo per bonificare i terreni, mentre per le acque si utilizzano filtri a carboni attivi. Colpisce che tra le parti civili al processo non ci siano gli agricoltori, le prime vittime di una contaminazione così diffusa, che a partire dall’acqua, si diffonde nei suoli, e la loro attività economica viene danneggiata.

A Lonigo, al termine del convengo “Bonifica ex Miteni, a che punto siamo?”, in molti hanno firmato il patto di comunità

Cosa chiede la comunità

I firmatari del patto sono determinati a tenere accesi i riflettori sulla necessità di agire per la bonifica, nonostante le difficoltà. «Non vogliamo che il sito ex Miteni di Trissino entri nell’oblio e diventi l’ennesima occasione persa da parte della politica e delle istituzioni». Tra le richieste rivolte a chi ha responsabilità di governo e amministrative, c’è quella di «ascoltare le ragioni di una comunità che non vuole rassegnarsi al degrado ambientale e sociale: persone che vivono a ridosso di aree inquinate da bonificare, a cui garantire il diritto alla salute, un ambiente sano e uno sviluppo occupazionale nell’ottica della transizione ecologica». Il patto punta molto sulla necessità di un monitoraggio costante e di un controllo della catena alimentare, dei prodotti animali e vegetali. Chiede una nuova campagna di studio epidemiologico per la popolazione di tutta la zona rossa e della zona arancione, l’implementazione degli interventi sugli acquedotti, per garantire ovunque l’approvvigionamento di acqua pulita e sicura. E, naturalmente, vuole partecipare alle scelte che riguarderanno il risanamento ambientale, la tutela della salute, la conversione industriale, la creazione di lavoro, l’affermazione dei diritti sociali.

Le foto sono di Elisa Cozzarini. In apertura l’ingresso allo stabilimento ex Miteni, chiuso dal 2018

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