Inquinanti eterni
Pfas, la sentenza: in Veneto si è agito per profitto, a costo di avvelenare le acque
Il processo per l'inquinamento da sostanze per- e polifluoroalchiliche andrà avanti. Ma intanto, il verdetto di primo grado della Corte d'assise di Vicenza parla chiaro: «Il fine perseguito è stato evidentemente il profitto, il profitto ad ogni costo». I manager che si sono succeduti alla guida dello stabilimento industriale ex Miteni di Trissino sono stati condannati complessivamente a 141 anni di carcere. Di questi, 115 sono per l'avvelenamento delle acque, «Un reato che esiste nel nostro ordinamento dai tempi della Seconda Guerra mondiale», spiega la docente di diritto ambientale Marcolungo, «e pensato contro il terrorismo delle truppe in ritirata»
«Chiunque avvelena acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, è punito con la reclusione non inferiore a quindici anni». È sulla base di questo reato: l’avvelenamento delle acque, che si fondano le condanne più gravi del processo ex Miteni, per l’inquinamento da Pfas in Veneto. Le motivazioni della sentenza della Corte d’assise di Vicenza sono raccolte in 2.062 densissime pagine, depositate a metà dicembre. Dei 141 anni complessivi di condanna a reclusione, 115 sono per l’avvelenamento delle acque. «Per i giudici, i manager imputati, operando in piena consapevolezza delle criticità ambientali, hanno deliberatamente scelto di privilegiare il profitto economico e il risparmio sistematico sui costi di messa in sicurezza a scapito della salute pubblica», commentano le Mamme no Pfas, che ora chiedono uno studio epidemiologico della popolazione colpita, per valutare i danni alla salute, e la bonifica del sito contaminato. Intanto, è di questi giorni la notizia che gli undici condannati ricorreranno in appello, come ci si aspettava. Il processo, quindi, andrà avanti.

Un processo che farà storia
«Abbiamo gli occhi del mondo puntati addosso, mentre in Italia la vicenda è seguita quasi solo localmente», osserva Claudia Marcolungo, docente di diritto ambientale all’Università di Padova. «L’importanza del caso ex Miteni sta nel fatto che parliamo del primo processo penale in assoluto sulla contaminazione da Pfas. Finora, altrove ci sono state cause civili, con risarcimento del danno, negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, in Belgio. Nel nostro ordinamento, è previsto, dai tempi della Seconda guerra mondiale, il reato di avvelenamento doloso delle acque. Era finalizzato – è stato uno degli argomenti della difesa – a colpire eventuali atti terroristici, quando le truppe scappavano. Non esiste in altri Paesi. Lesioni derivanti dall’inquinamento sono più difficili da provare. Per la prima volta, con la sentenza ex Miteni, l’avvelenamento doloso delle acque è stato collegato alle attività di un’azienda. La sentenza parla di “impresa criminale”».
«L’impresa deve pensare anche alla collettività»
Scrive la Corte d’assise di Vicenza nelle motivazioni: «Il fine perseguito da Miteni è stato evidentemente il profitto, il profitto ad ogni costo, tanto da acquisire anche la parte di mercato lasciata libera da 3M e rifornire la Dupont». I giudici fanno riferimento alla decisione di fermare la produzione di Pfas da parte di 3M, negli Stati Uniti, dopo che uno studio sui Pfoa nelle scimmie aveva dimostrato le gravi conseguenze dell’assunzione di queste sostanze per gli animali (lo abbiamo raccontato qui). «Occorre considerare, sotto tale profilo, – proseguono i giudici – che la Costituzione italiana non ha disegnato un ordinamento puramente capitalistico, ma un sistema economico misto, nel quale l’iniziativa privata coesiste con quella cooperativistica e pubblica. L’articolo 41, in particolare, riconosce la libertà dell’iniziativa economica, ma ne subordina l’esercizio al rispetto della utilità sociale, della sicurezza, della libertà e della dignità umana. Ne deriva che l’impresa, pur perseguendo il profitto, non può prescindere dalle proprie ricadute sociali e ambientali, dovendo operare in modo conforme ai principi di solidarietà economica e di tutela dell’interesse collettivo». I pubblici ministeri hanno costruito un’accusa che copre quasi tutto il periodo di attività dell’azienda: per “disastro innominato” fino al 2013, relativamente alla contaminazione da Pfas a catena lunga, e “inquinamento ambientale” per le sostanze perfluoroalchiliche emergenti, quali GenX e C6O4, dal 2015.

Le parti civili, non solo vittime
«C’è un altro elemento che rende unico il processo di Vicenza», conclude Marcolungo. «È il ruolo delle parti civili, che di norma si limitano a fare pressione esterna, far sentire la loro presenza in qualità di vittime. In questo caso, le parti civili sono andate molto oltre: hanno prodotto prove, hanno contestato le varie ricostruzioni. Sono state proattive. Hanno fatto intervenire un perito della statura del prof Philippe Grandjean, tra i massimi esperti mondiali sugli impatti sanitari. E, ancora, hanno saputo raccogliere e diffondere le istanze della collettività, ponendosi in dialogo con le istituzioni: Arpav, Istituto superiore di sanità, Parlamento europeo. Hanno rivendicato un ruolo politico, apartitico, che nessun altro comitato di vittime di contaminazione aveva mai avuto prima».
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In apertura, foto di Wesley Tingey su Unsplash
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