Inquinanti eterni
Pfas: la difficile strada della messa al bando, tra salute e industria bellica
Da 330 miliardi di euro a 1,7 trilioni entro il 2050: è il prezzo che la collettività dovrà pagare per l'inquinamento da sostanze per- e polifluoroalchiliche, in termini di costi per la salute umana e per la bonifica dell'ambiente. In Europa è in discussione una norma per limitare l'uso dei Pfas. A risentirne sarebbe la competitività dell'Ue, con perdite economiche per l'industria di 583,8 miliardi di euro il primo anno. Questo per la mancanza di alternative. Eppure, per le schiume antincendio una soluzione è stata trovata
È attesa entro l’anno la proposta di legge europea per la restrizione alla produzione e uso delle sostanze per- e polifluoroalchiliche, i famosi “inquinanti eterni”. Al centro del dibattito ci sono, da un lato, i costi sociali, per la salute e la bonifica ambientale, dall’altro, per l’industria è in gioco la competitività dell’Ue. Lo affermava anche Mario Draghi, a settembre 2024, nel suo rapporto sul futuro dell’economia europea, a proposito della transizione energetica (lo abbiamo raccontato qui). A dicembre 2025, uno studio commissionato dal Parlamento Ue ha analizzato alcuni settori in cui i Pfas sarebbero indispensabili, per mancanza di alternative: non solo le energie verdi, ma anche l’industria bellica, quella aerospazionale e i semiconduttori. Il 29 gennaio, un report realizzato per la Direzione generale Ambiente della Commissione Ue dimostra, invece, i costi altissimi per la società. Lo sanno bene gli abitanti della “zona rossa” del Veneto, dove è stata inquinata una falda grande come il lago di Garda.
Bando totale o business as usual
Lo studio sui costi sociali analizza quattro possibili scenari futuri e dimostra che, comunque vada, il prezzo da pagare sarà di diversi miliardi di euro all’anno. Nella migliore delle ipotesi, la stima è di 330 miliardi, da qui al 2050, con la messa al bando totale di queste sostanze. È questo che chiedono molti Comuni, associazioni ambientaliste e gruppi come le “Mamme no Pfas” del Veneto. Solo, così, infatti, può essere evitata una ulteriore dispersione di queste sostanze chimiche nell’acqua, nel suolo e nell’aria. Lo studio analizza l’esposizione a quattro Pfas i cui effetti per la salute sono più noti: Pfoa, Pfos, Pfhxs e Pfna. Dai 39,5 miliardi di euro all’anno del 2024, si passerebbe a 0,5 nel 2040. I costi per la bonifica ambientale, in questo scenario, all’inizio sarebbero relativamente bassi rispetto a quelli per la salute: circa 3,8 miliardi di euro all’anno.

Se invece si continuerà a produrre e usare Pfas come avviene ora, cioè nello scenario business as usual, la stima aumenta a 440 miliardi di euro entro metà secolo. Va considerato che ci sono moltissimi tipi di Pfas e potremmo, oggi, non conoscere i costi per la salute delle sostanze meno studiate e introdotte più di recente. Poco noti sono anche gli impatti sui servizi ecosistemici, che non sono stati monetizzati in questa ricerca.
Il prezzo più alto
Nello scenario in cui si volessero rispettare gli standard ecologici stabiliti dalla direttiva acque, per tutte le acque superficiali e sotterranee, continuando a produrre come oggi, la stima salirebbe addirittura a 1,7 trilioni di euro. Bisognerebbe infatti intervenire nella depurazione di tutti gli scarichi. L’ultimo scenario analizzato prevede il rispetto assoluto della direttiva sulle acque potabili, appena entrata in vigore, con il limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 Pfas e 500 ng/l per il totale delle sostanze per- e polifluoroalchiliche. In questo caso i costi sarebbero di 450 miliardi entro il 2050, simili a quelli dello scenario business as usual. Ma se si considerasse anche il più piccolo dei Pfas, il Tfa, dovremmo aggiungere almeno altri 200 miliardi.
I costi per l’industria
Se lo si guarda attraverso la lente della competitività, il problema assume contorni completamente diversi. Lo studio realizzato per il Parlamento europeo – Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, si focalizza sull’impatto economico che avrebbe la messa al bando o la restrizione dei Pfas in quattro settori strategici: aerospaziale, della difesa, dell’energia verde e dei semiconduttori. Gli autori dichiarano da subito di non mettere in conto altri aspetti, come quello ambientale e sanitario. Nel caso di una messa al bando totale, le perdite per l’industria sarebbero significative: 583,8 miliardi di euro il primo anno e in seguito 72,8 miliardi annui. Verrebbero colpite circa 39mila imprese, per il 90% piccole e medie, e 2,9 milioni di dipendenti.
In base a questo report, l’utilizzo dei Pfas è ancora indispensabile, o quasi, non sostituibile con altre sostanze meno impattanti per la salute e l’ambiente, nei settori considerati. Ma si raccomanda anche di continuare a fare ricerca e creare un fondo per l’innovazione, per sostenere lo sviluppo di alternative.
L’industria bellica utilizza Pfas per armi, munizioni, dispositivi di protezione individuale, sistemi elettrici, aerei. Considerando la spesa militare complessiva di tutti gli Stati dell’Ue, siamo passati da 189 miliardi di euro nel 2014 a 343 miliardi nel 2024, l’1,9% del Pil europeo. È una voce che pesa sempre di più nell’economia europea. La messa al bando delle sostanze per- e polifluoroalchiliche avrebbe un impatto molto consistente, anche per le connessioni con i settori aerospaziale e dei semiconduttori.
Schiume antincendio senza Pfas
Lo scorso ottobre, la Commissione Ue ha adottato misure che limitano l’uso di Pfas nelle schiume antincendio, nell’ambito della legislazione in materia di sostanze chimiche: Reach – Regulation on the registration, evaluation, authorisation and restriction of chemicals. Senza la nuova restrizione, circa 470 tonnellate di inquinanti eterni continuerebbero a essere emessi nell’ambiente ogni anno, contaminando suolo e acqua. Le schiume antincendio sono state una delle principali fonti di inquinamento nell’Ue. Oggi sono disponibili schiume prive di Pfas. La restrizione avrà effetto dopo periodi di transizione compresi tra dodici mesi, a ottobre 2026, e dieci anni, a seconda dell’uso, consentendo il tempo per la sostituzione con alternative più sicure ed efficaci.
In apertura, foto di Filip Andrejevic su Unsplash
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