Diritto al cibo
Povertà alimentare, Roma approva la delibera per una politica del cibo
Amministrazione e Terzo settore uniscono le forze: su impulso del Consiglio del cibo, il Campidoglio riconosce il diritto al cibo come tema politico della città. Secondo l’ultimo report di Cursa, nel 2024 la quota di popolazione in condizione di insicurezza alimentare moderata o grave si assesta intorno al 4,3%. Sara Fiordaliso, attivista di Nonna Roma: «Oggi gli aiuti alimentari in città dipendono dall’Europa». Francesca Benedetta Felici, ricercatrice Cursa: «Povertà alimentare non è sinonimo di fame, non è mancanza di cibo, ma di autodeterminazione»
Contro la povertà alimentare e per il diritto al cibo, amministrazione capitolina e terzo settore stringono una nuova alleanza e la mettono, come si usa dire, nero su bianco. È stata infatti appena approvata la delibera sul contrasto alla povertà alimentare, che prevede una serie di impegni e di azioni condivise. Per la prima volta in Italia, il tema del contrasto alla povertà alimentare entra quindi ufficialmente nell’agenda politica di un’amministrazione comunale.
La storia, in realtà, inizia nel 2021, con la nascita del Consiglio del cibo, sempre tramite una delibera (n. 38/2021), che chiedeva all’amministrazione di dare avvio, in sinergia con le realtà del terzo settore, a politiche locali del cibo. Obiettivo del Consiglio del Cibo era ed è garantire l’accesso a un cibo sano e di qualità per tutte e tutti, promuovendo la sostenibilità del sistema alimentare e contrastando gli sprechi e le perdite alimentari. E poi, ancora, sostenere la produzione agricola sostenibile (biologica e agroecologica), favorire il rientro dei produttori diretti nei mercati rionali, valorizzare le esperienze di filiera corta e le reti di economia solidale, rafforzare la presenza di cibo prodotto localmente e in modo ecologico nei menù dei ristoranti e delle mense collettive e scolastiche: sono solo alcuni degli obiettivi indicati dal Consiglio e che ogni città dovrebbe darsi.
Oggi, proprio per iniziativa del Consiglio del cibo e in particolare di uno dei suoi otto gruppi di lavoro – quello sul contrasto alla povertà alimentare – viene segnato un ulteriore passo avanti, verso l’adozione di politiche comunali per il diritto al cibo.
«Il Consiglio del cibo è un organo partecipativo in cui quasi 150 organizzazioni del terzo settore affiancano l’amministrazione nella formulazione e la realizzazione di una food policy», ci spiega Francesca Benedetta Felici, antropologa dei sistemi alimentari, e ricercatrice del Cursa (Consorzio universitario per la ricerca socioeconomica e per l’ambiente). «Il Consiglio è diviso in otto gruppi di lavoro, di cui uno dedicato dal contrasto alla povertà alimentare, coordinato da me e da Sara Fiordaliso. La delibera approvata è frutto di quasi due anni di lavoro di questo tavolo, con lo scopo di individuare strumenti e azioni che siano in grado di realizzare concretamente il diritto al cibo».
La grande crisi degli aiuti alimentari
A rendere necessaria e urgente una politica per il cibo è stata «la grande crisi degli aiuti alimentari europei (FSE +) del 2024», spiega Sara Fiordaliso, attivista dell’associazione Nonna Roma. «Nel nostro Paese, infatti, l’unica politica reale di contrasto alla povertà alimentare è la distribuzione degli aiuti, in larga parte garantiti da fondi europei e in minor parte dal Fondo Nazionale Indigenti (Fni), tramite migliaia di organizzazioni territoriali diffuse su tutto il territorio nazionale».

Nel 2024, questo sistema è entrato in crisi e gli aiuti sono drasticamente diminuiti, con conseguenze molto gravi che furono allora denunciate proprio dal Consiglio del Cibo: «Nel 2022 a Roma circa 170.000 persone – il 6,2% della popolazione – hanno ricevuto aiuti alimentari europei. Oggi, queste stesse persone non stanno ancora ricevendo gli aiuti alimentari europei del nuovo Programma (FSE+) », si legge in una nota diffusa all’epoca. «Da marzo di quest’anno gli aiuti alimentari sono diminuiti progressivamente per ritardi da parte del Governo nell’attuazione del FSE+, il nuovo programma europeo che sostituisce il FEAD: ad oggi non è stato consegnato alcun prodotto del nuovo programma alle organizzazioni che distribuiscono gli aiuti alimentari ai nuclei in povertà».
Oggi nel nostro Paese l’unica politica reale di contrasto alla povertà alimentare è la distribuzione degli aiuti, in larga parte garantiti da fondi europei. Se gli aiuti alimentari non arrivano dall’Europa, di fatto non ci sono
Sara Fiordaliso, attivista Nonna Roma
Questo ebbe un impatto pesante soprattutto sulle mense e sugli empori, i principali strumenti di contrasto alla povertà alimentare in Italia: «Ad oggi, se gli aiuti alimentari non arrivano dall’Europa, di fatto non ci sono», spiega Fiordaliso. «È in questo contesto di politica insoddisfacente, che non punta all’autodeterminazione, che è emersa la richiesta di costruire a livello locale una politica che superi le inefficienze. La delibera risponde a questa esigenza e propone che l’amministrazione contribuisca a comporre il paniere per gli empori, puntando a cibo di qualità prodotto localmente, per dare effettiva possibilità alle persone di scegliere cibo adeguato alle proprie abitudini, esigenze e preferenze».
L’emporio solidale
Gli empori sono infatti il fulcro delle politiche per il cibo. «Questi rappresentano la forma più dignitosa di aiuto, perché diversamente dalla consegna dei pacchi, permettono una scelta. L’obiettivo è renderli ancora meno stigmatizzanti e più aperti, collocandoli per esempio in spazi che abbiano servizi per tutta la cittadinanza», spiega ancora Fiordaliso.
Di qui l’idea delle Case del Cibo, di cui si parla nella delibera approvata e che dovrebbero aprire in diversi punti della città, per fornire servizi a tutto tondo intorno ad alimentazione e cibo: non solo distribuzione, quindi, ma anche formazione, informazione, educazione. «La delibera contiene molte indicazioni utili e punta a sviluppare un sistema di welfare locale, mettendo a sistema risorse già esistenti tramite protocolli municipali di rete», spiega ancora Fiordaliso.
Soprattutto, però, la forza della delibera sta nel riconoscere il diritto al cibo come tema della città e nell’impegno a costruire una politica alimentare locale.
Il problema si chiama libertà e si chiama dignità. Fare la fila per ricevere un pacco alimentare, o andare a pranzo e cena in una mensa crea stigma e vergogna e soprattutto priva la persona di quella facoltà e libertà di scelta che fa parte della propria dignità, appunto. La povertà alimentare non è mancanza di cibo, ma di autodeterminazione
Francesca Benedetta Felici, ricercatrice Cursa
Ma perché è così importante per Roma dotarsi di una politica di contrasto alla povertà alimentare? Non è forse vero quel che si dice, cioè che nella capitale nessuno muore di fame, perché proprio il cibo è ciò che più facilmente si trova, tra mense popolari ed empori solidali? O forse c’è differenza tra fame e povertà alimentare? «Il problema, in effetti, non è la fame in senso stretto, perché è difficile che si muoia di fame a Roma, grazie ai sistemi di aiuti caritatevoli, alla solidarietà e al volontariato», risponde Francesca Benedetta Felici. «Il problema si chiama libertà e si chiama dignità. Fare la fila per ricevere un pacco alimentare, o andare a pranzo e cena in una mensa crea stigma e vergogna e soprattutto priva la persona di quella facoltà e libertà di scelta che fa parte della propria dignità, appunto. La povertà alimentare non è mancanza di cibo, ma di autodeterminazione».

Conferma e aggiunge Sara Fiordaliso: «Dietro la richiesta di supporto alimentare, si nasconde spesso un mondo di problemi, tensioni e isolamento. Tante volte il supporto alimentare che forniamo negli empori è solo il primo aggancio per una presa in carico più globale. Per questo è importante che, attraverso la richiesta di cibo, la persona possa farci capire chi è e di cosa ha bisogno».
Povertà alimentare, una realtà per l’8,4% della popolazione
Secondo il recente rapporto “Lo stato della povertà alimentare nella città metropolitana di Roma Capitale nel contesto italiano”, realizzato da Cursa, nel 2023 l’8,4% della popolazione italiana non poteva permettersi carne, pesce o equivalente vegetariano almeno ogni due giorni. Quasi 3 milioni di italiani (2,9 milioni), ovvero il 4,9% della popolazione, in quello stesso anno ha ricevuto aiuti alimentari. Per quanto riguarda la capitale, nel 2024 la quota di popolazione in condizione di insicurezza alimentare moderata o grave si assesta intorno al 4,3%. Come si legge nel Report, «si tratta di una condizione che non sempre si manifesta nelle forme più estreme di deprivazione, come il digiuno o la mancanza totale di cibo, ma spesso in strategie quotidiane di adattamento: preoccuparsi per l’approvvigionamento, ridurre la varietà degli alimenti, rinunciare a cibi di qualità o salutari per contenere la spesa».
In un simile contesto, l’accessibilità di iniziative solidali rappresenta una componente essenziale: nella Città Metropolitana di Roma Capitale il report ne ha censite 815, tra mense sociali, empori solidali, distribuzioni di pacchi viveri, recupero delle eccedenze e altre forme di sostegno. Queste iniziative sono concentrate soprattutto nel comune di Roma, in particolare nelle aree centrali, dove si contano oltre 60 attività, mentre le periferie e i comuni esterni al raccordo anulare evidenziano una copertura scarsa o assente (meno di 5 interventi). Queste aree possono essere definite “deserti solidali”.
Come si legge nelle conclusioni del report, «l’insicurezza e la povertà alimentare sono fenomeni multidimensionali. E così le risposte politiche, se vogliono davvero essere efficaci, non possono che affrontare questi temi in un’ottica sistemica. Il diritto al cibo dovrebbe essere un obiettivo della società italiana, condiviso da cittadini, attori economici e pubbliche amministrazioni a tutti i livelli in cui queste agiscono, dai Comuni allo Stato».
È la direzione che indicano e intraprendono iniziative come il Consiglio del Cibo e la delibera approvata da Roma Capitale.
Tutte le immagini sono state fornite dagli intervistati
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