Chimica per sempre

Piovono Pfas, ecco come il più piccolo degli inquinanti eterni è finito ovunque

Lo si trova nell'acqua in bottiglia e in quella di rubinetto, nel vino e nel nostro sangue. Il Tfa è noto da tempo, ma solo di recente si cominciano a studiare gli effetti per la salute umana. Stefano Polesello e Sara Valsecchi, i ricercatori del Cnr che nel 2011 hanno scoperto l'inquinamento da Pfas in Veneto, spiegano perché l'acido trifluoroacetico riesce a raggiungere anche le sorgenti di montagna e compare nei vini dopo il 1988

di Elisa Cozzarini

Il Tfa, acido trifluoroacetico, è il più diffuso tra le sostanze per- e polifluoroalchiliche, gli inquinanti eterni, sul pianeta. Si trova ovunque lo si cerchi: nelle acque in bottiglia e in quella di rubinetto, nel vino, nei cereali, nell’aria e nel sangue umano, in tutto il mondo. Greenpeace Italia di recente ha analizzato sedici bottiglie di acqua minerale acquistate in un supermercato di Roma e, in sei marche su otto, ha rilevato proprio la presenza di Tfa, mentre non ha trovato nessuno degli altri Pfas. La rete europea Pesticide action network – Pan ha portato avanti diverse indagini sull’ acido trifluoroacetico. Ha esaminato 66 cibi a base di cereali in sedici Paesi europei: il Tfa era presente nell’82% dei campioni. Dall’analisi di dieci bottiglie di vino datate e 39 più recenti, è risultato che i vini imbottigliati prima del 1988 sono privi di questa sostanza, mentre il livello cresce soprattutto dal 2010. In Francia, proprio in questi giorni, l’Anses, l’agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, l’ambiente e il lavoro, ha reso noti i risultati di una ricerca realizzata tra il 2023 e il 2025 su oltre seicento campioni di acqua potabile: nel 92% dei casi evidenzia la presenza di Tfa. E, ancora, è stato trovato nei fiumi del Regno Unito, della Germania, degli Stati uniti e della Cina.

Pfas sì, ma con caratteristiche diverse dagli altri

L’acido trifluoroacetico è la più piccola molecola della famiglia dei Pfas, composta da una catena corta perfluorurata di due atomi di carbonio. È nota da tempo ma solo di recente si è cominciato a indagare i possibili effetti per la salute umana. Le Autorità tedesche, negli scorsi mesi, hanno chiesto all’Agenzia europea delle sostanze chimiche – Echa di classificarla come «tossica per la riproduzione».

Sara Valsecchi e Stefano Polesello in laboratorio al Cnr

Ma come mai è così diffusa? «Essendo un acido forte, ha caratteristiche diverse da altri Pfas, come il Pfoa e il Pfos, ma è persistente alla stessa maniera», spiegano Stefano Polesello e Sara Valsecchi dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr, i due ricercatori che nel 2011 hanno scoperto l’inquinamento da Pfas dello stabilimento Miteni di Trissino, in Veneto. Il Pfoa e il Pfos sono sostanze classificate rispettivamente come “cancerogena” e “probabilmente cancerogena” per l’uomo dallo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro.

«Anche il Tfa viene in parte prodotto dall’industria. Quasi il 90% dei farmaci di nuova generazione contiene questo pezzo di molecola, usata anche in alcuni pesticidi», continuano i ricercatori. «Ma il motivo principale per cui il Tfa si trova dappertutto nell’ambiente è che deriva dalla degradazione in atmosfera degli idrofluorocarburi: i gas refrigeranti che hanno sostituito i clorofluorocarburi, responsabili del buco nell’ozono». Ecco perché nel vino imbottigliato prima del 1988 il Tfa non si trova. Il Protocollo di Montreal a favore della protezione dell’ozono stratosferico è entrato in vigore nel gennaio 1989. L’Italia lo ha ratificato nel 1988.

Tfa nel ciclo dell’acqua

Ora è in discussione anche la sostituzione degli F-gas, che tra l’altro sono tra i maggiori responsabili dell’effetto serra, ma ne vengono emessi ancora così tanti che, per ora, l’aumento del Tfa in atmosfera è inevitabile. Le emissioni dipendono dalle perdite di questi gas da qualsiasi condizionatore o frigorifero. «L’acido trifluoroacetico è idrosolubile: quando piove, entra nel ciclo dell’acqua e va finire ovunque, non solo vicino ai siti industriali, ma anche in montagna, dove le sorgenti sono più pure, e va a ricaricare le falde. Per questo le acque in bottiglia ne contengono in grande quantità». Polesello e Valsecchi spiegano che il Tfa, rispetto agli altri Pfas, è più difficile da misurare, perché necessita di un tipo specifico di analisi. «Si è iniziato solo di recente a misurarlo in maniera sistematica, scoprendo concentrazioni davvero elevate, mille volte più degli altri Pfas. Inoltre, siccome è piccolissimo, non si riesce a filtrare con i carboni attivi. È vero che è meno tossico e non è bioaccumulabile, cioè non si ferma negli organismi. Ci passa letteralmente attraverso. Ma ce n’è talmente tanto che siamo continuamente esposti, quindi non si può ignorare il problema».

Questione di termini

C’è chi, come l’Epa, l’Agenzia americana per l’ambiente, non considera il Tfa un Pfas, perché ha un solo atomo di carbonio fluorurato e non due. «Sulla definizione c’è discussione. Ma, se siamo d’accordo con la convenzione riconosciuta dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Oecd, e cioè che una sostanza per essere definita Pfas deve avere almeno un carbonio perfluorurato, allora non c’è dubbio che il Tfa lo sia», chiariscono i due scienziati. «Noi abbiamo preferito una definizione ampia, da cui eventualmente si possono escludere parte dei composti in sede di regolamentazione. Se invece si restringe la definizione, c’è il rischio che ci si vanti di aver eliminato i Pfas quando non è vero».

E infatti, nella replica alle analisi di Greenpeace Italia sull’acqua in bottiglia, Mineracqua, la Federazione italiana delle industrie delle acque minerali naturali, dichiara che «i Pfas non sono stati riscontrati nelle acque minerali italiane analizzate. Quanto al Tfa, composto ampiamente diffuso nell’ambiente derivante da molteplici fonti industriali (pesticidi, fluidi refrigeranti, sistemi di trattamento delle acque reflue, etc…) e non riconducibile a specifiche attività legate all’imbottigliamento delle acque minerali, tutti i test condotti fino a oggi su scala europea, comprese le analisi di autocontrollo delle aziende, indicano che le concentrazioni di Tfa nelle acque minerali sono estremamente basse e non correlate a rischi per la salute».

Nuovi limiti per l’acqua potabile

Da gennaio 2026 entreranno in vigore in Italia nuovi limiti per l’acqua potabile. Con il decreto legislativo 102 di giugno 2025, il governo ha stabilito che non deve essere superata la soglia di 0,02 microgrammi per litro per la somma di quattro Pfas: Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs, la cui pericolosità è stata provata, ed è fissato a 0,1 µg/l la somma per trenta Pfas potenzialmente rilevanti nelle acque. Per la prima volta, inoltre, viene fissato un limite per il Tfa: 10 microgrammi per litro, da gennaio 2027. Mineracqua specifica che i valori riscontrati nei campioni analizzati da Greenpeace sono molto inferiori: «il più alto è pari a 0,7 µg/l, circa quindici volte inferiore al limite fissato per le acque potabili».

In apertura, foto di Marvin Meyer su Unsplash

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